mercoledì, Settembre 9, 2026

‘Nottuari’, immagini ed incubi di rara bellezza

di Francesco Belliti

PRATO – Il rapporto tra il teatro e l’orrore, a volte è bene ricordarlo, risale sin dall’origine del primo. Come si potrebbe, in effetti, non ritenere l’intera ‘Orestea’ di Eschilo un saggio sulle nefandezze dell’essere umano e sulle terribili punizioni delle divinità antiche, tra cruenti massacri e momenti spaventosamente allucinatori? Ci si dovrebbe dimenticare della sanguinolenta carneficina che mette per iscritto e poi in scena Seneca con il ‘Tieste’, oppure, andando parecchio in avanti, dei fatti tremebondi e orrorifici raccontati nelle tragedie shakesperiane.

Francesco Pennacchia in una scena dello spettacolo ‘Nottuari’ (foto di Claudia Pajewski)

‘Nottuari’, spettacolo scritto e diretto da Fabio Condemi in questi giorni di scena al Teatro Fabbricone di Prato, si inserisce all’interno della succitata tradizione donando allo spettatore un’esperienza visiva unica nel suo genere: una catarsi tragica, pessimista ed affossante nel pieno rispetto del materiale di partenza, ossia i racconti di uno degli scrittori più radicali e complessi di quest’epoca contemporanea. Thomas Ligotti è, in effetti, un autore alla stregua di Don Delillo e di Cormack McCarthy, sia per lo stile post-moderno con cui si rapporta alla propria tradizione letteraria sia per i toni e registri affatto accomodanti.

La scena che ci si presenta, una volta varcato l’ingresso del Fabbricone, è uno spazio dominato dal bianco e che rimanda da subito, per rimanere in ambito teatrale, alla ‘Stanza’ del già citato Delillo. Un ambiente sterile, all’apparenza un non-luogo fuori dal tempo privo di qualsiasi appiglio alla quotidianità, eccezion fatta per qualche elemento retrò come un vecchio telefono a parete o una lavagna luminosa con proiettore. Una porta e dei tendaggi fanno poi da soglie di un interno ‘ad elle’, pronto però a mutare, ad aprirsi e richiudersi una volta che lo spettacolo ha inizio.

Lo spazio e la soglia, già elementi fondanti del mistero e del fantastico, diventano dunque il centro nevralgico e cangiante delle storie che da lì inizieranno ad esplicarsi. Un ricercatore ossessionato dalla figura mitologica di Medusa, una ragazza in psicoanalisi che sin dall’infanzia è preda di inquietanti incubi e di quelle che oggi conosciamo con il nome di illusioni ipnagogiche. Un uomo e una donna ormai avvinti e avviluppati all’orrore e che solo nel cuore di esso riescono ad agire. Le due storie si incrociano, si intersecano, si scambiano a sconcertante velocità attraverso trucchi di luce e cambi-scena geometricamente calcolati. Tutto è in perenne movimento, mentre per lo spettatore valgono le solite vecchie regole di ingaggio: stare lì, fermo, a guardare.

Ed è proprio l’atto del guardare rapportato all’orrore a rivestire un’importanza fondamentale nella logica di ‘Nottuari’ e della sua fruizione. Informato di tutto ciò che riguarda la cosiddetta ‘teoria ligottiana del mistero’, chi guarda lo fa nell’ottica del corrispettivo francese ‘regarde’, che significa anche ‘guardarsi alle spalle’, ‘guardarsi attorno’. Anche se tutta l’azione rimane limitata al palco, la sensazione insopprimibile di un’apertura o di un’invasione non lascia mai la mente di chi osserva dalla propria poltrona. Questo perché l’inquietudine è ormai in atto, scatenata dalle immagini, dalle scenografie di Fabio Cherstich, dalle musiche dissonanti di Paolo Spaccamonti e dagli sguardi di quattro interpreti perfettamente a contatto con i propri personaggi. Carolina Ellero, Julien Lambert, Francesco Pennacchia e la piccola Elsa Casini fanno da ciceroni lungo un percorso rarefatto e privo di punti di riferimento certi, mettendo in scena l’inquietudine ma anche l’ironia caustica e oscura di Ligotti. Una riflessione sulla bellezza rapportata all’orrore e quindi sul sublime inteso come esperienza incognita e terribilmente avvolgente. L’incubo, insomma, che si riunisce al reale e ad un mondo stavolta perfettamente conosciuto, dove dominano la sofferenza e la placida, pacifica rassegnazione all’esistenza.

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