mercoledì, Settembre 9, 2026

Lella Costa ai Dialoghi: l’ironia come dichiarazione di dignità

PISTOIA – Lella Costa – attrice, comica, cabarettista, drammaturga, scrittrice e doppiatrice – viene accolta sul palco della tredicesima edizione dei Dialoghi di Pistoia da un calorosissimo applauso del pubblico.

L’intervento dell’attrice non poteva aprirsi diversamente se non con un provocatorio “è sempre un po’ rischioso applaudire prima, ma lo prendo come un incoraggiamento” che suscita il riso del pubblico, una battuta detta con ironia, tema centrale del suo monologo dal titolo “l’ironia come dichiarazione di dignità”.

Lella Costa (foto di Daniel Rossetti)

Un intervento all’insegna della risata e della leggerezza, in cui l’attrice, partendo dalla definizione di Roman Gary, grande scrittore francese, per cui “l’ironia è una dichiarazione di dignità e l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che capita”, tocca tematiche d’attualità con forte sarcasmo.

Uno dei tanti bisogni dell’essere umano, dopo quelli naturali ed essenziali, è il racconto – tema di questa edizione del festival – e spesso chi racconta viene posto davanti ad una scelta: quella di raccontare con o senza l’ironia.

L’ironia, infatti, è la dissimulazione del proprio pensiero fatta con parole che significano il contrario di ciò che si vuole dire e con tono che lascia intendere il vero sentimento, e può avere lo scopo sia di divertire sia di offendere e può essere anche la constatazione dolorosa di un fatto; l’ironia non è mai univoca, anzi può essere sia buona sia cattiva, sia benevola sia perfida.

Insomma, l’ironia è una definizione alquanto imprecisa, proprio perché è fortemente soggettiva. Essa è simile alla satira, ma diversa poiché quest’ultima non viene compresa a meno che non si abbiano le coordinate precise rispetto all’evento a cui si fa riferimento; l’ironia è qualcosa di molto più semplice e non deve mai né essere messa in discussione né censurata, anzi l’unico mezzo di censura a cui può essere sottoposta è se stessa: se fa ridere, è buona ironia e se non fa ridere, semplicemente non verrà ricordata poiché non gradita.

Costa riporta un esempio ancora vivido nella memoria degli italiani: lo storico titolo comparso su Lotta Continua il 28 settembre 1978 “è rimorto il Papa”, in riferimento all’improvvisa morte di Papa Luciani avvenuta sessanta giorni dopo la sua elezione. Il titolo ancora oggi suscita un sorriso, poiché ironico e degno di essere ricordato, poiché è stato in grado di riassumere il sentire comune di tutti i cittadini italiani.

Gran parte del monologo di Costa si concentra sull’incontro fra l’ironia, protagonista del suo discorso, e la tematica di genere. Partendo dal personaggio di Ecuba in “Le Troiane”, Costa propone una riflessione femminista che decostruisce con pungente ironia quello che lei chiama “il maschile”, ovvero il modo tradizionale di concepire il mondo da parte degli uomini.

La maternità nel mondo antico – afferma Costa – veniva considerata come il potere più forte in assoluto in quanto mezzo che dona la vita; sebbene questo sia il presupposto di partenza e sebbene oggi le cose funzionino diversamente, l’attrice afferma che “gli uomini in fin dei conti sono stati più bravi nel marketing, ed hanno saputo sponsorizzare sia quello che già avevano sia quello che non avevano mai avuto, convincendo le donne che, se loro si fossero occupate dei figli, loro si sarebbero presi cura del mondo” per giunta – aggiunge in ultima battuta – “con risultati ben visibili!”.

Parlare dunque di sesso debole e sesso forte non ha alcun senso e ciò lo dimostra anche la linguistica. Costa, infatti, prende a riferimento il colorito linguaggio gergale per indicare gli apparati riproduttori maschile e femminile, e fa notare come le parole associate a quello femminile indichino indubbiamente cose belle o piacevoli, mentre quelle associate a quello maschile cose brutte e sgradevoli. “D’altronde – afferma l’attrice – basta pensare alla differenza di significato che associamo alle parole figone o cazzone per averne un esempio!”.

Dunque, esiste un’ironia al femminile? Per Costa indubbiamente sì, ma questa affonda le sue radici già nei tempi biblici, quando Eva, circa sulla novantina, riceve la notizia dall’arcangelo di turno – in mancanza di test di gravidanza – di essere nuovamente incinta, e tale notizia suscita in lei una clamorosa risata, e di fatto Isacco, il nome del nascituro, significa “risata”.

