LUCCA – Le sculture di Antonio Canova, uno dei principali esponenti dell’arte neoclassica e maestro di armonia e plasticità, in dialogo con i dipinti di artisti lucchesi e non solo.
All’ex Cavallerizza di Lucca è stata inaugurata due giorni fa la mostra “Antonio Canova e il Neoclassicismo”, a cura del critico d’arte Vittorio Sgarbi, che dopo il successo dell’esposizione su “I pittori della luce” torna nella città toscana con un nuovo percorso alla scoperta dell’arte di Canova, “letta” nel più ampio contesto della temperie culturale del Neoclassicismo e con costanti e puntuali riferimenti alla realtà lucchese.
Come ha affermato lo stesso Sgarbi, “le sculture di Canova non sono congelate nel marmo ma ancora calde nella vita”: e questa straordinaria vitalità, con evidenti richiami alla scultura classica e michelangiolesca, è il filo conduttore di una mostra che “immerge” lo spettatore nell’armonia e nella meraviglia di un’arte tutta da scoprire, grazie a un’accurata selezione di gessi provenienti dalla Gliptoteca di Possagno.

Ad accoglierci all’ingresso del percorso espositivo è infatti un “Autoritratto” di Canova, busto in gesso dell’artista sul modello degli antichi busti di uomini politici e filosofi greci e romani, capaci di esprimere austerità e gravitas ma allo stesso tempo una potente forza d’animo.
Al centro della prima sala troneggia il busto dell’Italia piangente, scultura del 1810 che raffigura simbolicamente l’Italia, dalle sembianze femminili, in una allusione politica alla sua difficile condizione, in quel periodo divisa e sottomessa al regime napoleonico.
La scultura di Canova, qui come nelle sale successive, dialoga con una serie di dipinti alle pareti: tra questi si segnalano i quadri del pittore lucchese Pompeo Batoni (1708-1787), forse il più importante esponente locale della pittura neoclassica, attivo a Lucca e Roma nella seconda metà del Settecento. I suoi dipinti, a carattere mitologico e allegorico o appartenenti al genere della ritrattistica ufficiale, rivelano già il passaggio verso una nuova sensibilità e una nuova cultura di riscoperta dell’illustre passato e dei modelli classici. Insieme a Batoni, a dialogare con le sculture di Canova sono le opere di altri autori lucchesi attivi a cavallo dei due secoli come Bernardino Nocchi, Francesco Cecchi, Stefano Tofanelli, Michele Marcucci e Raffaele Giovannetti.

La seconda sala ci introduce al tema della mitologia greca e romana, con richiami ai poemi omerici e virgiliani e alle “Metamorfosi” di Ovidio: una “riscoperta” di cui il Neoclassicismo si rende artefice e un elemento ricorrente nella sua arte, che anche Canova a accoglie con il gruppo scultoreo “Teseo e il Minotauro”. Come Davide che sconfigge il gigante Golia, qui l’eroe greco è colto dall’artista nel momento in cui ha appena vinto il mostro, tenendo nella sinistra un bastone e sedendo con tutto il peso del proprio corpo sopra il nemico sconfitto e riverso a terra. Quest’opera di Canova, oltre a risaltare per il forte realismo, esprime tutta la resa e la plasticità dei corpi che lo scultore veneto è stato in grado di conferire alle sue figure.
Dopo un omaggio a Tersicore, musa protettrice della danza che stringe in mano una lira, la quarta sala presenta tre gessi di Canova che introducono altrettanti modelli classici e che sovente si rifanno a una lunga tradizione artistica. Per esempio, “Endimione morente”, raffigurazione del giovane di straordinaria bellezza amato dalla dea Selene, presenta una figura distesa che richiama sia alla pittura sacra di Pietro Benvenuti, sia alle “Veneri” di Domenico Pellegrini, conterraneo di Canova.

Vi è poi il gesso preparatorio del gruppo scultoreo delle “Grazie”, uno dei capolavori dell’artista eseguito in più versioni (tra le più famose quelle conservate a Londra e a San Pietroburgo). Siamo sicuramente di fronte a uno dei vertici dell’arte canoviana, in cui il maestro, attraverso le linee morbide dei corpi e l’accurato panneggio, restituisce al meglio tutta l’armonia e la sensualità delle tre figure femminili. C’è inoltre la “Venere italica”, scultura che richiama al tema ricorrente della Venere pudica e che Canova aveva già rappresentato anni prima in un suo dipinto.
Dopo una sala dedicata a dodici gessi inediti provenienti dallo studio romano dell’artista, con raffigurazioni di volti di personaggi storici, divinità classiche e allegorie, la sala successiva è dominata dal gruppo scultoreo di “Venere e Adone”, gesso preparatorio del capolavoro conservato a Ginevra. Un’opera che emoziona e colpisce per il realismo dei dettagli e la naturalezza della posa delle due figure, con la mano sinistra di Adone che cinge la vita di Venere e la dea che osserva con lo sguardo sognante e rapito il suo amato, accarezzandolo e sfiorando il suo mento con la mano sinistra.

Realismo, naturalezza e pathos sono anche le caratteristiche del successivo gruppo scultoreo, il “corteo della Pietà”, posto nell’ultima sala a conclusione della mostra. Costituito da tre figure con l’allegoria della Pietà a testa china che trascina dietro di sé una bambina e un vecchio cieco, esso costituisce lo studio preparatorio di una parte di una composizione ben più ampia, ovvero il monumento funebre dell’arciduchessa Maria Cristina d’Austria a Vienna, sintesi di numerose allegorie e ritenuto dalla critica uno dei capolavori dell’intera arte neoclassica.
In definitiva, un percorso espositivo ben curato e di forte suggestione che unisce scultura e pittura nel segno dell’arte, facendoci scoprire i gessi preparatori che hanno portato alla nascita dei grandi capolavori dell’arte di Canova. Interessante anche la scelta di allestire sale con sfondi scuri e un’illuminazione soffusa che ha il merito di valorizzare e far risaltare le linee e i contorni candidi delle sculture esposte.










