PRATO – Il talk di Andrea Abati, La fotografia e la città, che si tiene al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato domenica 8 maggio, fa parte di una serie di incontri di livello accademico (da cui il titolo: CENTRO PECCI ACADEMY) con esperti e artisti, pensati dal Centro Pecci appositamente per il pubblico che visita le mostre approfondendo temi e soggetti presentati nei percorsi espositivi.
L’incontro è moderato dal responsabile delle collezioni e archivi del Centro Pecci Stefano Pezzato.
Andrea Abati, fotografo e artista, fondatore di Dryphoto arte contemporanea e animatore da oltre 30 anni della scena culturale pratese, introdurrà il pubblico alle relazioni tra fotografia contemporanea e ambiente urbano, così come tra la sua opera e altre fotografie esposte nel percorso tematico proposto dalla mostra L’arte e la città attraverso le collezioni del Centro Pecci.
Il talk partirà proprio nelle sale del museo davanti all’opera di Abati I Luoghi del Mutamento, Prato, Viale Galilei del 1990, che è entrata a far parte della collezione del Centro Pecci di Prato nel 2019.
La serie fotografica “I Luoghi del Mutamento”, iniziata nel 1988 e ancora in corso, è indubbiamente il progetto di maggiore complessità e anche il più noto di Andrea Abati: una serie di immagini di grande formato dove urgente è l’attenzione al paesaggio industriale contemporaneo e ai mutamenti della realtà sociale.
Abati ha voluto come luogo di indagine Prato, la sua città natale, nella quale l’intrusione dell’industria nel contesto cittadino è forte e evidente. Abati ha fotografato la demolizione e ricostruzione di edifici industriali di Prato, dandone una visione lucida, serena e apocalittica, come quasi rovine di guerra, creando immagini dai colori stridenti, che fanno emergere i contrasti dei volumi e danno nuova linfa agli spazi industriali.
Abati dialogherà oltre che con Stefano Pezzato ed il pubblico presente anche con Alba Braza, curatrice della mostra personale di Abati, I luoghi del mutamento. Ex ospedale del Ceppo di Pistoia, tenutasi nel 2020 a Pistoia e accompagnata da una pubblicazione edita da Gli Ori.
Alba Braza inizia il suo rapporto con Dryphoto nel 2004 con un tirocinio all’interno di un programma di scambio con l’Università di Salamanca in Spagna fino a curare le tre edizioni di Piazza dell’Immaginario. Il progetto nasce nel 2014 – dopo l’opera site-specific di Abati Giardino Melampo (2012/2013) – dalla pratica dell’ascolto del quartiere dove Dryphoto ha sede, dalla necessità di spazi di relazione, dalla convinzione che l’arte appartiene alla vita e che dobbiamo consentire alle persone di essere parte di processi di creazione condivisi di senso e di significato.
Andrea Abati (Prato, 1952), si occupa di fotografia dalla fine degli anni Settanta. Punto di partenza del suo lavoro son l’analisi delle trasformazioni del paesaggio architettonico industriale, l’osservazione simbolica della natura antropizzata, l’attenzione all’avvicendarsi delle genti e al mutamento del tessuto sociale della città attraverso un uso della fotografia come strumento di conoscenza e di relazione tra il sé e il mondo. Per l’artista abbandonare il concetto di opera e pensare di innescare pratiche artistiche nella sfera pubblica, può in certi momenti diventare prioritario.
Fondatore dello spazio indipendente Dryphoto arte contemporanea a Prato, dagli anni Ottanta partecipa attivamente al dibattito culturale con mostre, seminari e incontri con importanti fotografi italiani ed europei, con l’obiettivo di far conoscere la fotografia italiana di paesaggio. Dal 2008 si occupa anche di video.
Le sue opere sono presenti nelle collezioni di MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma; Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato; MUFOCO Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino; Galleria Civica di Modena; Fondazione Malerba; CCA Canadian Centre for Architecture, Montreal; Centre national de la photographie Nord-Pas-de-Calais (F) e in altre collezioni pubbliche e private.
“Le fotografie di Andrea Abati, parlano di disastri avvenuti, e di spazi intatti, di aree di scarto e di rifiuto di avanzi della modernità e di resti di antiche grandezze, ma soprattutto vi si può leggere di una pulizia dello sguardo e dei pensieri raramente riscontrabile; un atteggiamento per certi versi di primaria importanza e che la fotografia deve oggi ritrovare.” (Luigi Ghirri)