L’ironia al femminile e femminista è quella forte e pungente di Costa che riesce anche a mettere in luce le contraddizioni e gli stereotipi nati nelle prime generazioni di femminismi e da sempre veicolati dal linguaggio, come ad esempio il concetto misogino nascosto dietro alla celebre frase “dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna”; ma se è vero che le grandi donne debbano sempre stare qualche passo dietro ai “veri uomini” – afferma Costa, dicendo che questa potrebbe essere una versione 3.0 della citazione – allora “dietro ad un grande uomo, ad oggi, c’è sempre una grande donna stupefatta che non si capacita come faccia questo ad essere grande!”

Come diceva Sharon Stone “se le donne sanno simulare orgasmi, gli uomini sanno fingere relazione intere” ed è proprio dalla battuta di Stone che Costa parte per introdurre l’ultima parte della sua argomentazione: sesso ed ironia.

Se fare ironia in letteratura è facile, con il sesso è tutto il contrario, proprio per il fatto che scherzare ed ironizzare su questioni sensibili come quella delle “dimensioni maschili”, talvolta può risultare ben più che complicato. Sicuramente le grandissime potesse ed autrici del passato e del presente hanno saputo usare l’ironia anche nei loro scritti e nelle loro opere di cui Costa cita alcuni passi partendo da Emily Dickinson arrivando a Wisława Szymborska.

L’appendice al monologo di Costa, che conclude il suo intervento all’edizione di quest’anno dei dialoghi, è l’autoironia, un modo perfetto per scherzare su stessi, e, nel suo caso, anche “su un tema che alle donne è molto caro”: il tempo che passa. In conclusione del discorso infatti, l’attrice propone un suo scritto che sin dalle prime battute suscita il riso del pubblico, e si chiude con un’esortazione alla vita tratta da Edith Piaf: “no, niente di niente. Io non mi pento di niente”.

Il giorno in cui ti rendi conto che stai per comprare un paio di scarpe che non ti piacciono solo perché sono comode, il giorno in cui in metropolitana o sull’autobus qualcuno si alza per cederti il posto e tu ti guari intorno per capire con chi ce l’ha ma quando ti rendi conto che lo sta offrendo a te, cortese rispondi “no grazie, devo scendere alla prossima fermata” e se non riesci a dissimularti fra la folla alla fermata dopo scendi sul serio anche se in realtà te ne mancano almeno otto.

Il giorno in cui qualcuno si alza per cederti il posto e tu grata lo accetti perché non ce la fai più, e il giorno in cui nessuno si alza per cederti il posto e ti lasci andare a commenti come “che maleducazione, chissà dove andremo a finire”. Il giorno in cui il tuo medico ti dice che è ora di cominciare la terapia per l’osteoporosi e il ginecologo che ti dice di smetterla con gli ormoni perché “tanto è ormai…”.

Il giorno che gli amici dei tuoi figli smettono di darti del tu e le impiegate della usl cominciano a darti del tu e ti parlano a voce altissima e scandiscono le parole come se fossi appena venuta dallo Zimbabwe. Il giorno che vai dall’oculista per fare le ipermetrie e invece si mette a parlare di cateratte. Il giorno che paghi due volte la stessa bolletta, il giorno che compri due volte il pane, il giorno in cui ti dimentichi sia il pane sia le bollette. Il giorno in cui capisci che tuo figlio ha la stessa età di suo padre quando vi siete sposati, il giorno che in farmacia la tua amica più giovane ti chiede se anche tu hai bisogno di assorbenti e tu rispondi “guarda meno male che me lo hai ricordato, ero giusto rimasta senza” ma poi non sai dove nasconderli.

Il giorno che ti ritrovi a dire alla commessa di una boutique “lei non ci crederà ma io portavo una quaranta”. Il giorno in cui tutti continuano a ripetere “che bello, la vita si è allungata di un sacco di anni” solo che nessuno ti spiega di cosa poi te ne farai e come sopravviverai.

Il giorno in cui ti metti a fare il conto di quanti estati ti rimangono e che avranno ancora un senso di mare, di luce lunga, vino fresco, cena all’aperto, vestiti leggeri, giri in bicicletta…

In quel preciso momento sembra di capire il senso della vita e di come bisognerebbe viverla fin quando ce n’è, ma poi ti rendi conto che stai cantando come Ligabue e ti viene da ridere, e pensi “al diavolo mille volte meglio Edith Piaf: non rien de rien, Je ne regrette rien”.

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