di Marta Meli
PISTOIA – Norma, normalità e potere – come codice, convenzione, cultura, istituzione e relazione – sono parole (e concetti) fondamentali per avere una più ampia comprensione della realtà nella quale siamo immersi.
A proposito di parole, quanto è importante non banalizzare il linguaggio? Perché non dovremmo dare mai niente per scontato? E come fare per guardare con meno timore alla complessità?

“Chiamami Così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo” (Il Margine, 2022) è il titolo del libro scritto dalla sociolinguista Vera Gheno, attraverso il quale potersi orientare – con un primo approccio – verso la molteplicità dei significati che risiedono dietro alle parole, senza fermarsi alle abitudini e alle convenzioni, così da sapere il valore delle differenze.
Si tratta di una piccola guida per approfondire e scoprire il senso del “nominare”, rispetto anche all’uso di alcuni vocaboli: sesso, identità, orientamento, differenza, discriminazione, ageismo, abilismo, razzismo, body shaming, normocentrismo, androcentrismo, manel, patriarcato, femminicidio, stereotipo, pregiudizio, etichetta e molto altro.
L’autrice era presente ieri pomeriggio, alla libreria Lo Spazio, per dialogare assieme a Ludovica Amato, co-fondatrice del Collettivo “Corpi dal margine”, e al pubblico presente. L’incontro si è svolto attraverso interrogativi, racconti di esperienze, intermezzi di umorismo e stimolanti riflessioni attorno al tema delle differenze, della normalità, dell’inclusività, dell’intersezionalità, degli studi linguistici e dell’attivismo in generale.
La sociolinguistica si occupa dello studio del linguaggio nella società, ma – come ha spiegato l’autrice – si devono approfondire tutti gli aspetti che ci consento di cogliere meglio il fenomeno in questione. Per cui, se parliamo di “genere”, ad esempio, dobbiamo affidarci alla letteratura di riferimento (filosofia politica, sociologia, storia, psicologia, diritto ecc.) – oltre, e non meno importante, ad ascoltare le persone e ad osservare la realtà – per acquisire competenza ed esprimerci con più consapevolezza anche linguisticamente.
Il linguaggio è creato da rappresentazioni collettive che lo ri-creano, a loro volta, in forme cristallizzate, normalizzate, interiorizzate e stabilizzate, tanto da renderle “naturali”. Come ripensare, allora, la memoria sociale rispetto al senso comune?
“Io mi occupo di margini linguistici, ossia di linguaggi giovanili, di genere e di gerarchie della rete – ha detto Vera Gheno – e ho capito, studiando, osservando e ascoltando, che le cose non cambiano mai nel centro, dove risiede la norma, bensì attorno, perché la norma ci guida, ci serve, ma se vogliamo vedere un cambiamento rispetto a qualcosa, dobbiamo prestare attenzione a ciò che accade al di là del fondamento”.
È così facile abbandonare quei sistemi di pensiero polarizzanti, escludenti e semplificanti? Le dicotomie non bastano a rappresentarci, servono la volontà e la costanza per ricordare che tutto questo ci riguarda, senza eccezioni: posso esistere e convivere più forme, essere riconosciute e accettate. E questo, anche se non ci accontenterà in assoluto, potrà avvenire nello sforzo collettivo e solidale, tra le piazze e le aperture, in assenza di muri, barriere, nascondimenti o negazioni.
“Non esiste la perfezione e non esiste una soluzione linguistica che vada bene per tutti e tutte, nel tempo e nello spazio – ha aggiunto Gheno – la censura è da evitare e dobbiamo imparare a contestualizzare, dobbiamo vedere il problema, e non rifuggirlo, per poterci fare i conti e tendere ad un miglioramento”.
Siamo misoneisti? All’interno del suo libro, l’autrice ci spiega che cosa sia il misoneismo, ovvero “l’avversione verso il nuovo” e verso ciò che decostruisce e cambia – come sostenne lo scrittore Douglas Adams – ciò che per noi è abitudine, conoscenza, definizione di sé.
“Non possiamo dimenticare completamente la normalità ed è vero che tutto ciò che non è standard ci spaventa e disorienta, ma anche il concetto di normalità è aleatorio, il problema emerge quando questa diventa gabbia ed esclusione, quando si fa strumento nelle mani di chi detiene il potere – ha spiegato la sociolinguista – la normalità è creata dai parlanti, ma a definirla sono coloro che hanno il potere”.
Cercare nuovi punti di vista, ribaltare le prospettive, indagare la profondità può, dunque, esserci d’aiuto? L’etimologia di differènte (etimo.it), per esempio, richiama la varietà che “suppone una pluralità di cose dissimili, atte a dissipare la noia della troppa uniformità e fra le quali spazia volentieri la immaginazione”.
Nella nostra società, spesso vengono “chiamate” quelle che in apparenza sembrano “digressioni”, ma che poi non si rivelano come tali. Esistono, inoltre, la moltitudine e la diversità: nella loro bellezza e complessità ci restituiscono l’idea che conservare la propria individualità è un bene, ma che viviamo in un mondo fatto, perlopiù, di relazioni sociali. E da questo non possiamo prescindere.
“Fa parte dell’essere umani – ha concluso Vera Gheno – e della lingua che è emanazione degli stessi”.









