PISTOIA – Organizzato dal Gruppo Fotoamatori Pistoiesi e in collaborazione con l’Associazione G713 Pistoia Valley, si è svolto nel giardino Puccini-Gatteschi un interessante incontro con il direttore della fotografia Valerio Evangelista.
Intervistato da Paolo Cagnacci, fotografo e docente presso la Fondazione Studio Marangoni a Firenze, Evangelista ha risposto alle domande fornendo uno spaccato sulla sua vita e sul suo lavoro nel mondo del cinema.
Si è trattato di un piacevolissimo dialogo sulla fotografia nel cinema con qualche riferimento alla fotografia in generale. Fatte le presentazioni è stato proiettato uno Showreel realizzato dallo stesso Evangelista per fare una panoramica su quello che un direttore della fotografia fa nel suo lavoro. “Crea l’immagine, la luce e l’atmosfera per un film”. Fra le ultime opere di Evangelista “La mia ombra è tua” con Marco Giallini, la terza serie de “I bastardi di Pizzofalcone”, “Blanca”, la serie televisiva “Rocco Schiavone”, “L’ultimo Spettacolo”.

La prima domanda che gli viene posta è su come è iniziata la sua carriera, formazione e rapporto con la fotografia.
Il padre era un fotografo amatoriale, appassionato di reflex ha sempre comprato macchine fotografiche. “La mia prima macchina, che posseggo tuttora, è stata una Nikon FE2 con un obiettivo Nikkor 55 mm. Ricordo benissimo la prima volta che ho messo l’occhio nel mirino. Ero in una stanza, mettevo a fuoco ma in realtà mi sentivo all’interno del mirino. Mi sentivo protetto, mi dava sicurezza la sensazione di poter controllare la realtà” dice Evangelista.
Cagnacci a proposito di questo aspetto cita il libro di Susan Sontag “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società”. Il libro parla dei turisti che prima ancora di guardare cosa hanno davanti, per sentirsi sicuri, mettono la macchina fotografica fra loro e l’esperienza della realtà. Gestione e controllo della situazione. Questa sensazione lo ha seguito negli anni oltre a cercare di avere un rapporto più creativo che tecnico. “Il cinema è meglio della realtà, più reale del vero”.
Vengono proiettate altre clip dei suoi lavori, riprese che sono apparentemente normali ma che sono state invece costruite da zero. “Quando si gira un film e si crea qualcosa per l’industria cinematografica, la gestione del set è totale e deve essere fatta bene. Lo si fa gestendo le inquadrature e i corpi illuminanti. Per creare un’atmosfera devi essere capace di gestire la luce che è una cosa complicata. E’ molto simile al prendere una tela e dipingere sopra qualcosa, anche se non è detto che il risultato sia bello. La direzione delle luci è più simile alla pittura che non all’aspetto esclusivamente tecnico”.
Prima di fare il direttore della fotografia ha fatto l’operatore di macchina, specializzato nei film d’azione e nelle scene di action, “ero molto bravo”, dice, “uno dei pochi che faceva anche l’operatore acrobatico, uno stunt camera operator. Mi sentivo invincibile dietro una macchina da presa come dietro ad una armatura”.

La sua formazione deriva anche dalla zona in cui è nato, l’Appio Claudio a Roma, la zona cioè degli studi di Cinecittà dove giocava da bambino. “All’inizio fotografavo saltuariamente e giocavo con le prime telecamere di un mio zio ricco, intuendo il potenziale di quegli strumenti, il passaggio dall’immagine statica a quella in movimento. Mi esaltava avere la gestione di un margine, quello del frame, mi esaltava, fuori da quel margine, quello che non si vedeva lo conoscevo solo io. L’immagine filmata aveva per me un potere assoluto, il periodo era quello del Movie Magic americano, i sogni su celluloide, la possibilità di creare qualcosa di mio mi affascinava.
Il primo film che ricordo e che mi ha fatto capire che dietro c’era un mondo è stato E.T. poi l’ultimo imperatore e il piccolo Buddha, lungometraggi che hanno toccato le mie corde”.
Cinque anni alla scuola di cinema Roberto Rossellini, nell’ultimo anno i professori scelsero alcuni studenti da mandare sui set. Roma è ancora il centro del cinema in Italia ed era abbastanza duro “entrare”.
Ha iniziato a fare gavetta per diversi anni facendo il camera assistant. “Erano le farfalle nello stomaco che avevo e che ho tuttora, la sera quando vado a dormire non vedo l’ora di svegliarmi ed affrontare il lavoro del giorno dopo”.
La formazione è stata fondamentale per la professione, nel periodo della sua “gavetta” ha acquisito la capacità di “prendere le misure, toccare con mano il mondo del cinema accorgendomi che è molto complesso. Non deve demoralizzare la gavetta, ho fatto per tanti anni il focus puller cioè responsabile della messa a fuoco dell’immagine, sapevi ciò che avevi fatto dopo una settimana, dopo aver sviluppato il girato e proiettato in un cinema. e se sbagliavi era terribile.
Oggi è completamente diverso. “L’immagine latente” ovvero l’Immagine che si crea sulla pellicola nel momento dello scatto, ma visibile soltanto dopo lo sviluppo, è scomparsa. Chiunque può vedere il monitor e non solo gli addetti ai lavori, si può vedere ciò che si sta facendo. All’epoca usavo la steady cam ovvero 50 kg di attrezzatura da portare addosso con obiettivi anamorfici tecnovision. Gli obiettivi anamorfici comprimono le immagini orizzontalmente per catturare un campo visivo (FOV, Field of View) artificialmente più vasto, con un sensore 4:3 standard.
Questo processo, noto come “desqueeze”, crea proporzioni più ampie in post-produzione senza ricorrere a obiettivi grandangolari. C’era un “Loader” che caricava la pellicola e poi scaricava il girato in un sacco nero, al buio in un furgone con una responsabilità infinita. Oggi c’è un livello professionale elevatissimo, in passato i direttori delle fotografie erano tutti anziani con grande esperienza alle spalle.
Il digitale offre molta elasticità, ma è anche vero che quello che tu vuoi va fatto subito, non si può pensare alla post produzione utilizzando per esempio il DaVinci che è un sistema digitale di montaggio e di correzione di luci e colori. Vanno fatti piccoli ritocchi ma bisogna portare a casa il risultato fin da subito. Oggi ci vuole una settimana circa per una puntata di una serie televisiva.
“Qual è un altro direttore della fotografia che ha influito sul tuo lavoro?”, gli chiede Cagnacci.
“Inizialmente mi sono ispirato a Vittorio Storaro (Apocalypse now, il Piccolo Buddha) poi Emmanuel Lubezki (I figli degli uomini, Gravity ,The revenant) e infine Robert Richardson che considero uno dei più grandi esistenti”.
Conclude dicendo che il suo lavoro gli permette di vivere sì ma è sempre anche il suo hobby, il suo divertimento.









