mercoledì, Settembre 9, 2026

L’evoluzione umana: un cambiamento di narrazione secondo Telmo Pievani

PISTOIA – Pievani è un biologo evoluzionista che ama le storie che finiscono bene. Cerchiamo di capire cosa significa questa sua dichiarazione fatta a Pistoia introducendo il “Dialogo” del titolo.

Per Pievani la mente umana è “teleologica”, una concezione secondo la quale gli eventi avvengono in funzione di uno fine o scopo. Lo studioso ha fatto una serie di esempi su come l’uomo ami le narrazioni che non lasciano aperte le soluzioni ma, appunto, hanno una fine possibilmente gradita.

Il filosofo evoluzionista Telmo Pievani (foto di Laura Pietra)

Siamo alla sesta generazione che ancora si interroga sulla evoluzione della specie e la selezione naturale nella marcia verso il progresso mentre la evoluzione può anche significare regredire per mutare. Pievani sostiene che spesso la materia viene affrontata in modo ideologico senza una base scientifica e qui si sofferma con un esempio sulla pandemia come confutazione dell’evoluzione positiva. È stato dimostrato che il parassita (virus) regredisce a semplice filamento per poi svilupparsi nelle cellule altrui.

Sul principio dell’evoluzione darviniana il “narratore” ha messo in evidenza come poco sappiamo della nostra storia: sappiamo che il primo ominide (Homo habilis) è stato scoperto in Africa ma non sappiamo come si sia estinto l’uomo di Neanderthal, l’ominide molto simile a l’Homo sapiens, vissuto soprattutto in Europa e che, fra l’altro, aveva il cervello più grande del nostro. È pericoloso, sostiene Pievani, ricostruire il passato con il senno del poi perché anche gli scienziati sbagliano nell’elaborare teorie su avvenimenti che senza quella conoscenza non possono essere ipotizzati.

E qui lo studioso dell’evoluzione torna sulla teoria di come spesso essa viene concepita:vale a dire come marcia del progresso. Alcuni parlano di anello mancante ma non manca nessun anello, sostiene, perché la storia della specie non è una catena ma un procedere per rami nei quali avvengono i cambiamenti. Anche l’assunto che qualcosa di noi sia “scritto nel Dna” è sbagliato perché significherebbe che ciò che accade è ineluttabile e qui si torna alla necessità della “narrazione positiva” per assecondare la mente.

Poi ha introdotto il concetto di ignoranza, quello che gli scienziati definiscono il “sapere di non sapere”. Allora subentra il paradigma indiziario con ipotesi da confrontare e verificare di continuo per arrivare a nuove conoscenze per un tempo indeterminato.

Arriviamo, così, alla contingenza, ovvero all’idea che le cose potevano andare diversamente come potere casuale del singolo evento. Ma non possiamo parlare di fato.

E nell’evoluzione il racconto è fondamentale per indurre gli altri a seguire le indicazioni o le esperienze fatte da altri che proprio in virtù del racconto emulano spinti dalla curiosità di conoscere quanti altri hanno raccontato di avere fatto o di avere visto.

Per concludere Pievani ha usato l’espressione filosofica “Narrare come addomesticare il senso, o non senso, del mondo”.

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