mercoledì, Settembre 9, 2026

“Nodo in gola”: al Funaro uno spettacolo sulla memoria di sé

di Beatrice Beneforti

PISTOIA – Com’era facile sentirsi a casa quando da bambini giocavamo con l’acqua: d’inverno nella vasca e d’estate in giardino.

Cosa si potrebbe dire da adulti di fronte al suono del suo scrosciare? Quel rumore bianco simile a quello che fa una matita passando sul foglio o dei clic ripetuti della macchina fotografica che scattano immagini che sono state già fatte. Esiste quindi un altro fenomeno che ha una natura analoga a quella dell’acqua: la fotografia.

Gabriella Salvaterra nello spettacolo “Nodo in gola” (foto di Alex Spattini)

Gabriella Salvaterra porta in scena “Nodo in gola” negli spazi del Funaro: uno spettacolo intimo, a più repliche e a capienza limitata, per permettere ai diciotto spettatori ammessi a ogni turno di partecipare in prima persona. Distesi su un pavimento ricoperto di fotografie vecchie e nuove, di altra gente, viene l’istinto di prenderne una che ci somigli. Secondo quale ragionamento ne scegliamo una invece di un’altra?

I volti, poi, che ricordano sempre qualcuno, ci dicono che il percorso della vita, così come i suoi alti e bassi, ritorna ciclicamente da uomo a uomo. Le immagini, a questo punto, diventano nutrimento di una linfa che esiste da prima di noi, che continua a vivere tramite noi e che ancora continua negli uomini che verranno.

Il malessere sembra lo stesso da persona a persona. Le disgrazie delle famiglie sono simili nella loro originalità. Le case sono riconoscibili.

Pare che ci sia un nodo in gola, appunto, uguale per tutti e per tutte le età. Quando abbiamo iniziato a dare un nome a questa angoscia?

Se tra sconosciuti ci sediamo al buio, intorno a un tavolino, con una donna che ci fa dieci domande sulla paura, ecco che improvvisamente non ci sentiamo più unici. Beviamo il tè e scopriamo che ci somigliamo nella banalità del male.

È come se a un certo punto, dondolando nell’oscurità di una stanza buia, ci ricordassimo cose così semplici da non considerarle mai. Quando ci sentiamo a casa? La riconosci, la tua casa? Ti piace? E l’acqua, messa in una scatola trasparente, con un giocattolo che parla oppure con una sirena che ti dice qualcosa, che effetto ti fa? Ma l’acqua l’avevi usata anche prima, ti eri lavato le mani.

Perché hai scelto la fotografia di una sconosciuta? Sei te? E la guardi e la riguardi. La metti in una scatola di legno con una carta fotosensibile e dopo mezz’ora hai il suo negativo. E questo ti basta per stupirti un secondo, come un bambino. Nella scatola di plastica l’acqua lascia le sue gocce, in quella di legno ti resta il negativo di ciò che avevi scelto nel mucchio. Che ci fai con la parte opposta di te? Con la tua parte oscura, che ci fai? La butti? La cuci a qualcosa che non te la nasconda più? Che ci fai con il tuo nodo in gola?

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