mercoledì, Settembre 9, 2026

Andrea Dami, un artista che non amava le regole canoniche

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Ci sono momenti nella vita in cui fare questo mestiere è complicatissimo; vorresti saltare a pie’ pari la notizia e passare a quella successiva: il dolore ti blocca.

Andrea Dami

Ma se fai questo mestiere, sei consapevole che non esiste dolore, pur grande esso sia, che può frenare l’obbligo di scrivere, di informare; non esistono né barriere né sentimenti personali che possano impedire di esercitare questo dovere. Te lo impone la crudeltà della cronaca.

Ho conosciuto Andrea e sua moglie Anna esattamente nell’estate di 50 anni fa. Andrea era un fotografo fantastico, girava sempre con la sua Leica a telemetro e stampava rigorosamente in bianco e nero; la sua camera oscura era il bagno. Un classico.

Ho frequentato per anni la loro casa. Aveva trasformato il salotto nel suo studio, un grande tecnigrafo era posizionato vicino a una porta-finestra, su quel piano c’erano disegni, bozzetti, fotografie, pennarelli e matite. Il suo lavoro, le sue idee, i suoi progetti.

In quegli incontri parlavamo di tutto e proprio dalle nostre chiacchierate cominciai a capire che il mondo della fotografia gli stava stretto, aveva bisogno di andare oltre, di superare i confini della rigidità artistica classica, di aprirsi alla sperimentazione. Cosa che fece con grande maestria negli anni successivi piegando svariati materiali alle proprie idee e camminando su sentieri nuovi, non sempre di facile accessibilità.

Per Andrea l’arte era comunicazione, attraverso le sue opere interagiva con le persone e faceva proprie le loro emozioni, che si trattasse di giochi di luci o di suoni. Era geniale.

Per questo mi ha sempre seguito nelle mie esperienze editoriali: voleva provare nuovi e diversi strumenti di comunicazione. Andrea era un innovatore e affrontava la vita con grande ironia, anche quando un infarto, di quelli brutti, lo costrinse al riposo assoluto. “Mi rimane la testa per pensare – mi disse una mattina, sorridendo – e non è poco”.

Nel 2013, a pochi mesi dal varo di Reportpistoia, lo incontrai per avere un suo parere. Volevo trasformare un’idea in progetto: uno spazio dedicato solo alla cultura e allo spettacolo.

“Perché non fai un giornale?”, disse.

Non nascosi i miei dubbi. Un giornale quotidiano dedicato solo alla cultura mi sembrò un azzardo.

“In Italia – mi rispose – mi pare non ci sia niente di questo genere, ma si può fare. Anche nella sola Toscana ogni giorno ci sono tantissime notizie da dare. E poi puoi contare su di me e Anna”.

Così nacque ReportCult come giornale indipendente, il fiore all’occhiello di Image comunicazione, che successivamente è confluito in Reportpistoia mantenendo la sua autonomia editoriale e grafica.

Alcuni anni fa mi chiamò: “Devo portarti un po’ di roba”, annunciò. Quel “po’ di roba” erano scatole piene di fotografie in bianco e nero, della città.

“Devo realizzare un libro fotografico che racconti Pistoia, per Settegiorni Editore – mi spiegò – tu sei uno dei pochi che conosce l’anima della città, scegli le foto che raccontino l’anima di Pistoia. Mi fido”.

Non ho mai detto no ad Andrea, non potevo dirgli no nemmeno quella volta.

E quel “mi fido” mi pesava. Impiegai due mesi per fare la cernita delle foto, sentivo tutto il peso di quell’incarico. Ma in ogni foto, più che l’anima della città, vidi quella di Andrea, il suo gusto, la sua raffinatezza, le sue emozioni. Quando venne a riprenderle mi disse: “Non hai finito, lo dovrai anche presentare”.

E così fu. Il libro, edito da Settegiorni, fu presentato a Palazzo Fabroni davanti a una sala piena. Aveva realizzato un sogno accarezzato per decenni.

Per me è una perdita dolorosissima, come lo è per il giornale nel quale entrò con l’entusiasmo di un ragazzino: per lui era una nuova avventura, una nuova sfida, un luogo dove declinare le sue idee, le sue proposte.

Stento ancora a credere che Andrea non ci sia più. Ieri alle 13.05, sulla chat di redazione ha scritto gli auguri per Marzio Dolfi, il vice direttore di Reportpistoia, accompagnati da calici e torta: è la sua ultima testimonianza.

La redazione ha sempre voluto bene ad Andrea come lui ne voleva (tanto) a noi, la considerava la sua seconda casa.

Una ventina di giorni fa abbiamo fatto la riunione di redazione in un ristorante di città, c’era anche lui con la sua inseparabile Anna. Alla fine della cena, ci salutammo: “Alla prossima, Andrea”, gli dissi. Mi abbracciò. Non ci sarà una prossima, almeno su questa terra; a me rimane solo il calore di quell’abbraccio.

Comunque, alla prossima, Andrea.

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