mercoledì, Settembre 9, 2026

Pistoia, la pittura, le vignette: Riccardo Mannelli racconta “Satira Madre”

PISTOIA – Presentato alla libreria “Lo Spazio” di Pistoia, a cura dell’Associazione Delpresto, il nuovo libro di Riccardo Mannelli “Satira madre”, edito dalla Paper First by il Fatto Quotidiano e uscito ad aprile di quest’anno.

Mannelli ha ritrovato molti suoi amici d’infanzia e di adolescenza in un contesto molto amichevole, sfatando per l’ennesima volta la voce che lo accompagna da sempre, quella di “odiare Pistoia e i pistoiesi”.

“Sono stato molto girandolone fin da piccolo”, dice, “e non ho mai amato la provincia privilegiando invece il ritmo e la vita metropolitana da sempre, più imprevedibile ed anarchica”: è solo questo il motivo che lo ha portato via dalla sua città natale.

Riccardo Mannelli e alcuni momenti della presentazione del suo libro “Satira Madre” alla libreria Lo Spazio (fotografie di Stefano Di Cecio)

Ricorda invece la metà degli anni Settanta, quando Pistoia era molto viva dal punto di vista artistico. Fra gli aneddoti racconta di quando ha fatto l’animatore culturale alle Ville Sbertoli di Pistoia per un anno e mezzo con lo psichiatra Leopoldo Tesi. Di li a poco sarebbe arrivata la legge che chiuse i manicomi: “noi avevamo il compito di preparare i lungodegenti ad affrontare le esperienze fuori dalla struttura”. Furono create le prime case famiglia e una era proprio in via Curtatone e Montanara. “Facevo le gite e una volta all’Isola d’Elba, durante il viaggio di ritorno, da solo con venti ospiti delle Ville Sbertoli, ricordo che vomitarono tutti insieme come fuochi d’artificio”.

Era un momento molto vivo a Pistoia; Mannelli ricorda il pittore Franco Bovani e poi il teatro di strada e la musica di cui è sempre stato appassionato.

In quegli anni gli chiesero “perché vai a Roma a fare l’ultimo quando a Pistoia potresti essere il primo?” e lui che non vive di classifiche, decise che Pistoia rappresentava un “mercato” troppo ristretto, all’epoca dipingeva, ma faceva altre cose anche nel mondo del fumetto e in quello della satira. Il primo lavoro per cui è stato pagato lo ha fatto per la rivista satirica “Help”. “Rispetto all’arte capii che quel tipo di lavoro pagava subito”.

La pittura poi scivolò in secondo piano, l’editoria aveva un riscontro immediato e affascinava “uno come me che sembrava arrivato dalla montagna con la piena”.

“Andavamo a giro con la cartellina dei disegni con il solo biglietto d’andata sperando di vendere qualcosa per il ritorno”.

Cominciarono ad andare di moda le vignette sui quotidiani e lui in brevissimo tempo se li è bruciati tutti perché i suoi lavori non venivano apprezzati perché non ritenuti adatti, volevano sì una vignetta ma senza avere ancora un’idea precisa di cosa intendessero. “Smaliziati da Pino Zac e dalle esperienze di “Il Male” pensavano di poter far tutto ma non era così. Assunto subito nella redazione de “Il sale” nel 1977 a Milano guadagnavo più di mio padre, solo che durò tre mesi”.

Gli piacevano le esperienze “sul campo”. Mannelli ricorda le sue prime esperienze in Francia con quelli di Charlie Hebdo, come Cabu ad esempio, disegnatore superbo o come Topor. Poi a Playmen dove lo odiavano quasi tutti ma non il direttore Luciano Oppo, che lo adorava e gli dette un sacco di soldi per un reportage da Parigi dove ero già stato. 

“Conobbi un sacco di gente in gamba, Manara, Coco, Wolinsky, grandi fotografi come Frontoni, Valobra e feci le prime critiche cinematografiche disegnate”.

“Sperimentavo il graphic journalism ma non come quei giornalisti che se ne stavano chiusi in camera a rendere più appetibili le notizie di agenzia, io ero fra quei pochi fessi, con i foto reporter e i cine operatori, che erano obbligati ad andare sul campo ed io andavo insieme a loro”.

“Io vado, annuso, racconto alla mia maniera, il giornalismo non c’entra. Mi dicevano chi sei te per raccontare il Nicaragua, la Palestina, la guerra in Jugoslavia? Hai zero titoli per raccontare, questo non va bene, la gente non capisce, a volte anche i disegni sono troppo belli, ma come? io sono un artista, non ti interessa il lavoro di un artista?”, mi ha sempre salvato il pubblico che leggeva quello che facevo.

“Nel mio lavoro il culo conta molto. Il talento non significa niente, Carmelo Bene diceva che l’artista di talento può fare quello che vuole, l’artista di genio fa solo quello e basta” e continua “non ho talento, molti artisti che ho conosciuto, non avevano talento, mi sveglio la mattina e non so cosa fare, non ho la patente, il diploma, certe volte mi sembra di non sapere fare più niente. Nasce la necessità di reinventarsi. Mai stato in grado di decidere qualcosa per forza di volontà, faccio le cose per indole, perché è più forte di me”.

La satira non si fa come mestierante, la si fa facendosi coinvolgere. “Questo è un libro che assomiglia molto a ciò che facevo negli anni Ottanta e Novanta. Satira profonda a 360 gradi, sono contento di averlo fatto e di aver trovato un meccanismo di montaggio che è l’essenza del concetto satirico, cioè il ritmo. Osservare, dare corpo alle parole. Che certi personaggi aiutino la satira non è vero, anzi certe volte ti mettono in difficoltà perché la loro realtà supera la satira”.

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