di Marcello Paris
PISTOIA – Invitato dall’Istituto Calamandrei, l’ex guardasigilli al tempo del Governo Craxi, Claudio Martelli è arrivato a Pistoia per presentare il suo libro su “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone”.

La presentazione alla libreria lo Spazio con Giampaolo Pagliai, amico e compagno di partito di Martelli, e Massimo Baldi. Uno spazio un po’ stretto per la folla accorsa ad ascoltare l’ex politico ora direttore dell’Avanti!.
Per parlare del suo libro e per far capire lo svolgersi della narrazione, Martelli ha fatto un po’ di storia della genesi della Mafia, dalle origini ottocentesche all’arrivo degli alleati in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e le ragioni per le quali gli americani fecero arrivare in Sicilia alcuni mafiosi italo americani detenuti nelle carceri negli Stati Uniti.
Il libro è un feroce atto di accusa di tutti coloro, a partire dai magistrati, che delegittimarono Falcone quando assunse l’incarico, al ministero della Giustizia chiamato da Martelli, per dare vita alla struttura giudiziaria per combattere la mafia: la Procura nazionale antimafia.
Quanto l’autore ha scritto, nasce dalla disinformazione e dalle tanto inesattezze dette su quelle vicende che culminarono nell’assassinio del giudice, della moglie e della scorta, fino ad arrivare al decreto per l’istituzione del 41 bis, osteggiato in Parlamento e fino all’uccisone di Borsellino.
Martelli ha confessato che già da parecchio tempo stava cercando di ristabilire la verità dei fatti partendo da quanto detto da Borsellino. Fu proprio Borsellino a chiamare in causa la magistratura che, a suo giudizio, fu quella ad avere le maggiori responsabilitài nell’aver cominciato a far morire Giovanni Falcone.
Su questa traccia Martelli ha compiuto delle ricerche ed ha affermato “qualche scoperta l’ho fatta anch’io, in particolare le testimonianze di amici di Falcone, candidato a consigliere del Csm ma che la maggioranza dei consiglieri votò un altro candidato”.
Poi ha aggiunto: “non riuscivo a spiegarmi come mai avesse parlato di questi magistrati come coloro che hanno cominciato a far morire Falcone”. Per Martelli, Borsellino si rese conto che con quella la decisione il Consiglio superiore mandava un segnale alla mafia dicendo che era stato “consegnato come bersaglio a Cosa Nostra che adesso poteva eseguire la sentenza di morte, che aveva già pronunciato, e lo può fare adesso perché sa che sono contro anche i suoi colleghi”.
A chi chiede chi fosse Falcone, Martelli ha detto: “l’ho definito un uomo probo come ho detto davanti a una scolaresca, una parola che viene direttamente dal latino e non implica soltanto una generica onestà indica anche la capacità di rettitudine, indica l’essere fermo e stabile nelle scelte. Una definizione che va al di là di quelle che sono le considerazioni dell’opinione pubblica e delle stesse contestazioni e le polemiche politiche. Falcone – ha continuato l’autore – ha sempre seguito la sua convinzione di mettere lo Stato in condizione di fare la guerra alla mafia della quale osservava la sproporzione tra le norme, la capacità dello Stato e come la mafia si fosse modernizzata: mitra, Kalashnikov, pistole Magnum, dinamite e tritolo mentre lo Stato andava avanti con l’arco e le frecce. L’avvento di Internet ha ulteriormente allargato la distanza fra Stato e criminalità. Un’altra preoccupazione di Falcone era quella della differenza tra la capacità offensiva della mafia e la capacità di risposta dello Stato. Lui temeva un’alleanza tra le diverse mafie, che sarebbe stata più difficile da penetrare che non le singole mafie nazionali, perché usava un linguaggio in codice che poi è quello che vedremo all’epoca di Internet, delle monete virtuali come i bit coins”.
Lui, ha ricordato Martelli, si era abituato a seguire movimenti di capitali di denaro per rintracciarne poi i proprietari e smascherare anche le reti di connivenza intorno al Cosa Nostra: avvocati banche, professionisti. Temeva molto questo pericolo.
Alla domanda sulla cattura di Messina Denaro, l’onorevole ha detto che non ha sentito nessuna emozione, non gli ha fatto né caldo né freddo: soddisfazione per il fatto che è stato catturato ma la domanda è come ha fatto a stare latitante per trent’anni soprattutto là dove ha sempre abitato, questo, purtroppo, segnala che il retroterra mafioso c’è ancora.
Falcone, ha ricordato ancora Martelli, distingueva opportunamente tra la mafia armata e la mafiosità, mafiosità che è un costume nella mentalità, l’atteggiamento di quello che non vede mai quando si compie un delitto, neanche se è avvenuto sotto i suoi occhi e questa mafiosità è cosa diversa dal 41 bis.
Sul caso Cospito al 41 bis, Martelli ha detto che la vicenda fa riflettere.
“Devo dire che sono più convinto della tesi del procuratore nazionale antimafia il quale sostiene che Cospito non debba stare al 41 bis ma in un reparto di alta sicurezza, non quello riservato ai mafiosi terroristi veri. Quindi, ha concluso, la vicenda Cospito non è paragonabile allo stragismo di Cosa nostra. Quello del procuratore è un consiglio prudente che sarebbe utile accogliere visto che, invece, il ministro della giustizia, che ha la fama di liberale, ha voluto mantenerlo al 41 bis”.
L’incontro ha avuto una coda di domande per la curiosità scaturita dalla conversazione, dalle verità contenute nel libro corroborare da testimonianze e una seria ricerca documentale.







