mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi, Altan e la Pimpa come “antropologa” della nostra società

PISTOIA – In un Teatro Bolognini gremito, il giornalista Luca Raffaelli ha intervistato Altan sulla sua vita e i suoi lavori. Sia per i bambini con la Pimpa che per gli adulti con Linus e le altre testate, sono stati cinquant’anni di un enorme successo.

Altan ha saputo rivolgersi a un vasto pubblico per così tanto tempo con una capacità unica.

Con la creazione della Pimpa, Altan è un vero e proprio antropologo, perché la Pimpa ha davvero il rispetto delle persone, non le incontra con una finalità precisa, lo fa come interesse di studio, come crescita personale dando valore al rapporto con l’altro.

Questa Pimpa nasce solo come un gioco per bambini?

Sì è nata così, tra i disegni che facevo per mia figlia piccolina, era la mia maniera di giocare e comunicare con lei. Ma di lì poco è stata portata ed accolta al Corriere dei Piccoli e ha preso velocemente la sua strada. Il suo mondo è regolato da cose che non si possono modificare, ha una sua logica, basta pochissimo, uno spunto per cominciare una storia ma poi prosegue da sola.

Grazie alla sua curiosità riesce a ficcarsi in faccende che hanno dimensioni incredibili.

La semplicità narrativa della Pimpa…in molti degli incontri a cui ho assistito in questi giorni spesso mi sono detto “ma questo lo dice la Pimpa”! Bisogna avere attenzione a tutti, non è solo una cosa da bambini, è un grandissimo insegnamento. Poi c’è l’Altan che critica la propria cultura, creatore di vignette e feuilleton…

Da sempre ci stanno raccontando delle storie e non sempre sono vere o giustificate, certe volte è interessante leggerle spostando il proprio punto di osservazione, lo faccio con le vignette smontando quella sorta di pubblicità subliminale che tutti i giorni ci viene fatta.

Nella storia dell’impavido Cristoforo Colombo, partiti da Palos, dopo tre giorni i marinai gli chiedevano quante miglia avessero fatto e se erano sessanta lui rispondeva cinque per paura che pensassero siamo troppo lontani da casa e quindi volessero tornare indietro. 

Altan in dialogo con Luca Raffaelli sul palco del Teatro Bolognini in occasione dei Dialoghi (fotografie di Stefano Di Cecio)

C’è una visione dell’uomo occidentale come approfittatore, c’è una speranza per l’umanità?

C’è qualche tentativo di volerlo fare, grandi speranze no.

Il tuo mondo creativo nasce a metà degli anni Settanta

Avevo trent’anni. 

Qualche anno prima avevi scoperto il Brasile ed è stata una folgorazione per te.

E’ vero, avevo 24 anni ed ero un po’ più energico di adesso. Ci sono andato per caso seguendo un mio amico che si era inventato di fare dei film, mi ha fatto entrare in questa piccola troupe. Il mio ruolo era quello di andare a prendere del materiale in maniera molto particolare.

Avevo un’idea vaga del Brasile, tutto giungla e cose simili, invece Rio era una grande città, avevo una giacca di camoscio che mi sono tolto alle 4 di mattina perché morivo di caldo, ero completamente “deslumbrado” (accecato, meravigliato), ho lavorato a un film e alcuni documentari, poi sono tornato a Roma e dopo un anno e mezzo ho avuto un’altra occasione di tornare in Brasile ed ho conosciuto Mara (la indica perché presente fra il pubblico) e quando il resto della troupe è tornato in Italia, ho detto resto, clandestinamente in Brasile.

Mara andava presso gli uffici di immigrazione cambiando le schede di entrata e di uscita per potermi fare rimanere.

Il primo fumetto è stato pubblicato in Brasile: le tavole narrano le fantasiose avventure della bambina Kika e dell’elefantino Jaime. Ritrovate non senza difficoltà, sono esposte alla mostra in corso a Palazzo Buontalenti.

All’epoca non sapevo come si facevano i fumetti, ci sono miei commenti tanto per mettere le mani avanti e parare eventuali critiche negative. Il modo di vivere, l’assenza del senso del peccato, non erano concetti rivoluzionari nati nel maggio francese, in Brasile era ed è così. Senso del presente, viviamo adesso e basta. Lontano dalla famiglia, ho scritto due lettere durante la mia lunga permanenza in Brasile due a mia madre ed una a mio padre e basta, il telefono costava troppo.

Tuo padre era un famoso antropologo.

