di Paolo Gestri
BADIA A PACCIANA – La festa storica di Badia a Pacciana ha due protagonisti assoluti: l’abate Ormanno Tedici e Castruccio Castracani, il condottiero lucchese che firmò una tregua col frate e gli permise di occupare la città. Ormanno e Cstruccio sono le due facce della stessa moneta che Badia spende per fare la festa. Ecco il loro profilo.

Abate Ormanno Tedici, vaso di coccio fra vasi di ferro
Al tempo che Ormanno divenne abate di Badia a Pacciana, quel monastero aveva raggiunto il suo massimo splendore. Era il punto di riferimento dei contadini e degli artigiani che vivevano nella circostante campagna, grati all’abate ed ai monaci tutti, eredi dei frati benedettini che l’avevano fondato attorno al Mille.
Grati perché quel terreno era diventato fertile e ricco, proprio grazie ai seguaci di san Benedetto che avevano messo gli argini all’Ombrone ed alla Brana, fino ad allora padre e madre di malsane paludi in tutta la zona. Successivamente, nel secolo XII, l’abbazia pervenne ai frati Vallombrosani che continuarono l’opera di sviluppo del territorio. Poi. si sa, quando in economia un settore tira, è trainante anche per gli altri, cosicché mercanti ed artigiani si aggiunsero presto ai coltivatori. In breve, una badia, neanche di grandi dimensioni, si trovò di fronte ed in competizione con una città, Pistoia, che, per la sua importanza era il sogno della vicina Firenze, come di Lucca, dominata allora dal duca Castruccio Castracani, “capitano dei capitani”. Ormanno era il vaso di coccio tra due di ferro, ma non ci stava! Pistoia era nel caos e lui, di fronte alla baraonda, ai pugnali, sicari, armi, tradimenti, interessi di parte e quant’altro ostile al buon vivere civile, intese di prendersi la città.
Ormanno era frate e riscuoteva le decime per la Terra Santa, ma era filoghibellino, e, quando nel 1322, il lunedì di Pasqua, decise di annullare i sette chilometri che lo separavano da Pistoia ed ivi insediarsi Capitano e Signore, i patti li fece con Castruccio, scritti, firmati e sottoscritti a Serravalle, quartier generale dei fuoriusciti pistoiesi, nella Rocca Nuova che lui stesso aveva fatto costruire quattro anni prima.
Sembra che in persona si sia presentato con cinquecento armati, per dimostrarsi forte e trecento fiorini per far intendere che poteva pagare. D’altra parte, prima di essere capitano, era stato mercante in Inghilterra, per conto della sua casata degli Antelminelli, ed ora non regalava neanche la pietà.
Si deve dunque riconoscere ad Ormanno l’acume diplomatico – politico per essere riuscito a convincere il condottiero a concedere la tregua, lui che non dava tregua neanche a Firenze e che ragionava (ragionava eccome! in battaglia da grande stratega) con la spada in mano. Ma “Faber est suae quisque fortunae”, (ognuno è artefice della propria fortuna), antico monito latino che tutti e due avevano fatto proprio, avendo entrambi acquisito fama e potere con iniziative proprie, fino a dettare legge. Non avevano neppure voglia, nessuno dei due, condividere la volontà col caso affidandosi invece alla ragione. E ragionando esaltarono la ragion di Stato.
Ormanno, come Castruccio, non mancava di opportunismo, quello stesso che dettavano i tempi e lo stesso che, due anni dopo, colse Filippo, suo nipote, che lo spodestò. Ma per due anni, Pistoia visse in pace, grazie all’abate della campagna.
Castruccio Castracani, stratega, crudele e cristiano
Quando, nel 1322, permise ad Ormanno, abate di Badia a Pacciana, di occupare Pistoia, Castruccio degli Antelminelli, condottiero lucchese, aveva 47 anni. Aveva certamente acquisito intelligenza politica ed ancora vigore e voglia di fare di Lucca capitale ghibellina in Toscana. Nel frattempo, la battaglia di Montecatini, contro i Guelfi, del 1315, lo aveva consacrato “invincibile stratega”. Contro i nenici che avevano concentrato le truppe migliori nel mezzo dello schieramento, il capitano lucchese aveva messo le forze migliori nelle “corna”, così che le sue più gagliarde genti sbaragliarono prontamente le pù deboli dei nemici in prima fila. Le truppe al centro, vistesi denudate, si sbandarono e fuggirono. Aveva combattuto a fianco di Uguccione dellla Faggiuola il quale, però, viste le sue prodezze, divenne geloso e sospettoso. Fece arrestare il proprio alleato, ma il popolo lucchese e pisano che lo acclamava principe e signore, lo liberò.
Firenze era il suo incubo. Dopo Montecatini, la umiliò ad Altopascio; la provocò spingendosi a Signa, dove fece coniare i “castruccini”, moneta a spregio con l’effige di Ottone, contro i fiorini, e la sfidò ogni volta che mise piede in Pistoia, città dopo Serravalle, proprio dove firmò la tregua con l’abate, “oltre il suo regno” in Valdinievole, costantemente aggiunta alla Lucchesia ed a tutto il corso inferiore dell’Arno. Anzi, a proposito di quel fiume, trovandosi nel ’25 in quel di Signa, spregiudicato qual era, gli balenò l’idea di chiudere il passo della Golfolina ed allagare l’odiata Firenze. Esagerato, ma in fondo perché era un uomo di Stato, tutto per Lucca, machiavellico al punto che Machiavelli stesso lo loderà, come Valentino.
In famiglia, però fu buon marito e buon padre di quattro maschi e cinque femmine, una delle quali divenne suor Jacoba. La moglie Pina era l’illustre duchessa; al figlio morto, Guarnieri, innalzò un monumento in San Francesco a Sarzana. E per sé chiese di essere sepolto con l’umile saio. Crudele e cristiano. Peraltro, ammetteva che “ll nascere ed essere generato di principe è dono di Dio”, aggiungendo però che “L’imperio si possiede per virtù propria”. Quel capitano era giunto alle porte del Rinascimento.
Quanto a Pistoia, gli fu fatale. Nel ’28, gli si era ribellata e quivi giunto per riconquistarla, fu colto da un infarto, “soprechio di disordinata fatica”. Ma lo storico Arferuolie ci mette di mezzo S.Jacopo. Riferisce che, volendo portare a Lucca il tesoro iacopeo, il duca si avvicinò al santo nelle cui mani i pistoiesi lo avevano posto, ma subito divenne cieco. Allora si mise in ginocchio con gran devozione, pregando di riavere la vista. S.Jacopo gli fece la grazia (e si tenne il tesoro), ma Castruccio non si riprese da quella botta e “morse a’ 23 di settembre, doppo 35 giorni riscevuto il vedere”. Fu sepolto in San Francesco a Lucca, vestito dell’umile saio, come aveva aveva chiesto.







