di Andrea Mori
PRATO – “Hikikomori” è un termine giapponese che significa “stare in disparte”. Indica una condizione in cui una persona si ritira dalla vita sociale per periodi più o meno lunghi, che in alcuni casi possono durare anche anni.

Quello degli Hikikomori è un fenomeno che riguarda soprattutto giovani tra i 13 e i 30 anni di età.
A Palazzo comunale, l’Ufficio scolastico territoriale di Prato, in collaborazione con il Comune di Prato, la Consulta degli studenti e la Garante dell’infanzia e adolescenza del Comune di Prato, ha organizzato un seminario volto proprio a sensibilizzare quante più persone possibile riguardo il fenomeno “Hikikomori”, sempre più in crescita. Tanto che infatti, nel nostro paese, ad oggi si contano tra i 100mila e i 150mila casi.

Marisa Stellabotte, coordinatrice dell’Area psicologica della Toscana per l’associazione Hikikomori Italia, intervenendo all’incontro ha evidenziato quelli che sono i segnali a cui bisogna fare attenzione.
La dottoressa ha elencato le 3 fasi che portano solitamente un individuo a diventare un caso di Hikikomori: “nella prima fase la persona inizia a percepire malessere nelle relazioni sociali e cerca di rifugiarsi nell’isolamento. Quindi comincia a saltare la scuola, rinuncia ai suoi hobby; nella seconda c’è un incremento della tendenza alla solitudine, potenziando l’attività online: chat, giochi…; nella terza fase, invece, viene meno tutto quello detto in precedenza e si arriva a nessun contatto, fino alla chiusura totale”.
Quello che contraddistingue ogni individuo “divenuto” un Hikikomori, neanche a dirlo, è la convivenza con un forte disagio psicologico. Disagio che talvolta può spingere chi prova questo malessere ad adottare addirittura un “ritiro severo”: ciò significa che se un ragazzo abita coi propri genitori, con questi non ci parlerà più e neanche ci condividerà colazione, pranzo e cena. La sua unica realtà “vivibile” diventa la propria camera da letto, la quale si trasforma in un vero e proprio bunker.
L’obbiettivo dell’incontro di ieri pomeriggio, ha spiegato Stellabotte, è quello dell’importanza di “fare rete”. Poiché quello degli Hikikomori è diventato in Italia un fenomeno allarmante.
Una precisazione importante fatta dalla dottoressa, è quella che l’Hikikomori non è l’individuo, come si potrebbe pensare, che sta chiuso in camera perché dipendente dai videogiochi o dall’utilizzo di internet (questi sono solo dei mezzi con cui affrontare l’isolamento). L’Hikikomori è una persona che ogni giorno soffre molto per diversi motivi. Alla base vi è un’ipersensibilità da parte di queste persone che tra l’altro, spesso, hanno un quoziente intellettivo superiore alla media (è rinomato che i più intelligenti soffrono di più: è il prezzo da pagare per comprendere meglio le cose).
In conclusione: se vostro figlio o vostra figlia, o una persona a voi vicina, inizia a comportarsi come ha spiegato l’esperta, non dategli del “fannullone” o altro. Piuttosto, chiedetegli come sta. E se non vi risponde oppure lo fa, ma in modo non convincente, non è una cattiva idea quella di rivolgersi ad un esperto come la dottoressa Stellabotte, anzi.



