di Alessandro Giovannelli

PISTOIA – Anno 2023. Luglio. Pistoia Blues, a 43 anni da quell’ormai lontano 1980, è lì a ricordarci che non tutte le cose buone sono inesorabilmente destinate a finire.
Se ancora possiamo dire di aver trascorso delle serate di luglio a godere di concerti di qualità, ad interrompere la noia mortale di una cittadina di provincia che offre sempre meno – un’economia sempre meno florida, poche opportunità di lavoro, scarse occasioni di socialità, ed una vitalità culturale che, in particolare da qualche anno a questa parte, sfiora lo zero -, se tutto questo è ancora possibile, è grazie a Giovanni Tafuro e alla sua squadra. Ho avuto già modo di dirlo in passato, ma giova ripeterlo: è grazie a BluesIn.
Eppure, le cose non sono affatto filate lisce come l’olio.

Quest’anno, il Comune, dopo mesi sprecati ad annunciare l’imminenza della pubblicazione del bando per l’assegnazione dell’organizzazione del festival, che poi, nei fatti, non sarebbe mai arrivato, ha chiesto a BluesIn di organizzare l’evento in tre mesi, partendo tra febbraio e marzo, quando le altre piazze avevano già da mesi presentato il programma ed aperto le prevendite, e quando una parte del pubblico potenziale di Pistoia Blues aveva già i biglietti – acquistati a peso d’oro – per altri concerti. Noi amanti della musica e dei live spesso dobbiamo arrangiarci, i soldi sono quelli che sono. E ci tocca scegliere.
Nonostante tutto, BluesIn il festival l’ha organizzato. Anche quest’anno, con nomi di qualità. Con biglietti acquistabili a soli 30 euro, caso più unico che raro nel panorama nazionale dei festival. E il pubblico c’è stato. Certo, in alcune serate più che in altre. Ma che cosa potevamo sperare di più, dato il ritardo del quale il Comune è il solo responsabile?
BluesIn, ancora una volta, ha messo in gioco la propria professionalità e la propria credibilità, facendo un piccolo miracolo.
Il Comune, invece di ringraziare e consentire una programmazione distesa per gli anni a venire (anche rivedendo tutto quel che c’è da rivedere, su questo tornerò brevemente), ha già annunciato a suo tempo che, per il 2024, si farà il famigerato bando. E, ancora una volta, dovremo sperare che gli uffici-bradipo di Palazzo di Giano facciano presto e bene – dal 2018, anno del primo bando, ad ora non hanno mai fatto presto, e nemmeno troppo bene -, e che sindaco e giunta non impongano condizioni che rischierebbero di trasformare la nostra gloriosa manifestazione in una specie di sagra di paese.
Ed allora, dopo i fatti di quest’anno, dopo che l’Amministrazione Tomasi si è contraddistinta per lo scarso rispetto avuto nei confronti di questa manifestazione, costringendo BluesIn a tempi impossibili per l’allestimento di un festival degno della storia di Pistoia Blues, serve decidere cosa fare in futuro. Serve capire che festival vogliamo. Senza le strampalate idee di assessori che non sanno che differenza ci sia tra il ruolo di assessore e quello di direttore artistico. Senza confondere il valore culturale di un festival come Pistoia Blues, con considerazioni su turismo e commercio, che sono altra cosa. Senza seguire troppo la polemica, specialmente quando assume la dimensione di chiacchiera da bar, su quale sia il tasso di blues nel programma del festival, nella consapevolezza che il blues ha da esserci (chiedendosi, piuttosto, come proporlo e dove – fisicamente, nella città – sia opportuno collocarlo) ma che, per ovvie ragioni, serve andare oltre gli steccati di genere per fare programmi che siano, al contempo, competitivi e di qualità.
Può essere utile guardare al passato, anche recente, per trarre spunti d’interesse. Ad esempio, gli anni tra il 2014 e il 2016 sono stati caratterizzati da interessanti esperimenti di dislocazione nella città dell’offerta artistica: piccoli concerti in vari angoli della città, e veri e propri palchi alternativi (che potrebbero essere il Bolognini, Piazza dello Spirito Santo, la Fortezza e pure il Manzoni). Questi sono soltanto spunti; idee, nemmeno troppo innovative, tra le tante possibili.
Ma prima di tutto serve continuità. Serve la competenza di chi a questo festival, ed in definitiva alla città tutta, ha dato molto da 38 anni a questa parte.
E servono tempi certi, anzi, certissimi. BluesIn dovrebbe esser messa nelle condizioni di lavorare al 2024, per fare un grande festival, già dai prossimi giorni. Una politica ed un’amministrazione efficaci non vanno in ferie.
E lo dico chiaramente, perché eludere questo tema, oggi, vuol dire decidere di restare sul piano dei genericismi: se si sceglie la strada del bando, e l’intenzione è davvero fare qualcosa di “utile” per il futuro di Pistoia Blues, i capisaldi sui quali costruire il bando stesso, dovrebbero essere programmazione, stabilità, certezza delle risorse economiche, valorizzazione della storia della manifestazione e capacità di gestione tecnica della piazza, tutti elementi dai quali non si può prescindere. Per farlo, però, servirebbero idee chiare, e in Comune nessuno le ha. Sarebbe inoltre indispensabile una buona dose di efficienza – che dovrebbe essere uno dei fondamenti dell’azione amministrativa -, puntando su pochi obiettivi, ben chiari, nel rispetto dei tempi di organizzazione del festival. In poche parole, il bando dovrebbe uscire subito e l’assegnazione avvenire nel mese di agosto. Senza attendere la legge sul riconoscimento di Pistoia Blues come manifestazione di interesse nazionale, e le relative risorse, certamente utili, ma che non possono diventare la conditio sine qua non per fare il festival. Se l’Amministrazione crede in Pistoia Blues, si deve partire subito, come detto, con risorse certe. Se arriveranno contributi ministeriali, tanto meglio.
Le tempistiche e l’urgenza di definire, qui ed ora, cosa è necessario per il futuro prossimo richiedono non tanto un processo di selezione, quanto di co-costruzione: non serve a niente perdere tempo che potrebbe utilmente essere speso a riflettere sul Pistoia Blues di domani in burocrazia e finta trasparenza, nella speranza che un bando fatto alla bell’e meglio, quando comoda all’Amministrazione, anziché nei tempi imposti dal mercato musicale, possa portarci in dono qualcosa che somigli a Lucca Summer o a Firenze Rocks. Perché non accadrà e, inoltre, Pistoia non ha bisogno di scimmiottare modelli che, per tante ragioni, non sono replicabili. Pistoia ha un posto nella storia della musica dal vivo in Italia da rivendicare e alcune specificità sulle quali puntare, a partire dallo scenario di Piazza del Duomo, l’unicità del contesto e l’atmosfera che si respira ai concerti.
Siamo ad un momento di svolta. Tra le strade possibili, alcune portano verso il precipizio. Altre, spero le si vogliano percorrere, conducono verso un domani ancora tutto da scrivere.









