mercoledì, Settembre 9, 2026

Adriano Olivetti, la dignità del lavoro

di Gianpiero Ballotti

All’Università di Firenze, negli anni ’50 del secolo scorso, Giorgio La Pira insegnava Storia del diritto romano, Piero Calamandrei Diritto e procedura civile, e Giacomo Becattini Economia politica. Anche gli altri professori erano molto bravi, era un corpo insegnante di prim’ ordine, ma io che ho frequentato e mi sono laureato in quell’Ateneo, ricordo principalmente questi tre che ho citato perché mi sono rimasti nel cuore: non erano soltanto professori universitari, erano anche maestri di vita.

Il professor Giacomo Becattini

Vorrei parlare qui del prof. Giacomo Becattini, il cui programma poteva riassumersi in questo insegnamento che ci affascinò tutti: “Per un capitalismo dal volto umano occorre riportare l’economia politica al suo spirito originario: un modo di riflettere e agire per costruire una società migliore per tutti”.

Aggiungeva sempre che l’aggettivo “politica” è importante e va spiegato ai non addetti (e forse anche a qualcuno degli addetti). E la spiegazione arrivava subito perché costituiva un’ottima introduzione al pensiero dell’autore, toscano di pronta battuta e di profondo radicamento, professore emerito il cui cuore politico batteva a sinistra – e lo diceva apertamente – nulla a che fare con i partiti e il famoso teatrino, ma piuttosto legato all’etimologia antica del termine, che rimanda all’arte del governo, perché è rivolta all’obiettivo di trarre dall’osservazione dei comportamenti economici le idee per indirizzarli e migliorarli, accrescendo così il benessere della società tutta.

Ormai da troppo tempo siamo stati abituati a sentire affermare da parte dei “maestri” del liberismo che l’ unica responsabilità sociale dell’impresa è quella di fare buoni affari, noi pensiamo invece con Becattini, che esista un modo diverso di produrre, fondato sul riconoscimento della dignità del lavoro, sull’investimento nell’innovazione, sulla valorizzazione del territorio.

Adriano Olivetti

Questo fu il modello dell’Olivetti, una fabbrica, per una lezione industriale niente affatto superata nel tempo della competizione globale. A Ivrea, nel novecento.

Consideriamo che la responsabilità sociale dell’impresa ricade su questi soggetti: i dipendenti; i sindacati; i giovani in cerca di lavoro; la collettività locale; i fornitori; l’amministrazione pubblica; l’ambiente.

La macchina da scrivere Olivetti M11

L’Olivetti era una “fabbrica” che praticava la continua innovazione dei prodotti, che giunse ad avere 1.500 addetti per la ricerca, sviluppo e progettazione, manteneva rapporti con varie università italiane tra le quali Pisa, e centri di ricerca negli Stati Uniti e che sino dai primi anni Cinquanta a Ivrea si coltivava l’idea di produrre calcolatrici elettroniche, che nessuno all’epoca conosceva, ma che l’Ateneo toscano aveva deciso di programmare. Per cui nella primavera del 1955 Adriano Olivetti invia a Pisa un gruppo di giovani tecnici diretti da un brillante ingegnere italocinese, da lui reclutato negli Stati Uniti, Mario Techoun, il quale lavorerà al dipartimento di Fisica. Un prototipo della calcolatrice pisana viene inaugurato nel 1957 e nel 1959 viene prodotto l’“Elea 9003”, il primo grande computer commerciale interamente progettato e prodotto in Europa, presentato a novembre a Milano al Presidente della repubblica Giovanni Gronchi.

Adriano Olivetti

Se guardiamo bene, la Olivetti di allora appare singolarmente moderna per cui andrebbe rivisitata per vedere quante e quali delle sue caratteristiche potrebbero essere recuperate per introdurre di nuovo nell’ economia un senso di responsabilità sociale delle imprese al pari di quello posto in atto da Adriano Olivetti, nominato direttore generale della società fondata dal padre Camillo nel 1908 e che vedeva padre e figlio d’accordo su questo postulato: la fabbrica chiede tutto ai suoi operai in termini di intelligenza, fatica, vincoli di lavoro, orari, spostamenti, organizzazione familiare; ha il dovere di restituire molto. Quindi: alti salari, case per i dipendenti, scuole, biblioteche, ambulatori, asili, colonie estive, servizi sociali. mostre d’ arte.

