PISTOIA – Alla Fortezza di Santa Barbara si accende il Blues.
Poche sedie, luci basse e un solo artista con la sua chitarra sul palco: lo svedese Kristian Matsson, in arte The Tallest Man on Earth. A lui è affidata l’apertura del festival, e lo fa egregiamente.
Entra sul palco saltando con una grazia e un’attenzione attoriali. Fin da subito si capisce che quello sarà il suo teatro. Le prime note di chitarra elettrica con riverbero e delay calano il pubblico in un’atmosfera sognante, e portano dritte a The Gardener, di fronte alla quale gli spettatori si accendono e applaudono.

Poi c’è il cambio strumento, e il ragazzo svedese è come se si vestisse comodo. La chitarra acustica è la sua casa, e con questa porta il folk ritmato di 1904. Dalla platea però nessuno si alza, nessuno balla o canta ancora a squarciagola. Allora Kristian si rivolge alle sue “sweet people”, ringraziandole sinceramente per esser venute ad ascoltarlo, per averlo fatto sognare di nuovo.
The Tallest Man on Earth è un cantastorie, un attore, un ascoltatore. Cantando ascolta il proprio pubblico, lo capisce, ci entra in sintonia, è gentile nei suoi confronti. Lo culla con Rivers, con i propri arpeggi delicati e morbidi. Poi, durante un cambio strumento, fa una piccola pausa per intrattenere gli spettatori. Si asciuga il sudore, non abituato al caldo italiano, e sussurra alla platea silenziosa. La apprezza, la capisce. Da questo momento, la serata assume una direzione diversa e inaspettata.
Kristian si siede alla tastiera, intona There’s no leaving now. Fuori è ormai buio, non è più così caldo. La notte scura e senza stelle lascia vibrare le note del piano. I pezzi successivi sono The running styles of New York, I’ll be a sky e Wind and walls. Il pubblico si scalda, e anche il cielo, che regala allo spettacolo i primi lampi.
Una chitarra elettrica con delay tesse le prime armonie di un nuovo brano, mentre l’aria si fa un po’più densa di pioggia. Improvvisamente la musica assume una forza diversa. L’artista ascolta le gocce cadere a terra e si muove di conseguenza, assecondando il ticchettio dell’acqua. Poi scende dal palco con il volto rivolto al cielo, e bagnato si siede sulla ribalta, come se fosse un bambino. Il pubblico fa l’applauso più sentito fino a quel momento. Fra i due è nata la magia.
It will follow the rain sono le parole dell’omonima canzone che sotto il diluvio di mezza estate acquistano un significato più profondo, mentre i tuoni rimbombano fra le pareti della Fortezza, come se fossero la prima batteria che suona nella serata. I lampi sono invece le prime luci potenti sparate direttamente sulla platea. Qualcuno si alza per correre ai ripari sotto le piccole tettoie degli edifici, stringendosi di fronte al muro. Chi resta sotto la pioggia invece applaude più forte di prima, si alza e si stringe sotto al palco.

Kristian scende di nuovo, si bagna con le sue sweet people, come se volesse rigenerarsi per avere la giusta carica da spendere per King of Spain e Revelation Blues, sulle cui note tutti ballano e cantano. Anche dalle tettoie le voci di chi non vuol stare sotto al diluvio fanno da eco all’artista svedese, che ormai ha in pugno gli spettatori. La pioggia però cade forte, e la serata deve arrivare a una conclusione.
Ma questa notte rimarrà impressa nei ricordi di The Tallest man on Earth per il resto della sua vita. Quei lampi, quel pubblico così caloroso e rispettoso hanno lasciato una traccia nel cuore di quell’artista che da due anni desiderava tornare a suonare, perchè questo è ciò che è, ciò che sa fare. Suonare di fronte alle persone. E l’ultima canzone, The dreamer, parla proprio di questo.
Sono quasi le ventitrè. Tutti gli strumenti vengono staccati, si accendono le luci di fine concerto. La pioggia continua a battere forte, ma da sotto il palco si leva un coro, “One more song!”. L’acqua però lo impedisce. Poi tutti se ne vanno, smette di piovere, e con la pioggia se ne vanno anche la musica e la magia.









