di Andrea Capecchi
PRATO – Storie di persone comuni colpite dall’alluvione, costrette a fare i conti con i danni causati dal maltempo: ferite più o meno gravi che non riguardano solo l’aspetto economico, ma anche quello affettivo e personale, nell’accatastare a bordo strada oggetti di una vita ormai rovinati e inservibili.
Storie di stivali fangosi, di tute sporche, di secchi colmi d’acqua, di paura, rabbia e frustrazione, ma anche di generosità e speranza, di coraggio e determinazione, di volontà di non arrendersi di fronte a un disastro che ha colpito e segnato profondamente l’intera comunità pratese e non solo.

Sono donne, uomini, giovani, anziani, famiglie a cui la piena dei torrenti esondati ha tolto un pezzo, a chi piccolo e a chi grande, della propria vita: ascoltare i loro racconti, molto simili eppure tutti diversi, può aiutare a capire che cosa significhi trovarsi la cantina, il garage o il pianterreno di casa completamente allagato da un’ondata di acqua e fango nel giro di pochi minuti, con un violentissimo temporale fuori, spesso con la corrente saltata e senza poter fare altro che salvare il salvabile. E provare verso di essi un sentimento di compassione nel senso più autentico del termine, non di commiserazione e pietismo, ma di autentica condivisione del dolore patito e delle speranze e volontà di un rapido “ritorno alla vita”.

Storie come quella di Martina di Prato, che ha aiutato sua madre, alla quale si è allagato completamente il garage, e i genitori del suo compagno residenti a Figline, una delle zone più devastate dal maltempo, ai quali il fango ha invaso il garage e la cantina.
“Addirittura la sera di giovedì, quando si è scatenata la tempesta – racconta – il babbo del mio compagno si trovava nella taverna seminterrata e all’improvviso ha visto l’acqua cadere a cascata dalla finestra: ha cercato di salvare più oggetti possibili, ma quando ha visto che non era fattibile, si è messo al riparo al piano di sopra, che fortunatamente non ha subito danni. La mia prima reazione è stata di paura, anzi terrore, quando il mio compagno mi ha chiamata dicendomi di essere rimasto quasi intrappolato con la sua auto in una strada diventata un fiume in piena: tornare a Figline era impossibile, e per fortuna è stato ospitato durante la notte dagli zii. Anche io ho ospitato sua mamma a casa mia: le comunicazioni erano interrotte, non sapevamo che cosa stesse precisamente succedendo e che cosa sarebbe accaduto dopo, mentre già iniziavano a circolare sui social le impressionanti e drammatiche immagini della via principale di Figline trasformata in una fiumara di fango”.
Dopo ore di paura e sconforto, dal giorno successivo e per tutto il fine settimana è prevalso in Martina il suo spirito battagliero e combattivo.
“La mattina sono arrivata a Figline, e nonostante abbia visto scene di devastazione con mobili accatastati, automobili trascinate via dalla piena e fango ovunque, mi sono detta: qui c’è da lavorare, rimboccarsi le maniche, prendere una pala e aiutare a ripulire. Ho cominciato dalla casa dei genitori del mio compagno, ma poi di fatto ci siamo ritrovati ad aiutare tutte le persone che abitano lì lungo la strada, non solo nel loro palazzo, ma anche nelle case accanto. Se devo trovare un lato positivo in questa terribile vicenda, è stato lo spirito di collaborazione e solidarietà da parte di tutti i cittadini pratesi: ho visto ragazzi, adulti, anziani, gente di tutte le età tendersi la mano e darsi aiuto in maniera spontanea. A essere sincera non me l’aspettavo, forse perché oggi siamo abituati a vivere in un mondo a volte troppo egoista e individualista, e mi sono piacevolmente stupita di quanto aiuto sia arrivato da persone esterne, che non sono state coinvolte da questa alluvione ma che nonostante ciò sono venute in soccorso di chi ha subito forti danni”.

