di Marco Cei
Molti di noi hanno visto qualche anno fa “Into The Wild”, film di Sean Penn sulla storia di un ragazzo benestante, dagli ottimi voti scolastici, Christopher McCandless, che a 24 anni lascia tutto quello che ha e inizia a vagabondare prima nei deserti della California per poi spingersi sempre più a nord, fino all’Alaska, dove vive per qualche mese in un bus, e dove alcuni cacciatori arrivati fin là lo ritrovano morto di stenti, insieme a pochissimi oggetti che gli tenevano compagnia o gli servivano per vivere: fiammiferi, stivali, una macchina fotografica e alcuni libri, Tolstoj, London e Thoreau. In particolare di quest’ultimo, Walden ovvero la vita nei boschi, era sottolineato in più punti, annotati con la parola «verità».

Un altro film, ancora più visto, contiene altre tracce di questo libro di metà dell’Ottocento – “L’attimo fuggente” di Peter Weir (1989), con citazioni fatte dai ragazzi riuniti nella Setta dei Poeti Estinti: «Andai nei boschi perché desideravo vivere profondamente, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto».

Nel 1845 un timido giovane di nome Henry David Thoreau andò «nei boschi perché desiderava vivere profondamente». Usando vecchie assi trovate in una baracca poco distante, lui e alcuni amici costruirono una piccola capanna vicino a Walden Pond, a Concord, Massachusetts. Deciso a spezzare l’incantesimo del blocco dello scrittore, rimase lì più di due anni, per «succhiare tutto il midollo della vita». Walden è ritenuto una pietra miliare della identità americana, decisiva per capire quel mondo (“l’irriducibile, caustico individualismo yankee”), che porterà fino a Hemingway e Kerouac, nonché a Ginsberg e a tutta la Beat Generation. Insomma, è un libro ‘sacro’, dove la visione estetica – la bellezza dei boschi – coincide con quella etico-anarchica – tagliare i ponti e non dovere niente a un paese che si ritiene ingiusto.
Ma vi è moltissimo altro, come ci suggerisce Paolo Cognetti: «In effetti, molti temi affrontati qui per la prima volta sono più urgenti oggi di centocinquant’anni fa: la ricerca di uno stile di vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza». E in questo modo arriviamo anche alle Otto Montagne, prima nelle librerie e poi, proprio in queste settimane, nelle sale cinematografiche, a dimostrazione indiretta della assoluta attualità di questo testo. Paolo Cognetti, dopo il Premio Strega, affermava «Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau, e i racconti di Mario Rigoni Stern: sono stati i miei due capisaldi, le Bibbie, chiamiamole così, della vita all’aria aperta e della religione della natura. Sulle mie Otto Montagne ho portato le loro parole e i loro boschi».

Le pagine di Thoreau, sono intrise di una grande consapevolezza naturalistica, che ci aiuta a distinguere e riconoscere animali e piante e soprattutto a celebrare la vita: «Non possiamo mai averne abbastanza della Natura. Dobbiamo essere rinfrescati alla vista di un vigore inesauribile, e di fattezza vaste e titaniche; la costa del mare con i suoi naufragi, i boschi selvaggi con i loro alberi vivi e marcenti, la nube carica di tuono, la pioggia che dura tre settimane e provoca straripamenti… che ci sia vita che pascoli liberamente dove mai noi vaghiamo».
In ultima analisi Walden è un inno alla libertà che si può sperimentare abitando nei boschi. E con esso tornano in superficie antichi miti, come quelli di Artemide e Dioniso, in cui gli uomini e le città, incitati ed eccitati dagli dei, perdono la ragione e si dirigono verso le oscure montagne, come in Euripide, in cui il re di Tebe, cioè la legge e l’ordine costituito, viene fatto a pezzi dalle Baccanti in estasi: vivere nei boschi significa rifiutare conformismi e consuetudini sociali. Ma la trasgressione ha come fine ultimo la conoscenza intima di se stessi, e non l’alienazione, grazie a una recisione solo temporanea di ogni legame: Thoreau fin dall’inizio della sua esperienza solitaria sa di voler tornare a vivere nella comunità civile. Anche i protagonisti delle Otto Montagne, con l’estraniamento fisico approdano a una consapevolezza maggiore di se stessi, in un percorso lungo e talvolta doloroso. «Beccaccini e beccacce possono anche offrire rari divertimenti, ma io credo che sarebbe un passatempo assai più nobile se andassimo a caccia di noi stessi – Volgi il tuo occhio all’interno, e scoprirai migliaia di regioni, nel tuo cuore. Vergini ancora. Viaggiale tutte e fatti esperto in Cosmografia interiore», sono le parole nella conclusione di Walden.

