“Sessantasette sono le vittime, per ora accertate, della strage avvenuta a poca distanza dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria, domenica 26 febbraio. Si cercano ancora i dispersi. Erano centinaia, uomini, donne e bambini, stipati in una barca proveniente da Smirne in Turchia.

Sabato sera, alle 23,03, l’aereo Eagle1 di Frontex, l’agenzia europea di sorveglianza dei confini, aveva avvistato il barcone diretto verso la costa italiana ma non è seguito alcun intervento di soccorso.
Coloro che si erano imbarcati in quel barcone provenivano da Afghanistan, Pakistan, Iran, Somalia. Vittime di trafficanti che sul loro viaggio lucrano, erano fuggiti da paesi segnati da regimi totalitari, violenze, conflitti in corso, senza pace. Erano dunque rifugiati che avevano diritto all’asilo come previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, dal diritto dell’Unione Europea e dalla Costituzione italiana che all’art. 10 riconosce l’asilo come un diritto fondamentale della persona.
Erano partiti dalla Turchia, divenuto il primo paese al mondo per numero di rifugiati: 3,8 milioni e non per caso: in base ad una dichiarazione di intenti tra capi di Stato e di governo europei la Turchia, dal 2016, è stata scelta come paese di confinamento per bloccare i rifugiati fuori dai confini della UE. Per questo ha ricevuto il compenso di 6 miliardi di euro.
I rifugiati, in Turchia, rimangono, così, prigionieri: non possono rientrare nei loro Paesi di origine, non hanno diritto d’asilo e non possono pensare a ricostruirsi una vita dignitosa per il numero enorme di rifugiati presenti. Non sono previsti canali legali di ingresso in Unione europea né corridoi umanitari.
La scelta di imbarcarsi, per le vittime di Cutro, era forse dettata dal tentativo di evitare i respingimenti illegali e le violenze lungo la rotta balcanica, alle frontiere dell’Unione e dentro l’Europa.
La tragedia avvenuta sulle spiagge della Calabria sconvolge per il numero delle vittime, perché intere famiglie sono state smembrate e anche bambini e neonati hanno trovato la morte nel mare.
Ma è l’ennesimo episodio della strage da tempo in corso nel mar Mediterraneo e lungo le altre frontiere dell’Europa, le cui cause sono da individuare in scelte politiche a livello italiano ed europeo orientate a bloccare i rifugiati al di fuori dei confini.
Il governo italiano, infatti, ha stipulato accordi con le autorità della Libia per finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica che attua operazioni di respingimento riportando i migranti in campi di concentramento in Libia dove inchieste ufficiali ONU hanno provato la pratica di torture, stupri e sistematica violazione di diritti fondamentali. E, più recentemente, col DL 1/2023, poi convertito in legge, ha posto limiti alla presenza delle navi di soccorso delle ONG che operano nel Mediterraneo, impedendo che vengano effettuati più di un soccorso in mare e prevedendo che vengano individuati per lo sbarco non i porti sicuri più vicini ma quelli indicati dall’Autorità.
Ignobili e indegne sono le parole del ministro dell’Interno che ha additato le stesse vittime della tragedia di Cutro come colpevoli di voler partire: un uomo delle istituzioni dovrebbe in primo luogo rispettare la Costituzione su cui ha giurato e che riconosce i diritti inviolabili di ogni persona.
Come ha scritto Gianfranco Schiavone: “bisogna innanzitutto tornare a rispettare quel diritto internazionale ed europeo in materia di asilo che è oggi è stato stracciato. Significa dunque cessare le politiche di esternalizzazione delle frontiere in paesi terzi e porre fine ai respingimenti illegali alle frontiere europee, sia marittime che terrestri, poiché nessuno pagherà mai un trafficante se può esercitare realmente il suo diritto a chiedere protezione a una frontiera europea”.
Negli scorsi mesi l’accoglienza prestata ai profughi dall’Ucraina ha dimostrato che in Europa e in Italia è possibile decidere e attuare misure di protezione e di accoglienza in un quadro programmatico che superi la logica dell’emergenza e coinvolga tutte le amministrazioni e le realtà locali.
Per questo chiediamo:
– che sia promossa dalla Unione Europea una operazione strutturata di ricerca e soccorso in mare per salvare vite umane;
– che siano attivati canali umanitari dalle principali aree di crisi;
– che siano aperte vie legali di ingresso come visti per lavoro o nuovi criteri che consentano i ricongiungimenti familiari.
A fronte di questa ultima tragedia, la Rete Terra Aperta di Pistoia conferma il suo impegno a portare avanti, nel nostro territorio, azioni positive per garantire accoglienza, tutela dei diritti umani e un inserimento positivo dei rifugiati e migranti e per proporre uno stile di convivenza fondato sull’ascolto del grido di chi soffre”.
“Terra Aperta”, Rete territoriale solidale per l’accoglienza pistoiese










