di Andrea Mori
PRATO – Di salute mentale per fortuna si parla con sempre meno difficoltà, anche se in questo senso la strada da percorrere è ancora lunga. Chi di salute mentale se ne intende non poco è il dottor Giuseppe Cardamone, psichiatra che da 30 anni lavora nei servizi pubblici di salute mentale della Regione Toscana e che dal 2018 è direttore, a Prato, dell’Unità Funzionale complessa salute mentale adulti.

Lo abbiamo intervistato per sapere, tra le varie cose, come un cittadino pratese dovrebbe muoversi nel caso stia affrontando un duro periodo psicologico che lo porta a pensare di compiere il gesto estremo.
Con il Covid si è parlato con sempre più frequenza di un aumento considerevole di disagi mentali. Per quale motivo?
Penso che la ragione principale di un simile timore sia dovuto al fatto che tutti – a partire sia dal senso comune che dalle prospettive scientifiche più aggiornate – avvertono e stabiliscono una connessione fra la salute e il benessere mentale e il tessuto di relazioni che gli esseri umani intrattengono fra di loro, con gli altri esseri viventi e, ancora più in generale, con il contesto ambientale anche non vivente. Anche, e forse soprattutto, dalla quantità e dalla qualità di simili relazioni dipende il nostro benessere e una loro restrizione indotta dall’esterno, e quindi non voluta o ricercata per altri fini (ad esempio spirituali), viene vissuta come un attacco all’equilibrio psichico. Occorre poi considerare almeno altri due ordini di ragioni. La prima, effettiva, ha riguardato i timori connessi alle dinamiche intrafamiliari indotte e soprattutto esacerbate ulteriormente dallo stato di interazione costante e ristretta. Si temeva ad esempio l’aumento dell’uso di sostanze (in particolare alcol) e delle violenze fra coniugi o verso i figli o gli anziani. La seconda, essenzialmente fittizia e pretestuosa, alimentava i timori di un aumento del disagio mentale semplicemente per contestare un presunto avvento di una dittatura sanitaria. Infine, a onor del vero, bisogna osservare che alcune persone – quelle che vivono in modo problematico il loro rapporto con il mondo, perché spaventati da un eccesso di “sociale” o da timori di altro tipo (ad esempio di subire dei danni o di andare incontro a contaminazioni) – hanno in realtà accolto con sollievo e anche con un certo attenuamento della loro ansia i vincoli e le restrizioni pandemiche.
I disturbi psichici sono in aumento per gli stili di vita oppure perché la salute mentale è sempre più monitorata?
La domanda delle domande prelude sempre a una risposta impossibile e, alla fine, sempre dubitativa. Da un lato, è sicuramente vero che il tema della salute mentale è sempre più sentito e oggetto di indagini epidemiologiche e che ciò porta ad una maggiore consapevolezza dell’ampiezza e delle sfaccettature del problema. Questo aumento di consapevolezza poi è connesso anche a cambiamenti circa le “soglie” che definiscono la presenza di un problema di salute mentale. Sia le “soglie” soggettive con cui ciascuno inizia a pensare “qualcosa non va in me”, sia quelle sociali in base alle quali si inizia a dire “qualcosa non va in lui”, sia infine quelle tecnico-scientifiche per cui uno psicologo sancisce che effettivamente sussiste un problema da affrontare con le dovute risorse professionali. Dall’altro è forse vero ciò che sostengono alcune analisi filosofiche, sociologiche e antropologiche rispetto alle società occidentali contemporanee, o a capitalismo avanzato. Sul piano sociale si registra un aumento delle diseguaglianze, una contrazione dei diritti e un aumento della povertà: tutti fattori negativi fra ciò che si definisce “determinanti sociali della salute”. Sul piano più antropologico, queste società produrrebbero un nuovo tipo di soggetto maggiormente esposto alla sofferenza psichica benché per ragioni diverse. Alcuni autori, più di matrice psicoanalitica, parlano della diffusione di un “soggetto tragico” in connessione con una cultura del narcisismo. A dominare questo soggetto sarebbe un profondo vuoto interiore, un senso di fragilità interna e l’assenza di un’identità stabile. Da questo tipo di trasformazione antropologica deriverebbe la diffusione dei disturbi di personalità (in particolare dell’area narcisistica e borderline) e del comportamento alimentare. Altri autori, più di matrice sociologica e filosofica, parlano della “fatica di essere se stessi” del soggetto contemporaneo e di un “soggetto della prestazione”, spinto in una sorta di competizione con se stesso, a dare sempre di più. A questa figura sarebbe connessa la diffusione delle sofferenze depressive.
Per quale motivo secondo lei la Toscana è la regione italiana nella quale si fa più uso di antidepressivi?
Per rispondere a questa domanda occorre interrogarsi su chi siano i prescrittori di antidepressivi e per quali tipologie di disturbi questa tipologia farmacoterapeutica viene oggi prescritta. Da questo punto di vista, bisogna prendere in considerazione il fatto che la diffusione degli antidepressivi in Toscana non dipende da una particolare strategia prescrittiva degli specialisti psichiatri, né da una particolare epidemiologia dei disturbi depressivi nella nostra regione, rispetto al contesto nazionale. In realtà, la prescrizione di antidepressivi è essenzialmente effettuata nell’ambito della medicina generale e per disturbi molto diversificati (dall’ansia, agli attacchi di panico, ai disturbi ossessivo, fino a quelli alimentari; in generale per tutti quei disturbi che vanno dentro la rubrica “disturbi emotivi comuni”). Penso che sia importante sviluppare e promuovere sempre più una collaborazione fra Servizi di Salute Mentale e setting della Medicina Generale, in modo da promuovere una cultura diffusa della promozione del benessere mentale e psicologico, che passa attraverso un accorto utilizzo della risorsa farmacologica, un’implementazione delle risposte psicologiche e psicoterapeutiche in ambito pubblico e azioni a livello comunitario di supporto e integrazione sociale.
Se una persona pensa al suicidio cosa dovrebbe fare?
L’ideazione suicidaria costituisce un fenomeno molto preoccupante e che sembra incentivato in epoca post-pandemica. Diventa particolarmente allarmante quando riguarda i giovani, ma di per sé è un “sintomo” connesso a una pluralità di quadri psicopatologici e di sofferenze emotive. In queste situazioni diventa importante rivolgersi al Servizio di Salute Mentale che, ricordo, è un presidio ad accesso diretto e che, nonostante le risorse sempre più limitate, riusciamo a tenere aperto 6 giorni su 7, dalla mattina alla sera (il sabato fino alle 13.30). La risorsa ospedaliera poi è sempre disponibile. Il Servizio di Prato è dotato di una equipe multidisciplinare e il nostro intento è quello di offrire un’accoglienza attenta e rispettosa della persona, dei suoi bisogni individuali e delle sue reti di relazioni familiari e amicali, così come una risposta articolata al problema emergente: medico-assistenziale, psicologica, educativa e sociale. Ci siamo dotati di interventi specifici rispetto a quadri di sofferenza psichica che si correlano alle condotte anticonservative (come gli interventi gruppali di terapia dialogica comportamentale per i disturbi borderline di personalità) e stiamo promuovendo forme di intervento dialogico e territoriale per le risposte alle situazioni di crisi (Open Dialogue).



