PRATO – “Noi attori siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”.
È questa citazione, tratta da “La tempesta” di Shakespeare, a rappresentare una delle molte, possibili chiavi di lettura e di interpretazione dello spettacolo “La stoffa dei sogni” in scena in prima assoluta al Teatro Metastasio di Prato.
L’ultimo lavoro firmato da Armando Pirozzi e Massimiliano Civica, e interpretato da Renato Carpentieri, Vincenzo Abbate e Maria Vittoria Argenti, è un viaggio metateatrale fra realtà e sogno, verità e finzione, follia e illusione, che mette di fronte allo spettatore, in maniera volutamente confusa e straniante, una serie di suggestioni e spunti di riflessione.

Che cosa significa veramente recitare a teatro? Chi è il bravo attore? Un pagliaccio, un buffone, un illuso, un inguaribile sognatore, oppure un saggio che si lascia trascinare dal vortice della fantasia, e che ha compreso, a differenza degli altri, come la stessa vita sia un sogno a occhi aperti?
Tra richiami diretti o indiretti a maestri dell’arte teatrale come Shakespeare, Ibsen e Pirandello, “La stoffa dei sogni” mette in scena un “notturno” in cui il difficile e complicato rapporto familiare tra un padre e la propria figlia si innesta su una più ampia e generale riflessione sull’arte teatrale.
Il vecchio Carmine, anziano attore e cabarettista di modesto successo, personaggio ora comico, ridicolo e buffonesco, ora tremendamente serio – spesso si mette a recitare a memoria i versi dei grandi classici del teatro europeo – arriva una piovosa e fredda sera d’inverno a casa della figlia Barbara, con l’intento di rivederla e di aiutarla economicamente a seguito di un problema familiare.
Tra i due sorge subito un muro di incomunicabilità: il vecchio fa di tutto per “sciogliere” il comportamento rigido e impassibile della figlia, che con parole aspre e sprezzanti fa capire di non gradire la visita e l’intromissione del padre, accusato di essere stato assente e “fuggiasco” dal momento in cui ha deciso di “consacrare” la sua vita e la sua carriera al teatro. È una sorta di “condanna” e di ossessione che ha accompagnato il vecchio attore per tutta la vita: lo dimostra il sorprendente dialogo con il suo giovane allievo Rocco, un ragazzo suo collega di scena che lo segue in tournèe, ma che in questo frangente si trasforma nel suo alter-ego di quando era anch’egli un giovane attore in erba, pieno di sogni, ambizioni e belle speranze.
Sogni forse destinati a svanire, o a prendere il sopravvento sconfinando quasi nella follia: come è accaduto a Carmine, che vive in una sorta di “mondo parallelo” popolato dai personaggi dei drammi teatrali che interpreta. Ecco allora le citazioni shakespeariane e i dialoghi immaginari con Prospero e Ariel, con il principe Amleto, con re Lear: un universo in cui il vecchio si è “rifugiato” forse per proteggersi dalle incomprensioni degli altri e dal disprezzo di Barbara, nonchè dalle noie e dai compromessi dell’esistenza quotidiana.
Fra goffi tentativi di riconciliazione, momenti surreali e giochi buffoneschi, la vicenda non giungerà a una conclusione definitiva. Ma non importa: più che l’azione in scena contano le parole dei tre protagonisti, in una continua “sfida” allo spettatore tra verità e menzogna, realtà e invenzione teatrale.
È, in definitiva, una riflessione sull’artista: sognatore, bugiardo, figura sfuggente e indefinibile dalle molte “maschere”, ma allo stesso tempo così tremendamente importante per aprirci le porte della fantasia e dell’immaginazione.










