PRATO – L’incomunicabilità fra gli individui, le origini della conflittualità e dell’odio tra le persone, il diritto alla felicità e i suoi limiti, l’impossibilità di giungere alla conoscenza della verità.
Tanti spunti di riflessione e suggestioni nello spettacolo “Ex: esplodano gli attori” in scena al Teatro Metastasio, per la regia di Emanuele Valenti, adattamento in italiano dell’opera del giovane drammaturgo uruguagio Gabriel Calderon. Una narrazione tipicamente metateatrale che indaga sulle relazioni interpersonali e sui meccanismi psicologici che delineano la conflittualità tra gli individui, senza però giungere a una soluzione valida e definitiva.

Lo spettacolo procede “a strappi”, con frequenti flashback che aprono “finestre” sul passato dei personaggi in scena, ciascuno impegnato a raccontare o a tacere la propria “versione dei fatti” e a indossare tenacemente e fino alla fine la propria “maschera”.
Intrecci complessi di una storia tanto semplice quanto surreale: una ragazza vuole comprendere le ragioni che in passato hanno portato i membri della propria famiglia a non parlarsi più, a non rivelare a nessuno i propri segreti, a essere inghiottiti in una spirale di odio e di incomunicabilità che ha minato e rovinato per sempre l’armonia di famiglia e i loro rapporti. Perchè sua madre e suo nonno non si sono parlati per dieci anni? Quali colpe misteriose si sono rinfacciati? E perchè suo padre e suo zio sono morti, soffocati dalle torture e dai silenzi imposti dalla dittatura? È un puzzle di colpe, rimorsi, tradimenti, cose taciute, menzogne: una vera e propria matassa quasi impossibile da dipanare, e una realtà che sembra ormai inutile e vano comprendere, adesso che tutti i protagonisti sono morti.
E qui arriva il colpo di teatro, che ci trasporta nella dimensione del sogno e dell’assurdo: il fidanzato della ragazza, esperto di fisica e chimica, un po’ come dimostrazione di amore, un po’ come esperimento scientifico senza precedenti, ha inventato una macchina del tempo capace di riportare nel presente, seppur per poco, i membri della famiglia. Il piano della ragazza è quello di far “tornare in vita” per una sera tutta la sua famiglia – i nonni, la madre, il padre e lo zio – e trascorrere con loro la cena di Natale, per ritrovare, forse per l’ultima volta, quel senso di calore e di armonia che non c’è mai stata in casa e nella speranza – o illusione? – di far parlare i familiari, farli chiarire e riappacificare, e capire le cause dell’odio che ha “fatto esplodere” la sua famiglia.
Nonostante le nobili intenzioni, neppure lo straordinario marchingegno, simbolo di un progresso capace di superare ogni limite della fisica e abbattere ogni barriera dello spazio e del tempo, può sanare e appianare i conflitti che si annidano nei rapporti umani.
L’ingresso nella stanza dei familiari, richiamati dal passato e convocati tutti insieme per prendere parte alla grottesca cena, non chiarisce gli equivoci e non risolve i conflitti, anzi fa emergere ed “esplodere” tutte le contraddizioni, le ambiguità, le molteplici visioni della realtà che ciascuno porta con sè e difende. In un’atmosfera che assume sempre più i contorni umoristici e allo stesso tempo drammatici di una tragica farsa, la ragazza cerca invano di chiedere, di domandare ora a questo e ora a quello informazioni sulla loro storia, su cosa li abbia divisi, su cosa sia successo veramente anni prima.
Ma davvero – ci interroga Calderon – l’uomo ha bisogno di una macchina del tempo forse impossibile da realizzare per risolvere le questioni, quando ormai tutti i diretti interessati sono scomparsi? Non siamo dunque in grado di affrontare i nostri conflitti da vivi? E il passare del tempo può guarire le ferite?
Il piano della ragazza mostra tutte le sue crepe, nel caos sempre più generale sarà impossibile giungere a delle risposte coerenti a propri interrogativi; quanto all’esperimento scientifico della macchina del tempo, diventerà sempre più difficile da controllare, fino a prendere, sul finale, una piega tanto inaspettata quanto drammatica.
La conclusione è improntata a un forte pessimismo esistenziale su caratteri e contraddizioni insiti nella natura umana: viviamo in solitudine, non riusciamo a comunicare con gli altri, e la ricerca della felicità, che dovrebbe essere diritto di ciascuno, passa inevitabilmente per il conflitto e il danneggiamento altrui. Viene lasciato aperto solo un piccolo spiraglio, che risiede nella nostra volontà di compiere uno sforzo verso gli altri, di abbattere I muri dell’indifferenza, dell’odio, dell’incomunicabilità senza bisogno di ricorrere a fantomatiche “macchine del tempo”.
Lo spettacolo presenta echi del teatro dell’assurdo di Brecht e chiari richiami ai temi dell’incomunicabilità tra gli individui e della molteplicità del reale – la verità è una sola, ma i punti di vista sono tanti e differenti – propri del teatro di Pirandello, della cui opera il testo di Calderon è debitore.