Sì ha fatto delle ricerche qua, in Italia, poi ha cominciato a occuparsi della nostra cultura e dei suoi difetti. Era molto meno affettuoso di me con le persone, trovo che siamo un popolo disgraziato in tante cose ma sono anch’io lì dentro quindi li devo “amare un po’”. I miei si sono separati quando avevo sette anni, una separazione non amichevole. Con mio padre ci vedevamo una volta ogni due mesi. Poi, quando avevo 16/17 anni ha trovato in me un interlocutore interessante e le cose sono migliorate, era un vero professore e gli piaceva insegnare molto ed era bravo a farlo.

Come reagiva quando vedeva i tuoi fumetti?

Fino a sette anni d’inverno non potevo leggere i fumetti causa scuola, potevo farlo solo d’estate. Avevo dei “trafficanti di fumetti”: aprivo il salvadanaio e davo dei soldi ai miei anici più grandi che me li portavano. Sono stato scoperto alle sei di mattina mentre leggevo la Rosa di Baghdad a causa in un incendio scoppiato in casa. Mio padre non era capace di leggere i fumetti, per cui non mi ha mai detto niente dei miei, forse perché lo annoiava o perché non aveva mai imparato a leggerli ma apprezzava le vignette.

Hai mai letto i suoi libri?

Sì non tutti però.

Arroganza dell’uomo e della nostra cultura occidentale, un problema di Ego, dobbiamo sentirci importanti e distinguersi dagli altri, tu sei un autore che si è distinto per la sua riservatezza. Mi ricordo Treviso comics, avevo diciassette anni, mi apposto all’entrata del festival e vedo Altan, gli chiedo posso fargli un’intervista e lui mi risponde sì, mi preparo e lui mi dice posso andare in bagno? Non l’ho più visto: ecco questo è il suo egocentrismo.

Da piccolo ero timidissimo, se qualcuno me lo diceva diventavo rosso come un peperone, non ho fatto niente per combatterla. Mi ricordo che andavamo a  fare il bagno nel Tagliamento, era pieno di gorghi molto pericolosi. Mi hanno insegnato che non si deve provare ad uscire dai gorghi perchè si rischia la vita,  si esce naturalmente facendo il “corpo molle” e da allora il lasciarsi andare è diventata una mia regola di vita.

Sei metodico?

Sì, da piccolo arrivavo a scuola quaranta minuti prima. Rispetto sempre le mie scadenze.

L’ansia da mancanza di idee?

All’inizio facevo senza problemi 30/40 vignette per Linus poi Oreste Del Buono le sceglieva, quando sono passato a farne solo una da pubblicare su Panorama, doveva essere degna di essere pubblicata e la cosa all’inizio mi creava ansia, poi è passata. E’ tornata quando dovevo fare quella per con la prima pagina di Repubblica.

Ansia utile?

Sì fino a un certo punto, perché può essere deleteria e poi ti blocca.

Per realizzare i tuoi lavori pensi, disegni e scrivi?

Scrivo, il lavoro è di eliminazione, trovare una parola che ne valga tre, non è una illuminazione, è un lavoro.

Alcune idee che hanno fatto epoca, come “l’ombrello nel sedere”?

La prima volta è uscita su “Tango” il supplemento de l’Unità diretto da Staino, si riferiva all’incarico esplorativo dato allora a Nilde Iotti; questo signore della vignetta diceva “non ci faccia caso è solo un incarico esplorativo” da lì alcuni l’hanno notato e ho iniziato ad usarlo senza freni, poi basta.

Ci sono stati politici che ti hanno chiesto le vignette?

Spadolini più di una volta e Pertini. Craxi una volta ha commentato che ero bravo ma non capivo niente.

Quando torni in Brasile è difficile fare le vignette sull’Italia?

Sì mi manca l’odore.

Nel corso degli anni sei riuscito a scovare il mandante di tutte le sciocchezze che diciamo?

No.

Guardandosi intorno poteva andare peggio? 

Ho fatto una vignetta dicendo no, ma forse era una vignetta ottimistica.

C’è qualche nuova idea sull’uso dell’ombrello?

Ho affidato a Elon Musk questo quesito! La satira ci sarà sempre ma i metodi possono cambiare molto basta vedere cosa è successo dal teatro greco fino ad oggi.

Attaccare i potenti non si può con la satira, si ottiene pochissimo, mentre per sapere se c’è qualcun altro che la pensa come te, funziona.

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