L’identificazione del bosco come dimensione alternativa e inconciliabile rispetto alla società è antica, memoria preistorica del passaggio dell’uomo stesso da cacciatore e abitante delle foreste all’uomo prima pastore nei grandi spazi aperti e poi stanziale e coltivatore, perciò in competizione col bosco per una stessa risorsa, il suolo fertile. Ricordàti gli antichi miti classici, possiamo poi individuare una dimensione mistica e religiosa del bosco, da Giovanni il Battista che vaga e vive nel deserto, fino alle Regole monastiche del primo Medioevo: San Benedetto vive per tre anni in una grotta del monte Taleo, prima di fondare a Cassino la sua Regola (V secolo d.C.); intorno al Mille Romualdo fonda un eremo alle falde del Monte Cucco, in Umbria, per poi ritirarsi in eremitaggio a Camaldoli fra i recessi boscosi dell’appennino tosco-romagnolo; poco dopo e non distante, sull’impervio Monte della Verna ammantato di faggete, Francesco d’Assisi va per pregare e fare penitenza.

«Troverai più nei boschi che nei libri: gli alberi, le rocce ti insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà. …. Ho conosciuto più Dio tra faggi e abeti che non nella mia cella» (San Bernardo di Chiaravalle).
Nell’immaginario collettivo, come nelle fiabe, il bosco si colloca nell’ambito dei luoghi orridi, sfugge al dominio dell’uomo, è sconfinato e desolato, pericoloso e inquietante. Con le sue ombre di rami contorti e di alberi incute paura, talvolta terrore, eco di presenze lontane e misteriose; percorrendolo ritorna nel viaggiatore solitario il tremito sacro delle selve: è lo spazio del pericolo, dell’ignoto, degli agguati. I briganti e i fuori legge trovano rifugio nella foresta, e bandita è l’ufficializzazione del divieto di entrare e usare alcune zone di bosco.
Talvolta, però, a un certo punto delle storie si inverte il segno e il bosco disvela una natura benefica. In una fiaba di Luigi Capuana è evidente questa metamorfosi: «Sopravvenuta la notte, si stese sull’erba, sotto un albero, per dormire, ma non poté chiudere occhio: aveva una gran paura. Gli pareva che le piante, con lo stormire delle fronde, parlassero sotto voce fra loro; gli pareva che le bestie e gli uccelli notturni, con quei loro strani gridi e canti tramassero qualcosa contro di lui. Il cuore gli batteva forte nel petto, e non vedeva l’ora che fosse giorno. Alla mezzanotte in punto, che vede? Vede una gran luce nel bosco, e da ogni pianta sbucava fuori gente che rideva, che cantava, che ballava; e intanto da tutte le parti venivano rizzate prontamente tante bellissime tende e tavole piene di cose non mai viste, che luccicavano più dell’oro. S’accorse di essere capitato in mezzo alla fiera delle fate». È la stessa evoluzione narrativa che si trova in Biancaneve e in moltissime altre fiabe.

