di Francesco Lauria
Faccio parte di quella generazione che è l’ultima, davvero l’ultima che ha un ricordo, pur molto sfumato, del mondo diviso in due blocchi.

Se penso ai miei primi ricordi “pubblici” di bambino (a parte il mondiale di calcio di Messico ’86 con l’indimenticabile “mano de Dios” di Maradona) ne conservo principalmente tre.
Il primo è la tragedia dello Shuttle. Mentre mio padre mi portava in macchina a scuola, andavo in prima elementare, l’autoradio, nel traffico del centro di Parma, trasmise il radiogiornale. Mi rimase impressa la morte dell’astronauta non professionista. Mamma e insegnante.
Il secondo, sempre in quell’anno, fu di tutt’altro tenore. L’ultimo goal in bianconero, con relativa intervista a 90° minuto, di Michel Platini. Avvenne in una goleada della Juve contro l’Ascoli, una squadra che portava una maglia davvero simile alla mia squadra del cuore (allora non c’erano terze e quarte divise utili solo a compiacere gli sponsor…).
Il successivo ricordo (diviso in due distinti momenti) incrocia un fatto che dovremmo tenere vivo nella nostra memoria.
Fu l’incontro di Reykjavík in Islanda, nell’ottobre del 1986, tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Un vertice in realtà interlocutorio, ma fondamentale nello scioglimento del ghiaccio con quello che l’ex attore holliwoodiano, divenuto Presidente degli Stati Uniti, aveva, anni prima definito: “l’Impero del Male”.

Di lì a poco le parole glasnost e perestroika sarebbero divenute di uso e significato comune. Di lì a tre anni avremmo ascoltato e visto il violoncello di Rostropovic suonare ed emozionare durante l’incredibile caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989.
Ma, nella memoria di un bambino, rimangono impresse soprattutto le immagini. Anche le più semplici.
Quella che davvero mi colpì (già allora mi interessavo, fin troppo precocemente, alla politica) fu di vedere, al telegiornale, nel dicembre del 1987 di nuovo Reagan e Gorbaciov incontrarsi, questa volta a Washington.
I due conclusero un accordo storico sulla distruzione delle testate nucleari in Europa. L’immagine, consegnata alla storia, è quella dello scambio, dopo la firma, delle penne stilografiche.
Reagan, proprio Reagan, si spinse a dire a Gorbaciov questa frase: “E’ tempo di muovere dal confronto alla cooperazione tra i nostri due paesi.”
Fu un momento di euforia, gioia, speranza, diffusa che arrivava fin a noi bambini occidentali delle elementari.
C’è chi parlò, anni dopo, sbagliandosi clamorosamente, di fine della Storia.
Altre immagini, ben diverse, ritornano nella nostra memoria, come quelle del golpe dell’agosto del 1991 e, soprattutto, del discorso di commiato di dicembre dello stesso anno, nel giorno in cui lo stesso Gorbaciov, tradito prima dalla vecchia guardia e poi scavalcato dall’emergente e ambiguo Eltsin, ammainava, per sempre, la bandiera dell’Urss.
O ancora, molti anni dopo, della pubblicità, non proprio di buon gusto, di Luis Vuitton, con il primo piano proprio di Gorbaciov, novello testimonial di un brand del lusso del capitalismo.
Nessuno è perfetto.
Oggi, nel giorno del commiato, però, mi piace ricordare l’ultimo leader sovietico, con un soffio di Pace, con quella immagine islandese in cui nessuno trionfa, ma si cercano, con pazienza e ostinazione, di porre le basi per un mondo migliore e con lo scambio delle stilografiche dell’anno successivo.
Gorbaciov non fu, certamente, un “vincente” della storia, ma non è solo dalle vittorie, come mi insegnò una volta Pierre Carniti, che si costruisce il bene comune dell’umanità (o delle organizzazioni…)
Nessuno ci toglierà la sensazione di Speranza e di Futuro che quegli incontri, pur tra mille cautele e complessità, donarono all’umanità.
Nessuno, purtroppo, ci toglie il senso di distanza enorme dal nostro presente di guerra.
Nessuno, infine, ci toglie quel senso di responsabilità di un necessario, quanto complicatissimo nuovo stravolgimento: dove un impero del Male, può trasformarsi, non senza terremoti, non senza cambi di leadership, in un partner con cui collaborare, non unilateralmente.
Di certo, è ben preferibile quando le armi vengono concordemente distrutte, non quando riprendono ad essere costruite, commerciate su vasta scala e, soprattutto, dopo un’infame, ingiustificabile tremenda invasione, usate fin a pochi metri da centrali nucleari e sulla testa delle popolazioni civili.
Tornando a Gorbaciov, oggi ricordiamo un uomo che, pur con contraddizioni e incertezze, ha avuto il grande coraggio di fare la storia e di provare a costruire un mondo più giusto e meno “armato”.