La determinazione nel rialzarsi e la voglia di tornare al più presto alla normalità sono sentimenti comuni a molte storie, come nella testimonianza di Simone, libero professionista di Montemurlo.
“L’ufficio che uso per lavoro, situato al pianterreno, è stato invaso da un’ondata di fango che in alcuni punti ha raggiunto i dieci centimetri. La prima reazione, istintiva, è stata di rabbia e maledizione per quello che stava accadendo, sia perchè mi sono sentito impotente di fronte a un evento che mai avrei immaginato qui a Montemurlo, sia perché ho compreso fin da subito la portata del danno. Però non c’era tempo per incavolarsi e sprecare energie, così ho cercato di tamponare alla meglio per impedire l’afflusso di altra acqua e già durante la notte, lavorando dalle undici alle due del mattino, ho cominciato a svuotare l’appartamento. La mattina, insieme al mio collega e ad altri amici che ci hanno dato una mano, siamo riusciti a pompare fuori tutta l’acqua e a pulire l’ufficio. Dispiace per alcuni arredi quasi nuovi e già da buttar via, spero che altri si possano salvare: e anche se il fango ha lasciato tracce evidenti sui mobili e alle pareti, la volontà è quella di riaprire al più presto e tornare a lavorare, per lasciarsi alle spalle questa brutta esperienza”.
Storia simile quella di Chiara e Fabio di Seano: “il nostro garage, utilizzato come ripostiglio e rimessa per le biciclette e la moto, in pochi minuti si è trasformato in una vera e propria piscina; siamo riusciti a salvare qualcosa, poi è andata via la corrente e siamo rimasti al buio e senza rete. Le sensazioni? Tanto spavento all’inizio e tanta tristezza poi nell’accatastare fuori, lungo la strada, oggetti divenuti ormai inservibili, tra cui molti ricordi di adolescenza: scatole con vecchi cd, album, libri, giochi da tavolo, quaderni dei tempi dell’università, oggetti da collezione, tutto fradicio e inzuppato d’acqua fangosa”.

“Io, come credo altri, non ho percepito subito ciò che stava accadendo – racconta Giulia di Prato – giovedì sera stavo tornando a casa dalla lezione di yoga e pioveva molto forte, ma nulla lasciava presagire un disastro di simili proporzioni. Anzi, all’inizio quasi non ci credevo, e ascoltando i messaggi vocali delle mie amiche pensavo che stessero esagerando. Ho provato un senso di impotenza e frustrazione quando poi ho visto con i miei occhi e toccato con mano i danni provocati dall’alluvione nella zona di Galceti, dove abita mio cugino, la cui cantina si è completamente allagata. Però ho notato anche tanta partecipazione, tanta gente che si dava da fare, non solo amici e parenti giunti ad aiutare, ma anche volontari spontanei che non volevano starsene con le mani in mano e hanno dato il loro contributo a togliere il fango che era dappertutto, dando un po’ di conforto e sollievo a chi è stato colpito direttamente da questo dramma”.
“Io ho avuto il garage allagato – aggiunge Alessandro – e al contrario dei miei familiari, che erano molto provati e sconfortati, mi sono subito dato da fare e la notte stessa dell’alluvione ho tolto qualche centimetro d’acqua a secchiate, giusto per mettermi in sicurezza. Mando un abbraccio alle decine e decine di volontari, tra cui tantissimi giovani, che ci hanno aiutato a liberare il quartiere dall’ondata di fango, sono stati davvero eccezionali; lo stesso però non posso dire dei mezzi di soccorso, che hanno tardato ad arrivare e sono giunti solo dopo le nostre pressanti sollecitazioni, forse perchè nemmeno loro si erano resi conto della gravità della situazione”.
Studenti liceali come Elisa e Gabriele, entrambi di Montale, non sono potuti ancora tornare a scuola perché le loro abitazioni risultano difficili da raggiungere con i mezzi e perché ancora impegnati, con le loro famiglie, a liberare le case allagate e invase da fango e detriti, non lontano dal punto in cui l’Agna ha rovinosamente rotto l’argine causando ingenti danni. Ma non saranno da soli: potranno infatti contare sull’aiuto dei compagni di classe, che il pomeriggio si metteranno a disposizione per dare una mano a chi è stato meno fortunato di loro, in una “catena” di solidarietà spontanea che vale più di molte ore teoriche di educazione civica.
E poi ci sono Francesco, Valeria, Sara, Mattia, Lorenzo e moltissimi altri giovani, di Prato e dintorni, che si sono messi in contatto con le persone più in difficoltà e hanno creato “reti” sui social, in particolare gruppi Whatsapp, per cercare adesioni e mettersi al servizio come volontari nelle zone maggiormente colpite dal disastro. Agendo in coordinamento con la Protezione civile e indirizzati nelle aree dove più forte è il bisogno, si sono armati di stivali, guanti e secchi: la loro opera è stata, e continua a essere fondamentale per liberare le strade e le case degli alluvionati e per ridare un forte significato alla parola “comunità”.



