FIRENZE – Due importanti artisti Jean Arp e Alberto Magnelli al Museo Novecento, all’interno dell’antico Spedale delle Leopoldine in Piazza Santa Maria Novella, che potremo vedere fino al 15 febbraio 2023.
“Larme de galaxie” è il titolo dell’opera di Arp datata 1962. Un unicum nella produzione scultorea di Arp, un piccolo capolavoro donato grazie alla generosità della moglie dell’artista, Marguerite Arp-Hagenbach, che nel 1967, all’indomani della drammatica alluvione del 1966, rispose con questo significativo omaggio all’appello lanciato agli artisti contemporanei da Carlo Ludovico Ragghianti e “fortunatamente” tornato alla luce dopo quasi due anni di studio e ricerche condotti da Emanuele Greco, curatore della mostra, che ha riscoperto l’importantissima opera del maestro alsaziano conservata nei depositi delle collezioni civiche.

L’opera “Larme de galaxie” appartiene ad una fase tarda dell’attività dell’artista, ma rappresenta pienamente la poetica di Arp in scultura, che prese avvio agli inizi degli anni Trenta, dopo la conclusione delle fasi dada e surrealista, con la ricerca di una plastica astratta, di matrice organica, intesa cioè non come imitazione delle forme della natura, ma come natura essa stessa, attraverso queste forme arrotondate, rese sinuose da un delicato gioco di variazioni tra rigonfiamenti e avvallamenti sulla levigatissima superficie, oltre che da un armonioso profilo ondeggiante “di un mondo originario, preistorico, affascinante e misterioso” come avrebbe detto il critico Giuseppe Marchiori nel 1964.

Questa preziosa “Lacrima” è una scultura in duralluminio realizzata da Arp nel 1962, che a distanza di quasi sessant’anni dalla sua unica apparizione presso la Galleria Schwarz di Milano (1965) torna finalmente visibile in un’esposizione pubblica; possiamo affermare che è la protagonista assoluta di questo progetto espositivo e dialoga con un dipinto di Leone Minassian, come ha messo ben in evidenza il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti, che è stato un importante rappresentante della pittura astratta dopo la seconda guerra mondiale, di origine armena (Costantinopoli 1905 – Venezia 1978), autore ingiustamente ai margini della storia dell’arte e ora oggetto di valorizzazione da parte del Museo Novecento, tramite Arp che conobbe nel 1954 proprio a Firenze.
L’altro artista è Alberto Magnelli, la cui mostra, dal titolo “Armocromie”, si compone di una serie di opere che includono dipinti, disegni e collage realizzati tra il 1914 e il 1968 che ci consentiranno di riscoprire la complessa parabola creativa dell’artista, a partire dall’esposizione dell’intero lascito destinato dallo stesso Magnelli, in punto di morte, alla propria città natale: Firenze.
Questa mostra dedicata al maestro dell’astrattismo internazionale Magnelli, a cura di Eva Francioli, “si inserisce all’interno del ciclo espositivo che, con cadenza regolare, intenderà delineare dei brevi ritratti di grandi artisti del ventesimo secolo, nell’intento di approfondire specifici aspetti della loro pratica ed episodi meno indagati della loro vita”, i cui lavori contribuiranno all’importante progetto di valorizzazione delle opere e degli artisti presenti nelle collezioni civiche fiorentine.

“All’inizio del mio mandato nel 2018 – ha detto il direttore Sergio Risaliti – ho deciso per un progetto di valorizzazione delle opere delle collezioni civiche basato su speciali focus dedicati ai singoli artisti presenti nei depositi, dopo Mario Mafai, Mirko Basaldella, Corrado Cagli, adesso è stata la volta di Alberto Magnelli, di cui il Comune di Firenze conserva il lascito direttamente ricevuto dall’artista di ben 15 capolavori, con opere rappresentative di tutte le fasi della sua carriera: dagli inizi figurativi, quando l’artista prendeva ispirazione dalla conoscenza dell’opera dei maestri francesi quali Matisse e altri, fino alle Esplosioni liriche, Le pietre e successivamente le opere astratte, cifra personale assoluta del linguaggio di Magnelli. Certo è che Magnelli è un maestro del colore, da qui la scelta del titolo che rievoca le sperimentazioni cromatiche che hanno coinvolto il mondo dell’arte dalla metà dell’Ottocento in poi”.

