CANTAGALLO – Un vero e proprio nido d’aquila, in vetta a una rupe a guardia della valle del Bisenzio, custode di vicende secolari fra storia e leggenda.
È la Rocca Cerbaia, oggi abbandonata e in rovina, che si erge isolata e solitaria sulla sommità di un poggio a strapiombo sulla valle, nel tratto compreso fra le località di Carmignanello e Dogana.
La Rocca è raggiungibile a piedi, percorrendo un sentiero segnalato dal CAI che si stacca dalla provinciale, attraversa il Bisenzio e risale la collina fino in prossimità dei ruderi. Per arrivare sulla sponda opposta del fiume si attraversa l’antico ponte di Cerbaia, ponte in pietra a tre arcate a sesto ribassato, di origine altomedievale ma ricostruito nel corso del Trecento e più volte restaurato.
Antecedente alla costruzione della Rocca, è il più antico ponte sul Bisenzio sopravvissuto fino ad oggi, e il più interessante perchè posto in un punto strategico per l’attraversamento del fiume da parte della strada, di origine longobarda, che dalla piana fiorentina risaliva l’Appennino in direzione dell’Emilia.

La storia della Rocca è strettamente connessa a quella dei conti Alberti, una delle famiglie più antiche e potenti dell’aristocrazia feudale toscana, possessori di beni e terre lungo tutto il corso della valle del Bisenzio fin dal XI secolo: la loro influenza politica fu tale che furono i primi signori di Prato, prima che la città si costituisse libero Comune, ed estesero i loro possedimenti, seppur in maniera frammentaria, anche nelle aree del Montalbano, della Valdinievole, del Valdarno inferiore e della Maremma grossetana. La crescita della loro potenza portò allo scontro con Matilde di Canossa, che ne ridimensionò l’influenza, e alla successiva creazione di una signoria rurale che aveva come centro proprio la Rocca Cerbaia, “cuore” del loro potere comitale.
Il fortilizio venne eretto con tutta probabilità nella prima metà del XII secolo in un punto di rilevanza strategica, dove un restringimento naturale della vallata rendeva più agevole il controllo dei transiti. Infatti la Rocca da un lato permetteva il controllo della via transappenninica che da Prato risaliva la valle del Bisenzio fino a Montepiano per poi ridiscendere verso Bologna, dall’altro, trovandosi a metà della vallata, rappresentava un ottimo punto di difesa militare e di guardia dei territori circostanti, sottoposti alla giurisdizione degli Alberti.

La presenza della Rocca Cerbaia nel novero dei possessi dei conti Alberti è attestata dal diploma emanato nel 1164 dall’imperatore Federico Barbarossa: un documento storico assai significativo, risalente a quella fase del confronto tra l’autorità imperiale e i poteri cittadini emergenti, in cui il sovrano cercò di favorire il più possibile le aristocrazie rurali di antica origine, che basavano il proprio potere sul controllo delle aree del contado. Un tentativo di riportare le signorie comitali fedeli all’impero a un ruolo centrale all’interno della giurisdizione pubblica, con l’intento di limitare sia l’espansione territoriale dei Comuni nel contado, sia le crescenti autonomie cittadine.
È proprio nell’ambito dello scontro e delle lotte con i Comuni italiani che l’imperatore, con questa cartula confirmationis, riconosce la giurisdizione dei conti Alberti sulla Rocca Cerbaia e i territori della media e alta valle del Bisenzio: e il potere albertesco durerà ancora due secoli, nonostante le frequenti lotte con il Comune di Prato e i ripetuti tentativi delle truppe pratesi di assediare l’inespugnabile castello per limitare o abbattere il potere di una signoria ancora molto potente e influente.

La storia della Rocca è arricchita da almeno due memorie dantesche: la prima è il riferimento diretto a la valle onde Bisenzio si dichina (Inferno, canto XXXII, v. 56) per indicare il centro del potere signorile della famiglia Alberti. In questo canto, ambientato nella palude ghiacciata di Caina, dove sono puniti i traditori dei parenti, Dante rievoca la morte di Napoleone e Alessandro degli Alberti, che si uccisero a vicenda in duello per ragioni di interesse e di eredità: un fatto di “cronaca nera” avvenuto tra il 1282 e il 1286, all’epoca della giovinezza del poeta, che destò anche a Firenze grande impressione.
La seconda è connessa a una leggenda nata in epoche successive, secondo la quale nel 1285 Dante, all’epoca giovane cavaliere, durante un viaggio verso Bologna fu sorpreso da una giornata fredda e nevosa e chiese ospitalità ai conti Alberti per trascorrere la notte alla Rocca: ma i signori, forse temendo il forestiero, rifiutarono di accoglierlo e così Dante dovette trovare rifugio nella capanna di un pastore posta poco più a valle. Una vicenda molto probabilmente priva di fondamento storico, ma che “spiega” l’astio del poeta contro i figli di Alberto degli Alberti, “rei” di non averlo ospitato nella loro dimora in un momento di necessità e – anche per questo – trattati con estremo disprezzo e durezza nella descrizione del loro supplizio infernale.
Nel 1361 l’ultimo conte della famiglia Alberti vendette la Rocca al Comune di Firenze, ormai in fase di decisiva espansione su tutta la Toscana settentrionale; i fiorentini restaurarono la fortezza e vi insediarono una guarnigione militare per il controllo e la difesa della valle, poi smobilitata nel corso del secolo successivo. Con l’età moderna la Rocca perse la sua secolare funzione difensiva, diventando prima residenza privata e poi venendo abbandonata: ridotta a rudere e quasi dimenticata, alla fine del secolo scorso è stata acquistata dal Comune di Cantagallo che ne ha promosso il restauro e la valorizzazione, rendendola una meta quasi obbligata per gli amanti del trekking e per chiunque voglia passeggiare tra natura e storia.

Il complesso fortificato, edificato in pietra arenaria e circondato dalla vegetazione boscosa, conserva le tracce di due cinte murarie: in quella inferiore si trova un portale oltre il quale si notano i resti di un oratorio absidato, un tempo annesso alla struttura, mentre in quella superiore sono visibili una cisterna coperta a botte – fondamentale era infatti l’approvvigionamento idrico – e alcuni ambienti di servizio.
Sulla sommità della struttura sono ancora ben visibili i resti del mastio, di forma quadrangolare, con le sue possenti murature. Da qui, in posizione panoramica, lo sguardo abbraccia tutta la media valle del Bisenzio tra Vernio e Vaiano, e si estende anche verso est, in direzione di Montecuccoli, e verso ovest, lungo le montagne tra Cantagallo e Migliana.









