PISTOIA – Le avventurose vicende di un tenente che dal lontano Azerbaigian si trovò a combattere nelle file delle Brigate Garibaldi attive sull’Appennino e a partecipare in prima persona alla Liberazione di Pistoia.
Il nome di Mammad Semedovic Bagirov dice poco o nulla, eppure dietro di esso si cela una figura meritevole di essere conosciuta e riscoperta, non solo per le molte e interessanti vicende che ne segnarono la vita e la carriera militare, ma soprattutto per aver condiviso una piccola parte della storia della Pistoia contemporanea: e non un periodo storico qualunque, ma uno dei momenti più difficili vissuti dalla nostra città, in quel terribile anno fra il settembre del 1943 e del 1944 caratterizzato dall’occupazione nazifascista, i bombardamenti alleati, i movimenti di Resistenza fino alla Liberazione della città.
Sembra incredibile che un “oscuro” militare, originario di un villaggio sulle remote montagne del Caucaso, sia stato tra gli eroi e i protagonisti della Resistenza a Pistoia, ottenendo per i suoi meriti la cittadinanza onoraria della nostra città. Eppure la sua avventurosa storia evidenzia ancora una volta il carattere a tratti “internazionale” del movimento resistenziale e aiuta a fare luce sul significativo – seppur breve e limitato – contributo che soldati di altre nazionalità, in questo caso azeri, diedero al processo di liberazione della penisola italiana dal giogo nazifascista.

Mammad Bagirov nasce nel 1922 a Baskal, villaggio alle pendici del Caucaso situato a 150 km a ovest di Baku: proprio nella capitale dell’Azerbaigian, all’epoca repubblica socialista in seno all’Unione Sovietica, il giovane Mammed completa gli studi e inizia la propria carriera militare. Giovanissimo – non ha ancora vent’anni – è subito chiamato in servizio nell’Armata Rossa nell’estate del 1941, con l’inizio dell’operazione Barbarossa scatenata da Hitler sul fronte orientale. I primi mesi lo vedono svolgere compiti di corrispondenza e di addestramento presso il distretto militare di Baku, ma il precipitare degli eventi, con le forze dell’Asse giunte ormai nel cuore della Russia, portano i comandi sovietici ad accelerare i tempi.
Nella primavera del 1942 Bagirov, inquadrato in un reggimento di artiglieria, ha il suo battesimo del fuoco nella seconda battaglia di Charkiv, nel nord dell’attuale Ucraina: lo scontro, che vede la schiacciante vittoria della Wehrmacht, consente ai tedeschi di proseguire la propria avanzata verso il Volga, mentre i sovietici, seppur in superiorità numerica, sono uccisi e dispersi. Bagirov, gravemente ferito, è fatto prigioniero e condotto dai tedeschi al campo di prigionia di Chmel’nyc’kyj, dove tra l’altro si ammala di tifo. Nell’inferno del campo Bagirov si salva quasi per miracolo, rischiando di finire vittima della sperimentazione dei medici nazisti sui deportati e i prigionieri di guerra, come testimoniato dalla “marchiatura a fuoco” ricevuta poco dopo l’ingresso nel campo.
Ma il destino ha in serbo altro per il giovane artigliere azero: nel settembre 1942 è arruolato a forza, insieme ad altri ex prigionieri, nella Legione Azera, un battaglione ausiliario creato dai tedeschi per affiancare la Wehrmacht nell’avanzata in Russia, e alla quale erano destinate missioni di controllo della popolazione civile, rastrellamento degli oppositori e repressione dei movimenti partigiani.
Tuttavia la salute ancora precaria impedisce a Bagirov di unirsi ai legionari, in partenza per la Crimea: il militare viene allora trasferito prima in Germania, poi in Italia, con compiti di vigilanza dei campi di prigionia in cui sono detenuti i soldati catturati dai tedeschi. Nell’estate del 1944 Bagirov è di stanza a Belluno, e qui riesce a prendere contatti con i gruppi partigiani che combattono le milizie nazifasciste della Repubblica Sociale Italiana, con l’intenzione di abbandonare il prima possibile il “collaborazionismo forzato” con i tedeschi.

