PISTOIA – Si continua a dire, da anni a questa parte, che il Blues non esiste più.
Non il genere musicale, per cui non si può certo suonare le proverbiali campane a morto, ma il Blues inteso come il festival che è storia della città, cartolina di una piazza che da decenni è puntualmente pronta a fondersi con lo spettacolo che va in scena su quell’enorme palco posto davanti a Palazzo di Giano.

Ricordo di nostalgici, finestra allargatasi ed inchinatasi a logiche più commerciali, il Pistoia Blues è un fantasma di cui si celebrano ancora i fasti, sia per quanto riguarda i concerti che per tutto ciò che faceva da cornice.
Serate come quella di ieri, fresco sollievo estivo all’afa diurna, riescono tuttavia a far assaporare l’atmosfera di anni che crediamo o vogliamo dare per lontani, momenti “perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”.
A creare l’illusione, in una Piazza Duomo babelica come non eravamo più abituati a vivere, ci hanno pensato i Gov’t Mule. Un gruppo storico, seppur derivativo, che ha innanzitutto il merito non da poco di riconciliare con l’essenza del live, di quella musica che non vuole somigliare sempre a sé stessa ma che vive di stimoli e sensazioni.
Al centro della scena c’è Warren Haynes, frontman ed ex Allman Brothers Band, con quel suo modo potente ma all’occorrenza anche romantico di suonare la chitarra. I tempi, con i Mule, si dilatano: ogni pezzo diventa il terreno più fertile per l’improvvisazione e per le svolte più inattese, con cambi di ritmo che sono veri e propri atti di un racconto lungo decenni. Il pubblico sta seduto, raccolto nel momento, anche se c’è anche chi si alza per muoversi a ritmo sul posto o prende la compagna per lasciarsi andare ad un ballo appassionato.
La musica dei Gov’t Mule è in effetti un fluire continuo che trascina, a tratti ipnotizza nel suo continuo rifarsi alla matrice, ossia a quel blues origine di tutto, di quel mondo e di quelle note come oggi le conosciamo. Rielaborano e stupiscono, Haynes e compagni, specie quando dal basso di Jorgen Carlsson fuoriescono gli “echi” dei Pink Floyd: un momento davvero splendido da vedere e da vivere. Raccolto nell’oscurità di una piazza in cui è appena scoccata la mezzanotte, il pubblico è pronto per il gran finale.
Arriva ‘Soulshine’, la pietra miliare, quando gli spettatori hanno ormai abbandonato le loro sedute per riversarsi sotto il palco e riservare ai loro beniamini il giusto tributo. Il classico momento che dà un senso e un degno finale ad una bella serata di musica e di grande blues d’annata.
Che concerti come questo avvengano ancora a Pistoia è il segno di un’identità e di un’eredità ancora non pronte ad abiurare o a lasciare il passo ad un presente che, in realtà, deve tutto o quasi a quel passato. Il blues è vivo e suona ancora in Piazza Duomo, più di quarant’anni dopo l’ultima volta. Che tacciano dunque, almeno per una notte, gli orfani dei bei tempi andati.