E oggi?
Al di là di un generico ritorno alla natura, più evocato che praticato, viviamo un presente sempre più tecnologico, controllato, igienico, sterilizzato, con un uomo sempre meno fisico e sempre più intellettuale. È come se enormi teste poggiassero su corpi anestetizzati, che si agitano appena un bambino inizia a correre, temendo febbri mortali al primo sudore, che inorridiscono al pensiero che si possa saltare in una pozzanghera o salire su un albero. Un recente e interessante studio scientifico finlandese ha testato gli ambienti di vita scolastica, mettendo a confronto bambini tenuti in asili con cortili cementati ad altri che hanno scorrazzato in giardini boscosi pieni di terra e vegetazione – Obiettivo: verificare il sistema immunitario in ambienti così diversi. Si tratta della prima ricerca in cui la biodiversità urbana è stata monitorata per esaminarne gli effetti sui microrganismi che convivono con il nostro corpo e sull’immunoregolazione. «Abbiamo analizzato i cambiamenti nella pelle, nel microbiota intestinale e nei marcatori immunitari del sangue dei bambini», scrive il team di esperti in medicina, ecologia e pianificazione urbana nell’articolo che illustra la ricerca. È stato così evidenziato un considerevole miglioramento del sistema immunitario nei bambini che giocavano nelle miniforeste rispetto a quelli che lo facevano solo nei normali cortili artificiali. L’esposizione alla diversità microbica ambientale, dunque, può modificare in poco tempo il microbioma (la ricerca è durata 30 giorni) e migliorare la funzione del sistema immunitario nei bambini: la perdita di biodiversità vissuta invece limita l’esposizione ai microbioti totali, lasciando aumentare quella ai batteri patogeni. Un ritorno alla natura, allo “sporcarsi con la terra” è auspicabile quindi anche nelle nostre città: un livello di igiene eccessivo, il consumo di alimenti trasformati, l’abuso di antibiotici e il contatto con gli inquinanti alterano le comunità microbiche che difendono la salute umana; molti dei disturbi che stanno aumentando nelle popolazioni urbanizzate occidentali sono dovuti proprio al decadimento dei meccanismi naturali che sovrintendono al sistema immunitario.
E parlando di salute, non possiamo tacere di un’antica pratica orientale, da qualche decennio istituzionalizzata dal sistema sanitario non solo giapponese, lo Shinrin-yoku o bagno nella foresta. La filosofia alla base del forest bathing, supportata sempre più da ricerche scientifiche, parte dalla banale constatazione che il contatto con la natura fa bene al corpo e alla mente: riduce le infiammazioni e lo stress, potenzia la consapevolezza di sé e il sistema immunitario, fa abbassare la pressione del sangue e il battito cardiaco, migliora il sonno e l’attenzione. Il Giappone ha avviato il primo programma nazionale per lo Shinrin-yoku nel 1982 e nel 2004 ci ha investito un milione e mezzo di dollari per investigare con metodo scientifico gli effetti delle foreste sulla salute umana.
Il nostro comprensorio locale è particolarmente attivo su questi temi: Francesco Meneguzzo, ricercatore dell’istituto Bioeconomia del CNR di Sesto Fiorentino insieme a Federica Zabini, è responsabile nazionale del progetto di Terapia Forestale: «Il più sottile e inconsapevole dei nostri sensi, l’olfatto, porta all’interno del nostro organismo i monoterpeni, sostanze emesse dalle piante e dal suolo forestale per interagire con le altre forme di vita (per attrarre o per difendersi), molecole volatili che sono anche costituenti degli oli essenziali che si usano in aromaterapia e che hanno comprovati effetti sul benessere psicologico e fisiologico. Abbiamo scoperto per primi che la loro concentrazione è massima due ore dopo l’alba e nel primo pomeriggio: sono quelli gli orari migliori per ottenere il massimo dai bagni di foresta».
Inoltre, sono già avviate per tutti alcune esperienze di percorsi attivi nel bosco, possibilità di dormire a stretto contatto degli alberi, nei boschi più pregiati del nostro appennino, come ai Poderi della Foresta del Teso e di Pian dei Termini.