Alberto Magnelli, toscano di nascita, ma francese di adozione, ha contribuito in maniera determinante alla diffusione di nuovi codici visivi nell’Europa del secondo dopoguerra. Artefice di una lunga e incessante ricerca sul mezzo pittorico, a cavallo tra gli anni Dieci e gli anni Sessanta ha sviluppato un repertorio del tutto originale di forme e colori. Non possiamo dimenticare il confronto con le esperienze più innovative dell’arte internazionale, coltivato anche attraverso l’amicizia con i principali protagonisti della scena artistica e culturale parigina. Un posto speciale sarà, in tal senso, ricoperto da Jean Arp e dalla moglie Sophie, con i quali Magnelli condividerà importanti esperienze d’arte e di vita negli anni della Seconda guerra mondiale.
“Le opere in mostra, riunite per la prima volta dopo lungo tempo, si offrono ai nostri occhi come partiture cromatiche in grado di trasportarci in una dimensione altra, segnata da una musicalità sommessa e garbata, frutto di una calibrata definizione formale – commenta la curatrice Eva Francioli – è proprio l’elegante orchestrazione di linee e colori che ci offrono una preziosa chiave per entrare nell’universo pittorico di Alberto Magnelli: un universo fatto di infinite variazioni, crescendo improvvisi e delicate sospensioni, che si rivela oggi in tutta la sua vitale creatività”.

Il nucleo è esemplificativo della grande varietà di stili e tecniche sperimentati dal pittore nel corso degli anni: dalle esperienze giovanili – in cui l’influsso della grande arte italiana del Tre e Quattrocento si combina alle suggestioni dell’avanguardia francese e alla passione per le linee primordiali dell’arte tribale – alle composizioni più mature, in cui Magnelli declina, con crescente consapevolezza, un personale linguaggio di tipo astratto.
Rimane costante, nella sua produzione, l’interesse per la componente cromatica e le sue infinite declinazioni. Proprio la complessa orchestrazione del colore costituisce la chiave di accesso alla conoscenza di questo grande maestro: un’armonizzazione sofisticata e mai scontata, in grado di veicolare le diverse fasi artistiche ed esistenziali attraversate da Alberto Magnelli nel corso della sua lunga ed entusiasmante carriera.

A proposito del percorso artistico ecco alcune date: nel 1909-1910 partecipa alla VIII Biennale di Venezia e tornerà ad esporre l’anno successivo nella Sala Internazionale della Gioventù; nel 1912 partecipa alle attività del caffè “Giubbe Rosse” e conosce alcuni membri dell’avanguardia futurista fiorentina; nel 1915 “nascono” i primi quadri astratti e intrattiene una corrispondenza con Apollinaire; nel 1917 incontra Picasso a Firenze e continua profiqui rapporti epistolari con Ardengo Soffici, Giorgio de Chirico, Fernand Léger, oltre che con Longhi, Cecchi, Rosai; nel 1921 tiene una mostra personale alla Galleria Materassi. Nel 1922 Magnelli ritorna a Parigi e nel 1930 e nel 1932 partecipa alla Biennale di Venezia.
Nel 1933 conosce Kandinskij; tra il 1941 e il 1942 lavora insieme ai coniugi Arp a un album di opere grafiche; nel 1950 partecipa alla Biennale di Venezia con una sala personale e dall’anno dopo è protagonista di numerose esposizioni: ricordo quella del 1955 a Documenta Kassel. Nel 1958 si trasferisce a Meudon e dal 1964 realizza anche dei collage che chiudono in maniera simbolica la mostra “Armocromie” e nel 1973 la donazione da lui fatta alla Città di Firenze viene sancita con un’importante mostra presso la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti.
Jean Arp e Alberto Magnelli, un doppio appuntamento da non perdere!










