di Nicola Cariglia*

I non pochi lettori nauseati dalla riffa delle candidature di questi giorni, si chiedono come siamo potuti arrivare a questo punto. Per comprenderlo, si tenga bene a mente una data. Il 9 giugno del 1991 si tenne in Italia il referendum per abrogare numerose norme in materia elettorale.
Con una complessa operazione di taglia e cuci, le preferenze che l’elettore poteva esprimere per la Camera dei deputati diventarono una sola: a fronte di collegi plurinominali che in certi casi prevedevano liste di oltre trenta candidati. La spinta al referendum veniva da un “accrocchio” trasversale di politici, giornali, e grossi imprenditori. L’esponente di punta (oggi si direbbe frontman, ché suona meglio e aiuta di più a confondere la gente) era Mariotto Segni, deputato democristiano e figlio di Antonio, ex presidente della Repubblica.
Al voto parteciparono il 62,50% degli elettori e la maggioranza raggiunse oltre il 95%. Vi contribuirono una serie di fattori: il già strisciante sentimento contro la politica, in primo luogo. Ma anche l’atteggiamento dei giornali che lo cavalcarono, per conto dei loro padroni (che non erano come non sono oggi, editori puri ma imprenditori che si fanno carico delle spese per trarne profitto su altri tavoli).
Ci mise del suo anche Bettino Craxi, con l’appello (incauto) agli elettori ad andare al mare piuttosto che a votare. Un bersaglio in più da colpire, in odio alla politica. E, infine, la Corte costituzionale che aveva sempre escluso che con i referendum, essendo abrogativi, si potesse legiferare. Quella volta fu consentito, con l’originale motivazione che bastava che in qualche modo, anche con il taglio di parti importanti della legge, la materia mantenesse comunque una regolamentazione.
Fu l’inizio della discesa che ci ha portato a questo punto: una politica che ha abdicato alla propria funzione, lasciando un vuoto coperto da altri poteri non sempre visibili. E una opinione pubblica frastornata, male informata, e privata a poco a poco, con leggi ad hoc, del potere di scegliere i parlamentari. Ma gli elettori non sono senza colpe.
Dopo quell’infausto referendum, tutti gli atti successivi che ci hanno portato a questo punto hanno avuto formale assenso di parlamentari devoti ai loro capibastone e di elettori fortemente suggestionati dalle sirene populiste. E sempre, badate bene, convinti dal nobile sentimento di fare un dispetto, ovvero un atto di ribellione, alla vecchia, logora e corrotta classe politica. La stessa motivazione che fu alla base di quell’atto iniziale, ovvero il referendum contro le preferenze. Si diceva allora, e si dice anche oggi, che fossero la causa della corruzione perché le campagne elettorali, per la necessità di trovare voti di preferenza, sollecitavano, ancora prima, la ricerca dei soldi.
Sono passati oltre trenta anni, e siamo alla vigilia dell’insediamento di un parlamento, ridotto nei suoi membri, ancora una volta con senatori e deputati indicati dalla solita oligarchia, e dunque ancora più controllabile. Ovvero, la promessa di diminuire la corruzione si è rivelata un inganno. Anzi, è cresciuta per quantità e, peggio ancora, per qualità. Infatti, incide direttamente sulle regole della democrazia, dal momento che il taglio del cordone ombelicale fra eletti ed elettori le rende opache. Lo si vede benissimo scorrendo i nomi e le qualifiche dei candidati che si leggono in questi giorni: magistrati, ambasciatori, alti burocrati, etc. A formare una matassa che lascia intendere quanto la separatezza e l’autonomia dei poteri sia in Italia compromessa. E quanto sia diventato una finzione il legame con gli elettori. Per ricrearlo, è necessaria una nuova, ennesima legge elettorale ripristinando le preferenze. O, in alternativa, i collegi uninominali
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