PISA – Un viaggio intorno al mondo attraverso i volti ritratti da Steve McCurry nelle sue foto, alla scoperta della straordinaria diversità e ricchezza umana del nostro pianeta.
Gli Arsenali Repubblicani di Pisa dedicano una retrospettiva alla fotografia di Steve McCurry con la mostra “Icons”, inaugurata da pochi giorni e aperta al pubblico fino al prossimo 7 aprile: un’occasione per vedere da vicino alcune tra le fotografie più interessanti e significative scattate dal reporter statunitense, presentate negli spazi espositivi attraverso riproduzioni che tuttavia non ne intaccano il fascino.

Fotoreporter tra i più noti e apprezzati a livello mondiale, Steve McCurry nel corso della sua lunga carriera di più di quarant’anni ha spaziato tra vari generi, dalla fotografia urbana ai reportage di guerra, dalla fotografia di strada ai ritratti fotografici; ha acquistato particolare notorietà a partire dagli anni Ottanta grazie ai suoi reportage fotografici dalle zone più “calde” del continente asiatico, documentando l’Afghanistan durante l’invasione militare sovietica, i conflitti civili in Libano e nelle Filippine e la prima guerra del Golfo. Ancora oggi collabora con il National Geographic e con l’agenzia Magnum Photos, e nel corso degli anni ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività di fotoreporter in giro per il mondo.
Elemento caratteristico della fotografia di McCurry sono i volti che mostrano le mille sfaccettature dell’umanità, in un caleidoscopio di etnie, culture, religioni, tradizioni. Volti che si sorprendono davanti all’obiettivo del fotografo, volti che ci guardano increduli, che accennano un sorriso, che ci osservano con il loro sguardo solenne e grave, pensieroso e commosso, che lasciano trasparire i più diversi sentimenti di gioia, sofferenza, amore, amicizia. Quella del fotografo americano è un’indagine non solo artistica, ma soprattutto etnografica, risultato dei suoi numerosi viaggi in molti Paesi del mondo e in particolare in Asia, tra le regioni più remote di India, Cina, Giappone, Pakistan, Afghanistan, Thailandia e Mongolia.
In fotografie di estrema limpidezza e nitidezza Steve McCurry cerca di catturare attimi di vita e momenti di quotidianità delle popolazioni locali, con particolare interesse verso il mondo delle classi inferiori, delle aree rurali o delle periferie delle grandi metropoli del Terzo mondo. I protagonisti delle sue opere sono persone umili ma capaci di trasmettere una grande energia e vitalità, talvolta mettendo a fuoco l’armonioso o stridente contrasto tra usi e costumi tradizionali e l’irrompere della modernità con la sua tecnologia e il suo mondo digitale. Ecco allora una teoria persone intente nelle proprie attività quotidiane, tra bambini, donne al mercato, giovani, vecchi, pescatori, contadini, minatori, pastori delle steppe asiatiche e operai di cantieri navali cinesi.

Davanti ai nostri occhi scorrono i volti colti dal fotografo nel corso dei suoi viaggi: ci sono due ragazze etiopi della tribù degli Hamar vestite con abiti tradizionali che si adornano con conchiglie di cauli, perline di vetro e collane colorate e mantelli di pelle di capra; ci sono i bambini dell’Afghanistan e del Pakistan, le cosiddette “donne-giraffa” del Burma, i fachiri indiani del Rajastan, i giovani monaci tibetani colti con estrema naturalezza in un momento di gioco e di riposo tra una lezione e una meditazione.
Una sala presenta una selezione di foto dedicate ai grandi e drammatici avvenimenti degli ultimi quarant’anni che Steve McCurry ha testimoniato dal vivo, come i detriti a Manhattan lasciati dal crollo delle Torri Gemelle, i pozzi di petrolio incendiati in Kuwait durante la guerra del Golfo, la città di Herat in Afghanistan completamente distrutta dai bombardamenti russi durante l’invasione e il disastro causato dal terremoto che ha colpito la città di Fukushima in Giappone.

Non manca infatti, nella fotografia di McCurry, anche un intento politico e civile di messa a fuoco della realtà, con i suoi drammi e le sue tragedie, e di denuncia indiretta verso fenomeni quali i bambini-soldato, il ritorno dell’islam fondamentalista in Afghanistan con la vittoria dei talebani, le durissime condizioni di vita dei bambini e non solo nei bassifondi indiani di Bombay. Sono realtà marginali, spesso ignorate dai media e di cui si è sempre parlato poco in Occidente, che tuttavia calamitano l’attenzione del fotografo sempre presente nel testimoniare la vita nelle “periferie del mondo”.
Ed è in questo contesto che si inserisce l’iconica foto di Sharbat Gula, nota come “la bambina afghana”, fotografata nel 1984 in un campo profughi di Peshawar in Pakistan e divenuta il simbolo della condizione dei profughi e dei rifugiati in tutto il mondo. Il suo volto incorniciato dallo chador, i suoi occhi verdi che fissano l’obiettivo, il suo sguardo muto e penetrante continuano ancora oggi a scuotere le coscienze e a richiamare l’attenzione sulla condizione di milioni di persone costrette a fuggire dalla propria terra a causa dei conflitti. La foto è diventata una delle immagini simbolo del Novecento dopo la pubblicazione in copertina da parte del National Geographic Magazine nel giugno del 1985: a rendere ancora più particolare iconica la fotografia è la storia che essa nasconde, dal momento che per diciassette anni l’identità della bambina ritratta dal fotografo è rimasta nascosta, e solo nel 2002, a seguito di approfondite ricerche da parte del team del National Geographic, è stato possibile ritrovare e identificare la donna, da quel momento rimasta sempre in contatto con McCurry.

Ma è tutto l’insieme delle foto esposte che ci fa comprendere la straordinaria varietà umana del nostro pianeta e ci fa riflettere sulla presenza, l’una di fianco all’altra, di realtà molto diverse dalla nostra per cultura, mentalità, usi, costumi, tradizioni, invitandoci a mettere da parte i pregiudizi e osservare il mondo e i suoi abitanti in una prospettiva nuova.