Oggi, tutto questo appare semplicemente inimmaginabile, e così come appare il principio – rigorosamente applicato – di fare tutto il possibile per non licenziare mai nessuno. E Adriano Olivetti, allorché realizzò incrementi straordinari della produttività del lavoro a Ivrea, non lo fece mai a scapito del personale. Il padre gli aveva lasciato scritto: “Qualunque cosa, tranne licenziare qualcuno per introdurre nuovi metodi produttivi: la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.

Ma non ce ne fu mai necessità in quanto “Olivetti” costituì un esempio fuori del comune orientata al mercato grazie ad una forte organizzazione commerciale. Essa creava prodotti di rilevante valore d’uso e li faceva conoscere a tutti per mezzo di una pubblicità di grande livello, per mezzo di giovani venditori ben preparati che coprivano il territorio. (Nel 1961 fui visitato – appena iscritto all’albo professionale – da un giovane che mi offrì la lettera 22 che acquistai ed ho ancora nello studio, come un caro ricordo di una professione che mi ha dato tante occasioni di una vita serena e produttiva).

A questa intelligente e capillare organizzazione commerciale si debbono gli spettacolari aumenti del fatturato di quel periodo dai quali derivavano utili elevatissimi: le macchine della Olivetti si vendevano a decine di migliaia al mese, in Europa e nel mondo, sbaragliando concorrenti che si chiamavano Remington e Underwood, Triumph e Adlaz.

Questi utili la Olivetti li ridistribuiva in gran parte sul territorio a causa del modo socialmente responsabile che in essa operava: la missione di questa impresa non era unicamente quella di creare valore per gli azionisti come al contrario succede oggi seguendo la teoria di Friedman e di Franco Modigliani che sostengono il primato del valore per l’azionista.

Cosicché: a) i valori di Borsa salgono quando un’impresa licenzia centinaia di dipendenti; b) la delocalizzazione di un’impresa danneggia gravemente gli abitanti di un territorio; c) la percentuale altissima del lavoro precario; d) i salari sono inferiori al resto d’Europa; e) perdura la mancata applicazione dell’ art. 39 della Costituzione; f) lo scandalo degli infortuni mortali sul lavoro.

Tutto questo ha costituito una modificazione della finalità di un’impresa che sia sospinta da logiche finanziarie più che da esigenze industriali.

E a proposito delle morti sul lavoro, la cui frequenza non è ormai più sopportabile, costituiscono l’ espressione di una società che ha smarrito il proprio senso. Lo si vede dolorosamente dalle parole che escono pronunciate immancabilmente dai parenti delle vittime. Tutti chiedono “giustizia”, non come vendetta ma come capacità di tutelare e proteggere altre possibili vittime da quegli stessi pericoli.

Ci si limita invece alle parole d’ordine e alle generiche buone intenzioni.

Come cantava tristemente De Andrè:

“Prima pagina venti notizie

Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa

Si costerna, s’indigna, s’impegna

Poi getta la spugna con gran dignità”.

E questa è la nostra società dell’indignazione senza responsabili che si è andata formando dalla scelta di una concezione dell’impresa che è opposta e antitetica rispetto a quella che predominò a Ivrea.

Il destino, in poche date e nomi. Nel febbraio 1960 muore all’improvviso Adriano Olivetti. Aveva appena 59 anni ed aveva da poco acquistato il controllo della Underwood, secondo costruttore americano di macchine per ufficio, attraverso le cui filiali Olivetti progettava di aprire nuovi canali in USA per la diffusione dei prodotti concepiti a Ivrea.

Nel novembre del 1961 muore in un incidente d’auto Mario Techoun, una perdita gravissima per la Olivetti, per cui nessuno è in grado di succedergli a capo dell’azienda.

