martedì, Settembre 8, 2026

Mario Martone racconta il “suo” Massimo Troisi presentato a Berlino

di Giacomo Martini

ROMA – Divertente, straziante, spudorato, commovente, rivoluzionario. Sono tanti gli aggettivi che possono essere usati per descrivere Massimo Troisi. Mario Martone si sofferma su uno in particolare: ribelle, che sceglie con cura per raccontare il ‘suo’ Troisi, cui ha dedicato il bellissimo film documentario “Laggiù qualcuno mi ama”, presente a Berlino nella sezione Special e nelle sale con Medusa dal 19 febbraio, giorno del suo compleanno (avrebbe compiuto settant’anni) distribuito in 200 copie che diventeranno, poi, 400 dal 23 febbraio.

Massimo Troisi

“Massimo era ribelle, aveva questo spirito politico cui è rimasto sempre fedele. Del resto, era figlio di un luogo e di un tempo, la Napoli degli anni ‘70, che era una vera temperie. In uno dei foglietti in cui scriveva i suoi appunti per storie future, teorizza un personaggio che non deve mai piegarsi, che non deve cedere in nessun caso al conformismo. Ecco, lui era così”.

Il documentario si distacca dai ritratti precedenti fatti all’artista e all’uomo, per dedicarsi al Troisi regista, alla sua estetica, secondo Martone profondamente impregnata di un parallelismo con la nouvelle vague francese, con tutta quella vita messa così spudoratamente nei suoi film al centro della scena.

Mario Martone (foto dal profilo Facebook)

“Quella sua schiena dritta, quel non piegarsi mai, quel voler fare quello che voleva fare, tutto questo è nouvelle vague – sottolinea il regista -. Così come lo è il suo continuo interrogarsi sull’amore come qualcosa che appare e scompare e che non si raggiunge mai completamente”.  

Tutti temi che si riflettevano, poi, nella forma dei suoi film, nel suo modo “radicale e straordinariamente costruito” di girare. Come quando nella scena principale de “Le vie del Signore sono finite” (1987), nasconde nell’inquadratura il protagonista dietro una colonna, oppure quando costruisce con estrema cura e controllo anche tutti i personaggi minori, come il professore cui porta da mangiare in “Scusate il ritardo” (1983). Dal film viene fuori anche il suo, a volte, difficile rapporto con la critica cinematografica, da cui non si sentiva apprezzato fino in fondo. 

“Il racconto di Massimo del rapporto con il padre, del salto in una pozzanghera da bambino non riuscito che si vede nel film, dice di una sua fragilità rispetto ai temi dell’essere riconosciuto. Come il Massimo, figlio vuole essere riconosciuto dal padre e in un certo senso soffre dell’idea di una sottovalutazione, così il Massimo adulto soffriva del non essere così tanto apprezzato dalla critica”.

Rispetto, poi, al loro rapporto personale, Martone racconta di averlo conosciuto ai tempi della presentazione del suo “Morte di un matematico napoletano” (1992): “Era nata un’amicizia e aleggiava l’idea di fare un film insieme. Questo, in qualche modo, è il film che non ho potuto fare allora. Troisi è stato il mio film mancato, un film che ora c’è”.

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