di Elisabetta Branchetti
PISTOIA – Daniele Narducci, classe 1992, pistoiese, è un cantante, musicista, insegnate di canto e voce e operatore olistico della voce e del suono.

E’ un talento precoce. Comincia a esibirsi sui palcoscenici all’età di 3 anni e mezzo e inizia la formazione musicale a 6 anni col maestro Sandro Bartolozzi e la Soprano Antonella Canovaro.
Sempre in giovane età vive alcune esperienze in ambito teatrale grazie a molteplici collaborazioni, fra cui si citano l’attore caratterista Enio Drovandi, l’attore comico Graziano Salvadori, l’attore Alessandro Mollo e il comico Alain Tavanti, nonchè un progetto Musical in ambito scolastico, The West Side Story, dove interpreta il protagonista Tony. Lo show ha avuto due repliche al Teatro Manzoni di Pistoia e al Teatro Cinema Nazionale a Quarrata (Pistoia).
Daniele quando è nata la passione per il canto?
Mi sento di dire che la passione per il canto sia nata insieme a me. Ho frammenti di ricordi di un piccolo Daniele che passava le giornate a sbraitare le canzoni di Sanremo videoregistrate sui buon vecchi VHS, un po’ in braccio a mia madre mentre mi faceva fare colazione, un po’ attaccato alla maniglia della porta del terrazzo durante l’ora di pranzo, con mio padre che per seguire un po’ di telegiornale era costretto a portarmi di peso in cameretta. Spesso mi rammentano con affetto la prima esibizione davanti ad un pubblico a 3 anni e mezzo durante una festa paesana: sono salito sul palcoscenico sulle note di “Profumo d’amore” di Mango, accompagnato da mio fratello con la chitarra e da due zie improvvisatesi coriste per l’occasione. Da quel momento é come se non vi fossi mai più sceso, tutt’al più posso dire di aver preso la residenza anche dietro le quinte.

Quale è stata l’esperienza più significativa tra le tante fatte?
Mi é difficile individuare, fra le varie esperienze, la più significativa; sicuramente il mio sopracitato debutto é stato un punto di partenza imprescindibile per il mio percorso artistico e performativo, ma credo che il momento più importante sia stato quando ho finalmente ascoltato, accolto e scelto di seguire quella vocina che mi risuonava nella testa da ormai troppo tempo, che mi spingeva assai di più verso l’insegnamento e verso il prendersi cura delle voci altrui.
Quel momento risale al 2014, quando per la prima volta ho cominciato ad occuparmi di didattica vocale e conduzione corale in un contesto formativo rivolto a ragazzi, quando ho capito cosa mi rendeva pienamente felice. Mi piace a tal proposito citare Mark Twain “ I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perché”.
Oltre a essere un insegnante, sei anche un artista, pensi che sia giusto scindere le due figure rispetto all’insegnamento con gli allievi?
La domanda è complessa e mi stimola delle riflessioni. Il mio parere è che essere insegnanti ci costringe ad un faccia a faccia con noi stessi prima che con gli altri. Tutti abbiamo un passato, dei bisogni e delle necessità che dovremmo comprendere fino in fondo per svolgere al meglio un lavoro che è sì molto gratificante, ma anche delicato. Ci possono capitare situazioni difficili, studenti alle prime armi, artisti poliedrici, e perché no, anche cantanti più bravi di noi con carriere avviate e bisogni specifici. Abbiamo le risorse per gestire tutte queste dinamiche?
È più che giusto e lodevole che un insegnante di canto porti avanti, in parallelo alla docenza, attività più o meno importanti da solista, o che quantomeno si riesca a ritagliare degli spazi per se stesso/a.
Per rispondere meglio alla tua domanda, credo che il fulcro sia il contesto e il “focus”. Ad esempio, a me a volte piace organizzare o partecipare a vari tipi di eventi come spettacoli con musica dal vivo, jam sessions, concorsi, o attività didattico-ricreative nelle quali coinvolgo e supporto i miei studenti (spesso artisti emergenti che aiuto a promuovere) e interagisco naturalmente con colleghi e studenti di altre persone. In base al contesto mi può capitare di starmene seduto a guardare, di accompagnare al pianoforte, di cantare insieme a qualche allievo e perchè no, a volte anche esibirmi personalmente.
Quello che intendo dire è che se ho il ruolo di insegnante cerco nel miglior modo possibile di essere al servizio degli altri, se mi ritrovo a fare il performer è chiaro che il focus cambi. Anche se in uno stesso contesto mi può capitare di rivestire entrambi i ruoli, il fine non è di primeggiare, ma di condividere la passione per la musica e passare dei momenti di gioia.

I tuoi obiettivi futuri?
Obiettivi? A parte quello di provare a migliorarmi sempre, come insegnante e come persona, mi piacerebbe fra qualche anno (forse una decina) aprire una struttura dove organizzare tantissime attività al servizio della formazione del cantante, coinvolgendo anche figure trasversali come logopedisti, musicisti, produttori, psicologi e tanti altri. Vedremo, sento che è ancora troppo presto.
Un sogno nel cassetto non ancora avverato?
È forse dalle scuole medie che non mi sento fare questa domanda. Più che un sogno nel cassetto mi piace pensare a ciò che vorrei fare nella prossima vita: Il doppiatore. Ho frequentato nel 2021 l’Accademia del Doppiaggio di Christian Iansante, un corso professionale, ed è stato per me luogo di formazione, di scoperta e di crescita, scelto per mettermi alla prova, per uscire dalla mia zona di comfort per lavorare sulla mia voce in modo diverso. Anche se per vari motivi ho deciso di non proseguire, posso dire che il mondo del doppiaggio si è rubato un pezzettino piccolo piccolo del mio cuore. Chissà…









