mercoledì, Settembre 9, 2026

Abbecedario verde. V come Verde verticale

di Marco Cei

Da un po’ di tempo il termine Verde verticale è entrato nel lessico comune, indicando una parete o un muro coperti dalle fronde di specifiche piante, quasi sempre erbacee, al massimo arbustive, oppure anche arboree che si sviluppano però in contesti inconsueti.

L’edificio-foresta 25 Verde a Torino (2012) dell’architetto Luciano Pia

Conferendogli un significato più ampio, il termine Verde verticale può definire ogni sistemazione a verde pensile in cui il substrato di coltivazione viene staccato dal suolo naturale, indipendentemente dalla giacitura delle superfici. È possibile trovare traccia di queste sistemazioni artificiali, oggi molto moderne, in civiltà e luoghi molto lontani da noi. Alla sfera dei miti senza tempo appartengono le storie del mondo protostorico germanico e scandinavo narrate da J.R.R. Tolkien nei suoi libri, dall’Hobbit al Signore degli Anelli, in cui si incontrano abitazioni completamente immerse nella natura.

Non si tratta di pure invenzioni letterarie, ma sono mutuate da modalità costruttive reali, tipiche di questi paesi nordici, ovviamente reinterpretate dalla fantasia dell’autore. Usando materiali naturali dei luoghi, dal granito per i basamenti agli assi di abete, alle cortecce di betulla e alle “piote” erbose per le coperture, questi popoli nordici hanno costruito per millenni i loro edifici ben impermeabilizzati e coibentati, chiamati “Turf Houses”, cioè case di torba o di erba, secondo tecniche tuttora utilizzate.

Turf houses in Islanda

Ancora fra mito e storia, si trovano i famosi giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico, realizzati da re Nabucodonosor II (VI sec. A.C.) per alleviare la nostalgia della giovane moglie Amiti verso le sue verdi montagne persiane. I giardini si sviluppavano su terrazze sovrapposte a forma di piramide tronca, ognuna alta fino a 40 metri, che ospitavano piante provenienti anche da zone molto lontane, in un vero e proprio orto botanico ante litteram, dotato di un complesso sistema di sollevamento e distribuzione idrica per irrigare i giardini.

Ricostruzione fantastica dei giardini pensili di Babilonia

Più vicini a noi, e tralasciando le sistemazioni pensili a giardino con ninfei e peristili ricavati sopra una grande cupola con occhiale centrale nella Domus Aurea di Nerone a Roma (I secolo d.C.), non si può dimenticare un vero e proprio archetipo architettonico, il Palazzo Piccolomini a Pienza, che Bernardo Rossellino realizzò per la città ideale di Papa Pio II: tuttora si protende sulla Val d’Orcia uno dei primi giardini rinascimentali, completamente realizzato su suolo artificiale riportato.

Palazzo Piccolomini a Pienza

Con un salto di qualche secolo, arriviamo alla città moderna, fatta di edifici sempre più alti, nei quali a un certo punto si pensò di coniugare le grandi altezze dei grattacieli con balconi, terrazze e giardini. Il primo fu il Casino Theatre a Broadway – New York nel 1880. Il significato di questa innovazione, che come vedremo arriva fino a noi, lo affido alle parole di Michael Jacob, grande critico del paesaggio contemporaneo: «costruire un “roofgarden” sul tetto dell’edificio ebbe un successo strabiliante. Per la buona società newyorkese non esisteva un luogo più “in” del giardino che ospitava, letteralmente in alto, coloro che si consideravano l’élite del momento … Sottolineando l’importanza del concetto di rappresentazione, i nuovi “giardini” elevati e lussureggianti portavano in alto la “high society”, isolandola in un altro mondo che il giardino, novello “hortus conclusus”, esprimeva alla perfezione».

La sommità del Casino Theatre a Broadway in una foto d’epoca

L’altro grande polo culturale fra Otto e Novecento è a Parigi. Il Movimento Moderno e Le Corbusier individuano alcuni nuovi canoni di riferimento: fra i famosi 5 punti dell’architettura moderna, il primo è proprio il distacco dell’edificio dal suolo (i pilotis) e il secondo è lo sfruttamento della copertura per usi umani (il toit-terrasse). In certi progetti, come nella casa-giardino per Charles de Beistegui a Parigi, è come se si scoperchiasse l’edificio scoprendovi surreali stanze verdi.

Roberto Burle Marx è un’altra figura luminosa: architetto, botanico, pittore, forse il più grande paesaggista del XX secolo; realizza numerosissimi giardini, caratterizzati da una infinita varietà vegetale, con specie conosciute e talvolta scoperte da lui stesso negli ambienti tropicali dell’Amazzonia, osservando come molte di loro fossero in grado di vivere e crescere senza terreno, ma semplicemente abbarbicandosi su rocce fessurate o appoggiandosi sopra altre piante. Sono le cosiddette piante rupicole ed epifite, piante capaci di trarre nutrimento da umidità e sali minerali sul poco materiale organico sul quale si appoggiano. Le sue scoperte e soluzioni saranno ispirazione diretta del verde verticale odierno.

