di Andrea Mori
PRATO – È la notte del 21 febbraio 2023, l’orologio segna all’incirca le 2, Martina Mucci, una bella ragazza pratese di 29 anni, ha finito il proprio turno di lavoro e con l’auto si muove verso casa. Il parcheggio è il solito, quello “vicino al cancellino”.

La giovane cameriera si dirige verso il portone del proprio palazzo, portone che, malauguratamente, giocherà un ruolo determinante in questa drammatica vicenda.
Nei pochi istanti che la separano dall’entrare nell’abitazione, probabilmente Martina ad altro non pensa se non a stendersi quanto prima sul proprio letto e a lasciare che Morfeo la avvolga tra le proprie braccia. Purtroppo, però, quella notte non avverrà alcun incontro col Dio dei sogni, perché qualcuno al posto suo ha già deciso i piani della sua “serata”. Piani non proprio all’insegna del riposo, bensì, all’opposto, della sofferenza.
Martina dunque apre il portone, ma sfortunatamente, come spiegherà la ragazza poche ore dopo l’accaduto, questo “si chiude a molla, quindi ha una chiusura più lenta rispetto alle porte classiche”. Sarà proprio il tempo impiegato dal meccanismo di chiusura a consentire a due uomini di introdursi insieme a lei nel palazzo per poi piccchiarla selvaggiamente.
Quando accadono cose tanto agghiaccianti e lontane da vivere civile, viene naturale porsi delle domande, o semplicemente restare increduli rispetto a come una cosa del genere possa accadere. Non a caso il Sindaco di Prato, Matteo Biffoni, presentando il progetto “Sicurezza vera”, ha detto che “quello che è successo a Martina è una cosa che lascia a bocca aperta, sembra un film”. Probabilmente il pensiero del Sindaco è quello che moltissime altre persone hanno.
Per fare un po’ di chiarezza, abbiamo interpellato un esperto. La dottoressa Stefania Iazzetta è iscritta all’ordine degli psicologi della Toscana. Si è laureata nel 2008 in Psicologia clinica e di comunità presso l’Università degli Studi di Firenze, e ha poi nel 2014 conseguito l’abilitazione all’esercizio della psicoterapia, presso la Scuola di psicoterapia cognitiva SPC. Svolge attività clinica e di ricerca presso il Centro di psicoterapia cognitiva SPC di Grosseto e presso lo studio multidisciplinare IDA di Firenze. I suoi ambiti di intervento sono: disturbi d’ansia, disturbi dell’umore e disturbi di personalità. (Per più informazioni, collegarsi a questo indirizzo: https://apc.it/psicoterapeuti/terapeuti/dr-ssa-stefania-iazzetta/)
Dottoressa, cosa accade nella mente di un individuo che arriva ad assoldare due persone per far picchiare la propria ex ragazza (che ha l’unica “colpa” di essere ex)?
Purtroppo non c’è un’unica risposta a questa domanda. La violenza agita da un uomo nei confronti della compagna o ex compagna può essere di genere diverso. Può essere legata sia ad un tentativo estremo di controllo per evitare l’abbandono o il distacco, sia ad una perdita di controllo sull’onda emotiva della rabbia, che ad un tentativo di gestire sentimenti inaccettabili di depressione e umiliazione, e quindi di riaffermazione del proprio valore personale. Spesso nella storia di questi individui ritroviamo racconti di maltrattamenti o umiliazione da parte delle figure di riferimento, o di vera e propria violenza, osservata o subita, che li porta a riutilizzarla in momenti di carico emotivo o stress. Molti studi mostrano anche come gli uomini autori di violenza presentino, rispetto alla popolazione generale, tassi più elevati di disturbi di personalità come il disturbo antisociale, borderline e narcisistico.
Nel corso della sua carriera professionale le è capitato di avere in cura uomini che hanno commesso o desideravano commettere gravi violenze fisiche nei confronti delle proprie partner o ex partner? Se si, come li ha aiutati?
Sono molti i protocolli di intervento con gli uomini autori di violenza. A mio avviso ogni intervento deve partire necessariamente dalla presa di consapevolezza della gravità e problematicità della propria condotta, solo dopo di questo si può lavorare sulla modifica delle credenze e dei comportamenti disfunzionali. Poi si aiuta l’individuo a costruire nuovi modi di gestione delle esperienze interne spiacevoli, sostenendolo attraverso la costruzione di una serie di skills e abilità, che possono essere sia di comunicazione maggiormente assertiva, regolazione emotiva etc.
Quali sono le ripercussioni psicologiche a cui le vittime di brutali aggressioni come Martina possono andare incontro?
Le conseguenze psicologiche che una vittima di un aggressione può sviluppare sono molte e di diversità gravità e intensità. La persona può sviluppare un disturbo post traumatico, disturbi d’ansia, stati depressivi, insonnia, problemi nella relazioni e nell’intimità.
Se potesse rivolgersi ad una ragazza o donna vittima di violenza, che però non riesce né a denunciare alle autorità, né a rivolgersi ad uno specialista come lei, cosa le direbbe?
Che è normale sperimentare emozioni diverse verso il partner autore di violenza, che da un lato può essere molto doloroso e difficile arrivare alla consapevolezza della problematicità della relazione, dall’altro è normale avere una serie di timori rispetto all’affrontare l’uscita dalla relazione, paura rispetto alla reazione del compagno o di non essere credute. Ma la violenza non è mai giustificabile. Spesso le relazioni “violente” seguono una spirale che va da un momento di crescita della tensione fino all’esplosione vera e propria della violenza, alla quale però segue una fase “di pentimento” da parte dell’autore della violenza o “di luna di miele” in cui la vittima rimane inesorabilmente nella relazione, arrivando a rimuovere i maltrattamenti, dimenticandosi dei momenti di o darsi la colpa per le reazioni violente del compagno, in una dipendenza che diviene patologica. Ma la violenza non è mai giustificabile, ed è importante comprendere che il compagno senza un aiuto concreto non cambierà e questa si ripresenterà inesorabilmente.
I centri antiviolenza sono un aiuto concreto dove trovare sostegno e aiuto per affrontare questo passo che può a volte essere difficile fare.”



