mercoledì, Settembre 9, 2026

Il mio non voto alle primarie del Pd

di Alessandro Giovannelli

Alessandro Giovannelli

PISTOIA – Domenica prossima non voterò alle primarie per la segreteria del Partito Democratico.

Non ho nemmeno rinnovato la tessera per l’anno in corso. Ho lasciato il partito che ho contribuito a fondare e nel quale, sempre, ho militato, svolgendovi anche ruoli di direzione politica.

L’ho fatto con dolore. Ma, in politica, non si può e non si deve ragionare in termini unicamente “sentimentali” e, in ultima istanza, è la ragione a dover dettare le scelte.

Non si è sempre necessari. E, di conseguenza, si può saltare un giro – o più di uno – o scegliere di fare altro. È un esercizio assai poco praticato in politica. Ma non per questo, meno giusto.

La domanda che mi sono posto, sempre più insistentemente, in particolare dopo le ultime due sconfitte, quella al Comune di Pistoia e alle elezioni politiche dello scorso settembre, è se questo PD, inteso nel suo complesso, coi suoi gruppi dirigenti, possa contribuire a risolvere i problemi di questo paese e, più in piccolo, della Toscana o di Pistoia.

La mia risposta è no. È, anzi, data la scarsissima credibilità di cui gode, parte del problema. Purtroppo, aggiungo: la condizione in cui versa il principale partito del fronte del centrosinistra italiano è un problema gravissimo per la qualità della democrazia. E dovrebbe essere avvertito come tale da chiunque si ascriva a quel campo o possa anche solo immaginare di farne parte. Di questo – anche di questo – avremmo dovuto parlare al congresso. E invece, niente di tutto ciò.

A partire da quest’ultima considerazione, in subordine alla prima domanda, me ne sono posta un’altra, decisiva: questo congresso ha almeno la potenzialità di innescare il cambiamento necessario?

Ancora, la mia risposta è no.

Mi dispiace, non credo in uomini o donne della provvidenza, nella capacità di uno o l’altra di mutare l’acqua in vino. Di cambiare nel profondo – nella struttura, nei metodi, nei processi, nella politica e nelle politiche, nella capacità di rappresentanza di determinate istanze e di saper delineare una prospettiva futura – un partito i cui mali hanno radici profonde; antiche, oserei dire.

Un partito cui non basta eleggere un nuovo segretario o una nuova segretaria. A livello nazionale, come in Toscana. Chi pensi il contrario è, a mio modesto avviso, un tifoso.

In un dibattito pubblico nel quale tutti fanno la corsa ad autorappresentarsi come quello o quella del cambiamento, Stefano Bonaccini, e la candidata toscana in quota Bonaccini, Valentina Mercanti, paiono essere i primi a non credere a loro stessi; sembra, anzi, che, in verità, nemmeno ambiscano – o possano ambire – ad innescare un processo di cambiamento sostanziale. Rappresentano piuttosto la continuità – particolarmente inquietante quella con la segreteria Bonafè -, rappresentano un sedicente e non meglio definito partito del fare – ché pensare, prima di fare, è diventato sintomo di inerzia -, il partito di governo (nel senso che il partito esiste in funzione dei governi, ai vari livelli, o comunque delle istituzioni; un partito che delle istituzioni è mera appendice), il partito dei sindaci.

Ma il problema è anche – forse, soprattutto – chi autorappresentandosi con convinzione, almeno apparente, come il cambiamento, salvo poi girare il paese e posare, almeno questo è quanto accaduto nella nostra città, per selfie o foto di gruppo coi gruppi dirigenti locali. Quelli delle molte sconfitte – per usare la truce retorica sulla vittoria di Bonaccini, ripresa, qui in Toscana, anche dalla controparte -, delle sconfitte talvolta perfino cercate o cagionate; quelli che non si fanno mai da parte, buoni per tutte le stagioni, che hanno fatto capolino nelle foto con tutti o quasi tutti i segretari nazionali o pretendenti tali, quelli che dalla politica – la politica delle filiere, delle correnti, dei “premi fedeltà”, delle segreterie assessorili – hanno ottenuto la propria fonte di sostentamento.

Come pensa Elly Schlein di poter cambiare il partito se i suoi volti sul territorio sono quelli ritratti in questi nuovi “quadri di famiglia”? Detta in modo differente, se vogliamo benevolmente concederle l’attenuante dell’ignoranza: come può, Elly Schlein, cambiare questo partito se non ne conosce la “costituzione materiale”, se non sa cosa accade sui territori e chi dovrebbe informarla, evidentemente, omette di dirle, fino in fondo, come stanno le cose?

In questo quadro poco edificante, c’è poi chi è venuto a Pistoia, pochi mesi fa, a “benedire” la candidata a sindaco del PD in nome e per conto di tutto il partito toscano, mettendo fine al confronto in atto con chi, pur da posizioni minoritarie, suggeriva di aprirsi ad altre soluzioni, anche guardando fuori dal perimetro del partito stesso, e che oggi, da candidato alla segreteria regionale, ci dice di essere stanco delle sconfitte (citando anche quelle recenti nei Comuni capoluogo, delle quali, purtroppo, ne sappiamo qualcosa) causate, a suo dire, ed a ragione, dalle scelte di chi ha diretto il PD toscano, omettendo però di dire di averle appoggiate, quelle scelte. Quantomeno a Pistoia.

Alla luce di tutto questo, l’unico voto che reputo utile a queste primarie è un voto che derivi da una diagnosi severa dello stato in cui versa il partito, per le responsabilità dirette di un intero gruppo dirigente, nazionale e locale. Un voto che scaturisca dalla consapevolezza che un congresso così mediocremente ordinario, che ha privilegiato, ancora una volta, il votificio alla discussione, oltre a rendere evidente uno scollamento patologico dalla realtà, rischia di sterilizzare ogni possibile germe di rigenerazione.

L’unico voto che reputo utile è, dunque, il non voto.

Lo si veda come un suggerimento: il suggerimento, a quelli buoni per tutte le stagioni, di mettersi da parte. Se proprio non ci credono che c’è vita fuori dal PD – ma ve lo garantisco: c’è -, si ricordino almeno che si può dare il proprio contributo ad un partito, senza considerarsene gruppo dirigente per diritto di sangue. In questo modo, oltre che ad un partito, del quale mai mi sognerei di sminuire l’importanza, ma che è e resta uno strumento, potrebbero rendersi utili alla vita civile della propria comunità, qualunque essa sia.

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