MILANO – Una grande mostra dedicata al Surrealismo e ai suoi massimi interpreti, in un viaggio tra arte e letteratura, dalle origini all’evoluzione di uno tra i più importanti movimenti d’Avanguardia del primo Novecento.
Nato ufficialmente a Parigi nel 1924 con il Manifesto programmatico, pubblicato da Andrè Breton, il Surrealismo si poneva allo stesso tempo in linea di continuità ma anche di rottura e superamento delle Avanguardie europee già esistenti, focalizzandosi sulla ricerca dell’irrazionalità, del sogno, dell’inconscio e degli aspetti più remoti e nascosti della psiche umana.
Movimento artistico e letterario, la cui nascita deve molto all’esperienza del Dadaismo, al pensiero di Freud e al parallelo sviluppo della psicanalisi, il Surrealismo influenzò poeti, scrittori e artisti come Prevert, Tzara, Dalì, Magritte, Mirò, Ernst e Ray, per citare solo i nomi più noti, con una parabola che ha interessato la cultura europea e non solo dagli anni Venti fino alla fine degli anni Sessanta.
Un movimento di portata rivoluzionaria, capace di rovesciare gli schemi accademici e di sovvertire la cultura tradizionale, la cui storia viene ripercorsa al Mudec di Milano con la retrospettiva “Dalì, Magritte, Man Ray e il Surrealismo”.

In mostra 180 opere tra dipinti, sculture, disegni, documenti, manufatti, provenienti dalla collezione del museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, uno dei più importanti musei dei Paesi Bassi, in dialogo con alcune opere della collezione permanente dello stesso Mudec.
L’ampia selezione di capolavori presentati nella mostra racconta al visitatore quali fossero le principali premesse e motivazioni dei surrealisti: utilizzando oggetti trovati, tecniche automatiche o regole simili a giochi, gli artisti tentarono di escludere il razionale, nella speranza di creare uno “shock poetico” che avrebbe cambiato il mondo.
Le sei sezioni presentano il mondo del Surrealismo, la visione e la poliedricità delle manifestazioni surrealiste nei più diversi ambiti artistici, dalla pittura alla scultura, dalla letteratura al design.
Ogni sezione è introdotta da una scultura chiave o un oggetto iconico, che parla al visitatore evocando il tema della sezione, e da una citazione, che racconta e ricorda al pubblico come il Surrealismo fu prima di tutto un manifesto filosofico, un pensiero poetico, un modo nuovo e diverso di gettare lo sguardo su una realtà “altra”.
Particolare attenzione è posta all’esperienza artistica e alle opere dei maggiori maestri ed esponenti di questo movimento, come lo spagnolo Salvador Dalì, il francese Renè Magritte e lo statunitense Man Ray: tre figure molto diverse e originali, legate però dalla continua ricerca di un’arte fuori dagli schemi tradizionali e in grado di tradurre in ambito figurativo l’esplorazione dell’universo onirico derivante dall’inconscio e dall’irrazionale.

Sono opere che destano inquietudine e stupore nell’osservatore, spesso posto di fronte a realtà “impossibili” e a rappresentazioni contraddittorie, che collidono con le leggi della fisica: come avviene, per esempio, nel dipinto “La maison de verre” di Magritte, dove il volto di un uomo girato di spalle che sta guardando il mare è raffigurato all’interno della sua nuca, o in “La reproduction interdite”, sempre di Magritte, dove uno specchio replica l’immagine di un uomo di spalle, anzichè rifletterla frontalmente, come sarebbe normale. Mettendo in dubbio le nostre certezze e “giocando” a sovvertire la realtà, i surrealisti ci trasportano in un mondo senza regole nè confini, popolato da sogni, incubi e visioni, dominato dall’inconscio ed esteso fino nei meandri più remoti della psiche umana.
La prima sezione dell’esposizione introduce il visitatore alla nuova “mentalità surrealista”, capace di esprimersi in diversi stili e in svariate discipline: sono qui presenti alcune opere molto significative come il libretto originale del Manifesto del Surrealismo pubblicato a Parigi da Andrè Breton e l’iconico sofà progettato da Salvador Dalì e ispirato alle labbra dell’attrice statunitense Mae West.
La seconda sezione affronta il tema delle origini dadaiste del Surrealismo e traccia un confronto fra i due movimenti d’Avanguardia, presentando opere di artisti come Ernst, Ray e Duchamp che sono “approdati” all’arte surrealista dopo l’esperienza del Dada.
Nella terza sezione, che ospita il capolavoro “La Venere di Milo a cassetti” di Dalì, l’attenzione si concentra sui forti legami intrecciatisi tra il movimento surrealista e il parallelo sviluppo delle “nuove scienze” della psichiatria e della psicanalisi, con scienziati del calibro di Freud e Jung: un rapporto che si tradusse nell’interesse dei surrealisti per le dinamiche dell’inconscio e i paesaggi onirici. I vari metodi e linguaggi artistici utilizzati dai surrealisti per accedere all’inconscio e per rappresentarlo in ambito figurativo sono al centro della sezione successiva; poi l’attenzione si concentra sul tema del desiderio e della sessualità, che i surrealisti affrontano nei loro lavori sia sulla scia delle ricerche freudiane, sia come reazione a una società borghese dominata da una forte chiusura mentale – soprattutto negli anni Trenta, sotto l’effetto dei totalitarismi – che andava a reprimere ogni impulso e slancio sessuale.

La sezione finale, incentrata sull’opera di Oppenheim, cerca di esplorare e far comprendere il concetto di “bellezza” secondo i surrealisti: per questi artisti, infatti, la bellezza risiede nelle combinazioni insolite fra elementi diversi, ma comparabili tra loro, superando così la rigida e schematica definizione di “bellezza artistica” secondo i canoni accademici.
La mostra del Mudec resterà aperta al pubblico fino al prossimo 30 luglio.









