di Ilaria Lumini
PISTOIA – L’Anpi si è sbagliata, o meglio, si era dimenticata di un partigiano: Mario Innocenti. Perchè Pistoia ha ancora un partigiano, l’ultimo ancora in vita.
Mario, 94 anni, è nato a San Michele a Groppoli e vive oggi sopra Candeglia circondato dall’amore della sua famiglia.
Mario Innocenti ha combattuto per 11 mesi per la Resistenza arruolandosi nell milizie partigiane a 15 anni. Un ragazzino dagli occhi azzurri, brillanti, e quegli occhi brillanti, Mario Innocenti, li ha ancora.

La storia del giovane partigiano, nome di combattimento “Demurdas” parte da lontano, dal 19 dicembre 1929, giorno della sua nascita.
Mario nasce a Pistoia, a San Michele a Groppoli, in campagna, da una famiglia operaia. Aveva 15 anni quando lasciò Pistoia per cercare lavoro a La Spezia.
“Fra le atrocità della guerra il problema più importante era quello alimentare, quanto ci veniva dalla tessera annonaria non bastava, e procurarsi il cibo al mercato nero era difficile e rischioso. Avevo un cugino, Amerigo Bruschi, che era militare nei carabinieri. Si trovava a La Spezia, un giorno tornato in licenza a casa mi disse che avrebbe potuto trovare un lavoro per me in Liguria, mi disse che avrei potuto guadagnare 60 lire al giorno, mio padre ne guadagnava 45 con gli assegni familiari, e così accettai”.

E fu a La Spezia, in un tardo pomeriggio della metà di maggio del 1944, che Mario e suo cugino Amerigo si trovarono, spinti dai bombardamenti sempre più incalzanti e distruttivi degli alleati contro il porto militare, a cercare la sopravvivenza arruolandosi fra i partigiani.
“I contatti con i ribelli li avevamo già presi, perchè era così che si chiamavano i partigiani nei primi tempi della Resistenza. E così la sera partimmo, attraversammo il fiume Magra e raggiungemmo il luogo stabilito da persone di collegamento che lavoravano per il reclutamento di nuovi combattenti. Il comandante del gruppo, Luciano si chiamava, è venuto verso di me dicendomi: “Ma tu sei molto giovane, hai coraggio!” e io risposi: “Coraggio ce ne vuole a stare anche sotto i bombardamenti”.

E così Mario entrò nei partigiani con il nome di combattimento Demurdas. “Conoscevo al mio paese a Groppoli un giovane contadino sardo dal nome Demurdas, è stata quella la prima parola che mi è venuta in mente”.
Undici mesi nella Resistenza, tra bombardamenti, fuoco nemico e aiuti degli alleati.
“Gli americani facevano i lanci di giorno, gli inglesi invece li facevano di notte e noi per farci vedere da loro dovevamo sparare i razzi. Invece gli americani venivano di giorno, vennero con sette aerei da trasporto e quattro da caccia di scorta, e buttaro giù tanta roba, non solo armi e munizioni, ma anche vestiti e scarpe. Noi eravamo coperti di stracci, gli americani ci rivestirono tutti, dalle mutande alle scarpe. E quando gli aerei prendevano quota pasavano sopra le caserme dei nazisti e dei fascisti, ma i nazisti non osarono mai prenderci la roba che ci avevano dato gli americani, perchè ormai la Resistenza era forte eravamo migliaia, migliaia armati”
Poi il grande rastrellamento del 20 gennaio “dove i tedeschi poterono levare le divisioni dal fronte e attaccare le formazioni partigiane perchè gli americani aspettavano la primavera per l’offensiva e si erano fermati a Viareggio. I tedeschi ci attaccarono, durò sette giorni sulla neve senza mangiare, si ebbero centinaia di congelati e morti”.
Quando Mario racconta e ricorda dai suoi occhi scendono lacrime, un dolore forte di ricordi che sembrano lontani ma che sono invece vividi e presenti nella sua mente.
“Poi venne il 25 aprile…era una festa, andammo a mangiare in un ristorante a La Spezia dove c’era il colonnello Mario Fontana, un maggiore inglese, tutta la dirigenza partigiana, c’era il comandante Luciano e il comandante della divisione cento croce. Noi eravamo vestiti uguali agli americani, io e mio cugino dopo il pranzo ci mettemmo sulla strada e si fermò una camionetta”.
Mario e il cugino Amerigo arrivarono a Pistoia su una camionetta degli americani che si fermò lungo la strada “dove adesso c’è Masotti. Salimmo a piedi verso Groppoli, eravamo tornati a casa….ma tanti non tornarono…”.
A Mario Innocenti è stato consegnato il diploma di medaglia garibaldina “in riconoscimento al valore militare e del grande amore di patria dimostrata combattendo nelle Brigate d’assalto Garibaldi” e il Certificato di Patriota “per aver combattuto il nemico sui campi di battaglia militando nei ranghi dei patrioti tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattutto per l’onore e la libertà”.







