di Marco Cei
Dopo l’ultima Guerra Mondiale, appena istituita la Repubblica, il Governo di De Gasperi decise di bandire un concorso nazionale aperto a tutti per individuare l’emblema della Repubblica Italiana, che vide arrivare 197 proposte: vinse quella di Paolo Paschetto, torinese docente presso l’Accademia di belle arti di Roma nonché disegnatore di francobolli e banconote. La sua proposta era caratterizzata da tre elementi: oltre alla stella, troviamo la ruota dentata, e i rami di ulivo e di quercia.

Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale. Il ramo di quercia che chiude a destra l’emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi sono tra le specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo. La ruota dentata d’acciaio, simbolo dell’attività lavorativa, dà forma al primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Fra i nostri elementi costitutivi e nella nostra stessa identità c’è quindi la quercia, che d’altronde è da sempre considerato l’albero per eccellenza, venerato come l’asse di congiunzione fra l’umano e il divino: Jahvè appare ad Abramo presso le querce di Morè e poi quelle di Mamre, il più antico oracolo greco è quello di Dodona, le cui profetesse erano donne che interpretavano il volere di Zeus dallo stormire delle sue alte fronde, le antichissime querce della mitica selva Ercinia, le cui radici sollevavano le colline, erano dedicate a Thor, dio del tuono e protettore dell’ordine e della fertilità, la Quercia d’Oro era il simbolo di Perkunas venerato da Lettoni e Lituani e di Taara degli Estoni; o ancora nel mondo celtico, la figura e il nome stesso dei sacerdoti, i Druidi (dal celtico druwides e dal greco drus,) si identificano nella quercia. Nel mondo della mitologia greca e poi romana, le querce più vecchie (Dryàs) ospitavano due specie di ninfe, le driadi, che potevano abbandonare l’albero (per cui i sacerdoti dovevano allontanarle con uno speciale rito, per poi dare l’autorizzazione ad abbatterlo), e le amadriadi che invece erano legate per sempre alla quercia abitata e morivano insieme ad essa. Nella Roma ancora più antica la quercia era l’emblema della sovranità, della vittoria e del valore civico: le corone di quercia, attribuite a pochissimi, e per tutta la loro vita; le Vestali, inoltre dovevano custodire un fuoco eterno a Giove, usando la legna di un boschetto sacro di querce. I primi secoli del Cristianesimo videro una vera e propria guerra da parte della Chiesa contro questi alberi sacri e pagani, come quella di Cirillo e Metodio nella loro evangelizzazione dell’Europa dell’est (Cirillo discusse con loro il problema, pronunciò un sermone e infine li persuase ad abbattere l’albero e a darlo alle fiamme. Quindi porse loro il Vangelo …). Le fasi successive videro all’opposto legare le querce alla devozione religiosa, soprattutto riferita alla Madonna, con il compito di scacciare le antiche ninfe: ecco allora i molteplici casi in Maremma e in Val d’Orcia, nonché quelli ugualmente numerosi legati alla vita e ai miracoli di San Francesco, come il cosiddetto Alberino di Siena, leccio nato dal bastone usato dal santo. Ma in fondo questi erano solamente alberi “salvati” dal loro stato barbaro, comunque demoniaco, come testimoniato dalla Quercia delle Streghe, una delle più belle querce d’Italia, conosciuta anche come quercia di Pinocchio, dove Collodi immagina sia stato impiccato il burattino, che si trova a Gragnano (LU), in località San Martino in Colle. Si tratta di una Quercus pubescens, cioè di una roverella, albero tipico delle nostre zone collinari.

Ma non tutte le querce sono uguali. Ci sono centinaia di specie diverse in tutto il mondo, la maggior parte delle quali cresce in Nord America e in Asia orientale, ma diverse sono anche originarie dell’Europa. Quelle tipiche dell’Italia si contano sulle dita delle mani: farnia (Quercus robur) e rovere (Quercus petraea) nelle zone più umide, il leccio (Quercus ilex) e la sughera (Quercus suber), sempreverdi, in quelle mediterranee, roverella (Quercus pubescens) e cerro (Quercus cerris) in collina e bassa montagna, più altre di minore diffusione (Quercus frainetto, Q. coccifera, Q. pyrenaica).

Le più imponenti sono la farnia e la rovere, che possono raggiungere i 30-35 metri di altezza e gli 800 anni di età, mentre le altre sono di taglia leggermente minore. Altra caratteristica di tutte le querce è la relativa lentezza di crescita, correlata alle caratteristiche del legno prodotto, di estrema durezza e densità.

Infatti il legno di quercia è un legno duro e con peso elevato, ma è anche relativamente elastico e facile da lavorare. Inoltre, è durevole e resistente alle intemperie, per i tannini presenti nel legno che lo rendono resistente alla putrefazione e che per questo può essere conservato a lungo in quanto resistente all’attacco di funghi e insetti. Viene usato perciò per costruzioni terrestri o marine che necessitino tutte queste caratteristiche.

Traversine sotto i binari ferroviari, travi portanti nell’edilizia, botti e tini, scafi e alberi di imbarcazioni, briccole per la laguna, mobili e pavimenti quasi eterni sono stati e continueranno a essere fatti con legno di quercia. L’accostamento di questa specie vegetale al mondo divino è infatti dovuto al suo apparire eterno, sia da viva che da morta in opera, oltre che alle sue dimensioni fuori dal comune. I mitici Ent del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien fanno riferimento alle querce, alberi vecchissimi ed enormi che riescono a spostarsi e a comunicare fra loro.











