mercoledì, Settembre 9, 2026

A Venezia 79 “L’immensità”, film di Crialese con Penelope Cruz

di Giacomo Martini

VENEZIA – Il film “L’immensità” prende il titolo dal famoso brano scritto da Don Backy, Detto Mariano e Mogol, presentata da Don Backy e Johnny Dorelli al Festival di Sanremo 1967 che fa da colonna portante allo svolgimento in maniera originale della storia.

Il film è interpretato dalle protagoniste Penélope Cruz e Luana Giuliani (nella storia Adriana/Andrea), l’attrice spagnola che interpreta la madre mostra una naturale inclinazione per le parti che la chiamano in scena come madre, ruolo per cui è già stata Coppa Volpi lo scorso anno alla Mostra per Madres Parallelas.

Il film è diretto da Emanuele Crialese. “Ho interpretato così tanti madri, già quando ero molto giovane: con Pedro Almodóvar ho fatto sette film e in cinque interpreto una madre, credo non sia una coincidenza. Ho un senso materno molto spiccato e sono anche affascinata da quello che succede all’interno di ogni famiglia: tutto questo fornisce un mondo infinito da scoprire.

L’attrice spagnola Penelope Cruz sul red carpet di Venezia 79 (foto di Stefano Di Cecio)

Il mio fascino per questo tema, unito al mio forte istinto materno, mi ha sempre guidata; ho sempre desiderato diventare madre sin da una tenera età, è proprio qualcosa che mi appartiene. Ho interpretato sul grande schermo tante madri e per me è ogni volta un grande onore poterlo fare.

Questa madre rappresenta tanti tipi di madri contemporaneamente, si può vedere quello che è davvero interiormente, quello che potrebbe essere, quello che vorrebbe essere: è un personaggio sfaccettato, complesso. Era già così viva sin dalla sceneggiatura, sulle pagine: ritenevo questo film molto importante da fare”, spiega Cruz. 

È la sequenza al laboratorio scolastico di Scienze a restituire l’essenza del film, quando l’insegnante – mentre gli alunni sono immersi con lo sguardo dentro le lenti del microscopio – spiega il nucleo della cellula, affermando che “dentro ogni cosa ce n’è un’altra nascosta”, informazione a cui Adriana/Andrea ribatte domandando: “ma è più importante quello che abbiamo dentro o fuori?”. 

La domanda non è solo sottile, guizzante, intelligente, espressione di una giovane mente sensibile e aperta all’esistenza, ma specchio di sé, perché il personaggio cui dà corpo e anima Luana Giuliani è nata Adriana ma si sente Andrea. Questione, questa, nota alla famiglia, nervosamente poco tollerata dal padre (Vincenzo Amato) ma invece con naturalezza, empatia, poesia, spirito ludico e carezzevole amore dalla mamma. 

L’immensità è anche la storia di una famiglia degli anni Settanta della Roma borghese, che resta sullo sfondo panoramico: in scena i conflitti coniugali, quelli giocosi tra fratelli, il falso perbenismo delle scampagnate collettive con fratelli e cugini o delle luccicanti cene natalizie, allegrie e luci dietro cui vivono banali e bassi segreti – come la gravidanza della segretaria del padre – o la malinconia oscura della mamma. 

Emanuele Crialese, che torna dietro la macchina da presa dopo Terraferma (2011), e al suo quinto film con L’immensità, conferma una mano in stato di grazia per la regia, per esempio ricorrendo ad alcuni plongée, come quello simbolico d’apertura: sulla terrazza condominiale Adriana/Andrea tira fili di tessuto tra le antenne dei ripetitori per rivolgersi poi verso il cielo, alzando le braccia, e invocando un “mandatemi un segnale”, perché, come poi dirà alla mamma, dopo aver fatto una congestione da ostie della comunione, “Dio – quindi il cielo – mi deve fare un miracolo”.

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