di Giacomo Martini
ROMA – Tre film in uno e una summa del suo cinema con quella parata finale ai Fori Imperiali – all’ombra delle bandiere rosse – in cui ha raccolto tutti i suoi attori e i suoi personaggi, da Jasmine Trinca a Elio De Capitani, da Anna Bonaiuto a Mariella Valentini.
Con “Il sol dell’avvenire” Nanni Moretti torna ai livelli di Caro diario e Palombella rossa, commuove, fa sorridere e convince, fa scattare una nostalgia sana ma osa anche cambiare il corso della Storia immaginando uno storico strappo tra il PCI e l’Urss all’indomani della rivolta dell’Ungheria e dell’invasione dei carri armati russi per le vie di Budapest (con echi, involontari, dell’attuale situazione in Ucraina).

Insomma, un what if gioioso che afferma il socialismo dal volto umano. “Perché chi l’ha detto che la Storia non si può fare con i se…”.
Per il quattordicesimo lungometraggio dell’autore romano, nelle sale dal 20 aprile in 500 copie con 01 e in concorso al Festival di Cannes insieme a Rapito di Marco Bellocchio e La Chimera di Alice Rohrwacher, è il momento della verità con l’affollata anteprima stampa al Nuovo Sacher di Roma e in contemporanea a Milano, le interviste al regista e al cast corale e ricchissimo, in cui spiccano Silvio Orlando, Margherita Buy e Barbora Bobulova. Nanni presenta tutti gli attori, uno per uno, compresi i giovanissimi come Valentina Romani, che fa sua figlia, e Blu Yoshimi (era sua figlia in Caos calmo) che ha un ruolo piccolo ma importante.
Film dalla struttura complessa e riuscitissima, Il sol dell’avvenire, inizia proprio con un gruppo di compagni che scrive a caratteri cubitali quello slogan sul muraglione del Lungotevere. Da lì riunisce e coagula tutte le passioni di Moretti, dalla politica alla musica leggera, dalla psicoanalisi all’avversione per l’uso della violenza gratuita al cinema. Giovanni (lo stesso Moretti) sta girando un film, prodotto dalla moglie (Margherita Buy) e da un coproduttore francese spaccone (Mathieu Amalric).
Il suo film parla di un giornalista dell’Unità (Silvio Orlando) e di una sarta comunista (Barbora Bobulova) alla guida della sezione Antonio Gramsci al Quarticciolo. Il tutto proprio durante i fatti d’Ungheria nel ’56 e mentre arriva a Roma il Circo ungherese Budavari (stesso nome dell’avversario da marcare in Palombella rossa) e con il circo anche il film si nutre di un certo qual sentimento felliniano evocato in diversi momenti, compresa una citazione da La dolce vita.
Giovanni, frattanto, sta scrivendo una sceneggiatura dal romanzo Il nuotatore di Cheever (“magari l’avessi fatto a trent’anni, quando ero più in forma”, riflette mentre nuota in piscina) e sogna un film romantico puntellato di canzoni famose, da L’amore perduto di De André a Dentro la stanza di Battiato.
Sollecitato dalle tante domande, lancia una riflessione sul cinema italiano: “I registi ci sono, i film d’autore anche, un tempo venivano coccolati e ora invece spesso vengono gettati allo sbaraglio. Ci sono tanti registi giovani, per me sono giovani fino a 65 anni, è un cinema vivo, quello che manca è la cura intorno al cinema inteso sia come fenomeno artistico che industriale, mancano ad esempio delle belle trasmissioni in tv per parlarne. Poi i film che funzionano ci sono sempre, sfido chiunque ad aver pronosticato il successo che ha avuto Le otto montagne”, ha proseguito.
Come esercente non ha formule per riportare gli spettatori in sala: “Più che programmare buoni film cosa posso fare? So che dovrei rispondere che bisogna dare al pubblico ‘un’esperienza’, ma in questo sono un po’ vecchio, penso che programmare buoni film sia la cosa principale”. Mentre sulle piattaforme ha idee molto precise: “Vanno bene per le serie, i film si devono fare per il cinema”.
Sull’intreccio di diversi elementi: “Sapevo che stilisticamente avrei girato in maniera diversa il film nel film e il film con le canzoni. In Mia madre, Margherita era una regista che stava facendo un film su una fabbrica mentre sua madre moriva, in quel caso le scene del film nel film vennero dopo. Invece stavolta abbiamo ripreso un progetto di alcuni anni fa, scritto con Federica Pontremoli e Valia Santella, un film ambientato nel 1956, poi insieme a Francesca Marciano, abbiamo aggiunto attorno a quello la vita del regista”.
La prima stesura del Sol dell’avvenire risale a giugno 2021, quindi ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina. “Ci ha influenzati solo un poco, abbiamo aggiunto una frase di Barbora, ‘noi vi apriremo le nostre case’ e tolto una frase sui carri armati a Viale Carso che suonava impressionante”.
Ma la sceneggiatura invece è cambiata molto nel corso del tempo. “Ad esempio, la scena girata nel quartiere Mazzini con la canzone di Fabrizio De André era una litigata di cui non si sentivano le parole, il dialogo tra il ragazzo e la ragazza è arrivato dopo e mi è venuto in mente di essere io a suggerire le battute a Blu Yoshimi. Un altro cambiamento riguarda la parata ai Fori Imperiali, dovevano esserci solo Barbora e Silvio sull’elefante e mia figlia con il fidanzato, l’ambasciatore polacco interpretato da Jerzy Stuhr, e Mathieu Amalric, tutti con i vestiti anni ’50. Poi mi è venuto in mente di far tornare anche tutti gli altri personaggi del film, poi di chiamare anche i personaggi degli altri miei film. L’ho girata tre volte. Chiudo una prima fase della mia carriera a cui ne seguirà una seconda e forse anche una terza”.