Si rende così protagonista di una rocambolesca fuga che lo porta a unirsi a varie brigate partigiane, fino ad entrare nella formazione delle Brigate Garibaldi nel distaccamento intitolato a Ubaldo Fantacci, che operava nelle zone dell’Appennino pistoiese. In costante contatto con Ciantelli e Andreini, due tra i principali animatori della formazione partigiana, Bagirov nel settembre del 1944 prende parte a numerose azioni di sabotaggio di convogli tedeschi e imboscate contro le unità nemiche, distinguendosi per la sua intraprendenza ed esperienza sul campo; nelle stesse settimane partecipa in prima linea alla liberazione di Pistoia dalle forze nazifasciste, dopo un duro e sanguinoso scontro a fuoco con la guarnigione tedesca della città.
La breve ma intensa attività partigiana nella formazione “Fantacci”, che gli varrà il riconoscimento di “partigiano combattente” da parte dell’Anpi, segna per Bagirov non solo un momento di riscatto dopo i lunghi mesi di prigionia trascorsi nelle mani dei tedeschi, ma anche un’occasione per dimostrare il proprio valore, fornendo un contributo non secondario alla cacciata dei nazifascisti da Pistoia.
Ma con l’arrivo degli Alleati le avventure dell’artigliere azero non sono affatto terminate. Insieme a due connazionali che avevano militato anch’essi nelle Brigate Garibaldi, Mirza Shakhverdiev e Mammad Khudainatov, chiede di essere rimpatriato e di poter tornare in Unione Sovietica: ma arrivati a Livorno, dove speravano di essere imbarcati, i tre sono arrestati e interrogati dalle forze alleate, e trattenuti per alcuni giorni in carcere. In quanto sovietici e provenienti da una brigata partigiana di orientamento comunista, sono visti con sospetto e la loro attività di combattenti è attentamente verificata: solo dopo le pressioni delle autorità livornesi e le proteste dei compagni partigiani vengono rimessi in libertà e possono così iniziare il lungo viaggio di ritorno, via mare e poi via terra, sbarcando in Egitto e poi attraversando Palestina, Iraq e Iran fino a Baku.
Tornato in patria all’inizio del 1945, Bagirov è subito inviato a Podolsk, nella regione di Mosca, per essere di nuovo esaminato e interrogato, stavolta dallo Smers, il dipartimento di controspionaggio dell’Armata Rossa, che evidentemente voleva accertarsi dell’attività svolta durante gli ultimi anni. Insignito del rango di primo tenente, Bagirov resta a prestare servizio nel distretto militare di Mosca fino alla fine della guerra, per poi rientrare definitivamente a Baku, dove riprenderà gli studi universitari in medicina ed eserciterà la professione di stomatologo.
Finita la guerra, mentre l’Europa si rialza dalle macerie del conflitto, il mondo si divide in due blocchi e la gente comune riprende le proprie attività quotidiane, anche sul nome di Bagirov sembra calare il silenzio e l’ex tenente, smessi ormai i panni militari, conduce una vita tranquilla e appartata insieme alla sua nuova famiglia in un nuovo quartiere residenziale di Baku. Passano così trent’anni, decenni in cui Bagirov e gli altri combattenti azeri che presero parte alla Resistenza sono a un passo dal cadere nell’oblio, conservati solo nella memoria degli ex compagni di militanza partigiana.

Ma nel 1976 arriva l’occasione di una “riscoperta” del loro ruolo e del contributo dato alla Resistenza italiana, grazie alla pubblicazione del volume “Antifascismo e Resistenza nel Pistoiese” dello storico Renato Risaliti, docente di storia dell’Europa orientale all’Università di Firenze e all’epoca sindaco di Agliana. Attraverso studi e ricerche Risaliti sottolinea l’apporto decisivo dato alla liberazione di Pistoia dai partigiani della “Fantacci” e mette in luce le loro azioni, citando anche Mammad Bagirov come mitragliere della brigata.
Inizia così un rinnovato interesse per la figura dell’ex tenente e degli altri militari azeri della Resistenza pistoiese: molti ex compagni di militanza partigiana si mettono sulle sue tracce e riescono a contattarlo, grazie anche alla mediazione del comitato sovietico dei veterani di guerra. Si riannodano così i fili interrotti trent’anni prima fra Pistoia e Baku e nel settembre del 1978, in occasione dell’anniversario della Liberazione, Bagirov è invitato a Pistoia e ricevuto con una solenne cerimonia dal sindaco Renzo Bardelli. In città è insignito della medaglia garibaldina, riconoscimento concesso ai combattenti inquadrati nelle Brigate Garibaldi durante la Resistenza; riceverà anche una medaglia d’argento al valore militare e sarà nominato membro speciale dell’Anpi.
In questo secondo viaggio in Italia, Bagirov trascorre qualche giorno anche a Firenze, dove ha modo di riabbracciare i vecchi compagni della “Fantacci”, prima di spostarsi a Roma, dove è accolto dal segretario del PCI Enrico Berlinguer. La “rivalutazione” del contributo dato da Bagirov alla guerra di liberazione appare evidente nel 1980, quando il governo italiano gli concede una pensione militare personale: secondo fonti accreditate, tra cui la testimonianza dello storico e sociologo azero Ilham Abbasov, l’ex tenente è stato l’unico partigiano sovietico a ricevere dalla Repubblica italiana una simile concessione.
Da questo momento il rapporto con Pistoia si consolida e si intensifica ulteriormente: nel 1982 una delegazione cittadina guidata dal sindaco Bardelli e dall’ex comandante Ciantelli si reca a Baku e qui incontra Bagirov, al quale viene consegnata la medaglia di cittadino onorario di Pistoia; due anni dopo, nel settembre 1984, Bagirov torna a Pistoia e prende parte alle celebrazioni per il quarantesimo anniversario della liberazione della città.
Oltre a ricevere numerose onorificenze civili e militari, nel corso di questi incontri l’ex tenente azero ha modo di accrescere la sua collezione privata di medaglie, libri, fotografie, articoli di giornali e riviste, che vorrebbe riunire in un piccolo museo dedicato alla Resistenza italiana da istituire a Baskal, la sua cittadina natale. Un sogno a cui si dedicherà molto negli ultimi anni di vita, ma che purtroppo non riuscirà a vedere la luce.
Bagirov torna in Italia un’ultima volta nel settembre 1997, come membro della delegazione presidenziale al seguito di Heydar Aliyev per un viaggio istituzionale: in questa occasione incontra il premier italiano Romano Prodi, i presidenti Nicola Mancino e Luciano Violante ed ricevuto in udienza da papa Wojtyla.
Un mese dopo, il 9 ottobre, muore nella sua abitazione di Baku e viene sepolto nel cimitero onorario di Faxri Xyaban sulla collina che domina la capitale. La sua esperienza partigiana e li suo duraturo rapporto con Pistoia e l’Italia, contrassegnato da una reciproca ammirazione e da un sincero sentimento di amicizia, sono i principali lasciti di una figura che, seppur per brevissimo tempo, ha contribuito alla ricostituita libertà della nostra città e della sua comunità.