Banco Salfra a San Paolo (1983) e Roberto Burle Marx

Negli ultimi decenni del XX secolo si staglia un’altra figura di riferimento nell’architettura verde, ed è Emilio Ambasz, consapevole che «Il verde è, al momento, uno stato d’animo che deve ancora creare una propria realtà culturale. A tal fine, le tecnologie sono in fase di sviluppo, ma non hanno ancora creato un insieme di metodi affidabili. Non dubito che col tempo ciò avverrà. Il punto chiave è non confondere la tecnologia pirotecnica con l’architettura. Per fare un edificio verde, c’è bisogno di tecnologia, e per creare architettura, c’è bisogno di arte».

Centro Acros (Asian Cross Road Over the Sea) di Emilio Ambasz a Fukuoka (1995)

Il centro ACROS si presenta verso nord con una struttura in acciaio e cemento armato di quattordici piani fuori terra con una facciata continua in alluminio e vetro. Protagonista “green” è il fronte sud, dove quattordici giardini terrazzati formano una monumentale scalinata colma di vegetazione come estensione del vicino Tenjin Central Park. Una simbiosi certificata anche da un’indagine di misurazione dell’ambiente termico condotta da Takenaka Corporation, Kyushu University e Nippon Institute of Technology, secondo cui la realizzazione di Ambasz contribuisce in modo significativo all’abbattimento dell’isola di calore circostante, alla riduzione del consumo di energia, di emissioni di CO2, e garantisce nelle stagioni calde una differenza di 15° C tra esterno e interno della piramide.

Il tempo certifica inoltre l’importante sviluppo naturale della vegetazione impiegata: dalle 76 varietà e 37.000 piante presenti all’inaugurazione, il centro ne conta oggi rispettivamente 120 e 50.000. Si può davvero parlare di una nuova Natura urbana.

Ambasz ha introdotto il concetto di «green over the grey», sostenendo la complementarità fra costruito e vegetazione, come pure che «le città sono per gli edifici, e le periferie sono per i parchi è un’idea sbagliata e di vedute ristrette. L’edificio di Fukuoka dimostra, una volta per tutte, che si può avere contemporaneamente edificio e giardino, il 100% dell’edificio e il 100% del verde che gli utenti e i suoi vicini desiderano». Per l’Italia, oltre a molti studi e una memorabile mostra al MOMA (1972) sul design come nostro nuovo paesaggio domestico, Ambasz ha realizzato l’Ospedale dell’Angelo di Mestre, partendo dall’idea che la natura deve essere un’alleata nella guarigione dell’uomo; l’atrio è un vero e proprio giardino d’inverno, con alberi, arbusti, fiori e piante aromatiche.

Emilio Ambasz nell’ospedale di Mestre (2008) e in un ritratto di James Wines dello Studio SITE di New York

Inaugurato nel 2014, il Bosco verticale di Stefano Boeri ha sollevato grandi discussioni: celebrato come ambizioso progetto di riforestazione metropolitana e di densificazione verticale del verde è risultato vincitore dell’International Highrise Award, premio di grattacielo più bello del mondo. Ma sono arrivate anche molte critiche, rivolte soprattutto ai dubbi che i costi in termini energetici sia per la realizzazione che poi la gestione del complesso siano effettivamente sostenibili.

Il Bosco verticale, foto d’insieme e sezione tipo (da stefanoboeriarchitetti.net)

Il Bosco verticale. Diagramma distribuzione verde (da stefanoboeriarchitetti.net)

Come, per esempio, Michael Jacob che, con parole forti, (facendo forse di tutta l’erba un fascio) smonta il valore ecologico di molte realizzazioni contemporanee, a partire proprio da quella di Ambasz per finire al grattacielo di Boeri: «ACROS, l’edificio-terrazza realizzato a Fukuoka da Emilio Ambasz, nel 1995, è un esempio della tendenza di sfruttare massicciamente i balconi per l’inserimento del verde. Il lato sud dell’enorme centro di congressi crea una serie di 15 terrazze aperte al pubblico. Collegando l’edificio con il parco Tenjin al pianterreno permette inoltre di instaurare un sistema “verde” dove la natura pare dominante. Basta visitare invece il lato nord per tornare brutalmente nel mondo ultra-razionale della “macchina architettonica”. La faccia verde di ACROS è stata progettata come una gigantesca opera di compensazione: il buco creato e ricoperto dall’edificio doveva essere reso alla città come materia “verde”. Il famoso “bosco verticale” di Milano fa parte di questa serie. Si tratta, in verità, di una costruzione standard riempita di verde. La genialità del progetto sta tutto nel marketing che ha saputo vendere un’immagine, quella della torre verde o ecologica. Chi ha celebrato l’opera di Boeri non ha guardato né ai costi ecologici (a quanto ammonta l’energia per mantenere la vegetazione esposta sui balconi?), né alla loro funzione reale. La decorazione che veste da ogni parte la torre è stata confusa con la sua sostanza, perché perfettamente adattata agli standard dell’estetica attuale. Il “bosco verticale” non è un’opera verde, bensì un life style building, cioè l’espressione iconica di una architettura che va vista e ammirata a priori. Il verde è qui soltanto un “dressing” contemporaneo, un segno superficiale e costoso che però fa vendere».

Emerge come il tema Green Architecture non sia per niente chiaro e condiviso, e di quanti dubbi vi siano nella verifica di sostenibilità. Perciò continueremo anche nella prossima puntata dell’Abbecedario a occuparci di bilanci energetici, di tetti e muri vegetali, e di verde verticale in senso stretto.

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