I partner principali del gruppo di intervento per sostenere il periodo di transizione erano Monte dei Paschi, Pirelli, IMI, Fiat e Mediobanca. Senonché durante l’ assemblea degli azionisti FIAT dell’aprile 1964, il presidente Vittorio Valletta dichiarò che la società di Ivrea era strutturalmente solida, ma nel suo futuro pendeva (citiamo alla lettera), “una minaccia, un neo da estirpare: il settore elettronico”.

Non un ministro, non un dirigente dell’economia italiana, non un politico levarono la voce per sostenere che se si estirpava quel cosiddetto neo, si estirpava anche gran parte del futuro industriale del nostro paese, cosicché la sorte della Olivetti come impresa leader nel campo della elaborazione dati fu segnata.

Ma il caso di quella “fabbrica” con i suoi tanti fili che passarono anche sul riconoscimento della dignità del lavoro, sull’investimento dell’innovazione e sulla valorizzazione del territorio, offre ancora oggi stimoli e suggestioni circa il modo in cui è possibile raccordare –nonostante i mutamenti del mondo – le pratiche che si seguono in realtà nel governare un’ impresa.

E’ tanto vero questo che anche ai nostri giorni quegli stimoli e quelle suggestioni non cessano di accompagnare la nostra migliore cultura.

Nella terza pagina del Corriere della Sera di giovedì 17 febbraio scorso, un articolo di Ida Bozzi dal titolo: “Eredità e futuro: è l’ anno di Ivrea capitale del libro”, dà notizia che il ministro Franceschini ha fatto l’annuncio con queste parole: “Ivrea, che è anche città industriale del XX secolo dell’Unesco e storico luogo del progetto industriale e sociale di Adriano Olivetti, è stata scelta per la capacità di mettere in rete le molteplici energie del territorio, di aprirsi alla dimensione internazionale di proporsi come luogo dove si immagina il futuro del libro e della lettura. La straordinaria eredità culturale e tecnologica delle città viene rivendicata senza orgoglio campanilistico, ma come forza propulsiva del progetto di città capitale e come ispirazione di una visione che può diventare un modello all’altezza dei nostri tempi”.

La lettera 22

Il progetto, che ha nel logo la macchina da scrivere Lettera 22, è completamente ispirato dalla tradizione olivettiana di apertura e comunità, patrimonio culturale dell’azienda. Sono previste collaborazioni con il Salone di Torino, il rilancio del progetto di lettura in carcere e due mostre, una già aperta su “Olivetti e l’arte: Jean Michel Folon” e l’altra, di prossima inaugurazione, sui 12 libri strenna ideati da Giorgio Soavi, storico direttore creativo Olivetti.

Sono passati sessanta anni esatti dalla sua morte improvvisa mentre era in viaggio verso Losanna e la sua prima immagine che si presenta ai nostri occhi è quella di un principe rinascimentale che osò l’impossibile, costruendo nella sua fabbrica di Ivrea l’utopia di un lavoro industriale che si dispiega giorno dopo giorno con la cura dei suoi dipendenti che vengono inseriti in una “Comunità” unitaria con la mensa, gli asili per i figli, la biblioteca ed altre strutture culturali per l’ elevazione della persona.

Ecco perché ritornare a percorrere la rinascimentale Via Jervis di Ivrea assume la consistenza di una certezza che appare tutt’oggi incontestabile: ritrovare la Fabbrica di vetro, udire il rumore dei macchinari, incontrare gli spiriti eletti dei personaggi di cui si circondò – Geno Pampaloni, Franco Ferrarotti, Furio Colombo, Giovanni Giudici, Paolo Volponi, Leonardo Sinisgalli – dimostra che quel “Nuovo” fu vero non solo nella mente sognante di un grande imprenditore, ma produsse l’utopia concreta di un progetto rivoluzionario di “Comunità”, incrocio di pensiero cristiano e di visione riformistica della società.

Malgrado tutto, il mondo di Adriano non si è chiuso in un destino di rovine in un tempo che genera continuamente il Nuovo, ma si è proiettato nel presente in preda alla tempesta digitale, conservando tutto il suo valore etico, comunitario, sociale per la difesa dell’integrità della persona.

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