mercoledì, Settembre 9, 2026

Abbeceddario verde: impronta ecologica

di Marco Cei

A questa lettera I, il piccolo dizionario dell’ambiente potrà tornare diverse volte, in quanto ci sono molte parole importanti, da impermeabilizzazione a isole di calore, da inquinamento a ibrido.

Oggi ci occupiamo delle azioni dell’uomo e delle loro conseguenze in termini materiali ed energetici, in quanto la Terra è un sistema “finito”, nel senso che le sue risorse non sono illimitate.

Impronta ecologica (Ecological Footprint) è un indicatore che misura il consumo da parte degli esseri umani delle risorse naturali che produce la Terra, introdotto per la prima volta da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro “Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth”, pubblicato nel 1996. Nello specifico, essa misura come superficie le aree biologiche produttive del pianeta Terra, compresi i mari, necessarie per rigenerare le risorse consumate dall’uomo. Il metodo proposto dai due ricercatori valuta l’impatto ambientale dei consumi, partendo dal concetto che per tutte le attività umane si prelevano risorse naturali, comportando costi ambientali che per essere quantificati vengono calcolati in metri quadri o ettari di superficie. L’impronta ecologica viene periodicamente aggiornata dal WWF nel suo Living Placet Report, svolto in versione locale e mondiale.

In altre parole, più immediate, ci dice di “quanti pianeta Terra” avremmo bisogno per conservare l’attuale consumo di risorse naturali. Ovviamente dipende dallo stile e dai modi di vita adottati, che variano moltissimo con le culture e i luoghi del mondo e lo specchietto a lato ci dice quanto. Allo stato attuale, mediamente abbiamo bisogno di quasi 2 “Pianeti Terra”.

Bisogna sottolineare che si tratta di una misurazione parziale, in quanto basata essenzialmente sulle emissioni di CO2, senza tenere conto di altri rifiuti, come le scorie radioattive.

Il calcolo dell’impronta ecologica è piuttosto complesso, poiché prende in considerazione diversi fattori: terreno per l’energia (terreno forestato necessario ad assorbire l’anidride carbonica); terreno agricolo; pascoli; foreste( superficie destinata alla produzione di legname); superficie edificata (insediamenti abitativi, impianti industriali, aree servizi, strade); mare.

I diversi apporti vengono introdotti in un foglio di calcolo o in formule specifiche che riducono le superfici in misure comuni, attribuendovi un peso proporzionale. In questo modo viene individuata “l’area equivalente” necessaria a produrre la quantità di biomassa sfruttata da un individuo o da un gruppo, misurata in “ettari globali” (gha), a partire dalla realtà locale per arrivare alla situazione mondiale, passando attraverso regioni e nazioni.

Nelle condizioni economico-sociali di iper-consumo in cui ci troviamo oggi, sembra impossibile un equilibrio tra produzione, consumo e rigenerazione delle risorse naturali. Cosa possiamo fare per cambiare le cose e non arrivare al crash di sistema (previsto per il 2050)?

Sicuramente tendere alle storiche 3 R (Riduzione, Riuso, Riciclo), proposte a tutti i paesi presenti tra cui l’Italia, dal premier giapponese, Koizumi Junichiro, al vertice del G8 del 2004  a Sea Island, Georgia (USA), e poi diventato slogan virale.

Spingersi fino alle tesi di Serge Latouche, professore di Scienze economiche all’Università di Paris-Sud in Francia, e paladino della decrescita felice, battezzate le “8 R della decrescita”, che tendono verso una visione più completa del problema:

Rivalutare (i valori come l’altruismo, la cooperazione, il locale),

Ricontestualizzare (attraverso la concezione della differenza tra ricchezza e povertà secondo le risorse),

Ristrutturare (le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita),

Rilocalizzare (ovvero consumare i prodotti locali, per lo sviluppo sostenibile di una economia locale),

Ridistribuire (garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali per un’equa distribuzione della ricchezza),

Ridurre (l’impatto sulla biosfera),

Riutilizzare (riparare ciò che è rotto, trovare nuovi usi e allontanare l’abitudine dell’usa-e-getta),

Riciclare (per ridurre lo spreco e i rifiuti).

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