mercoledì, Settembre 9, 2026

Stilnovisti e “angelicate”: ma quante donne avevano Dante e Cino?

di Paolo Gestri

Stilnovisti e angelicate, un binomio nella storia. Ma quante donne aveva Dante? E quelle di Cino e Cavalcanti?

Si vede bene che la poesia era arte sublime, perfetta in cielo, improbabile in terra. Tutti i poeti sono “vinti d’amore” e molti di loro hanno donne ispiratrici dal paradiso.

Dante Alighieri

Tanti poeti in buona compagnia. Ecco una schiera che non fa mistero di donne-angeli: Guittone d’Arezzo (Gentil mia donna, l’onnipotento Dio mise in voi sì maraviglioso compimento di tutto bene, che maggiormente sembrate angelica criatura che terrena), Andrea Montuccio (Là dove appar vostro angelico viso / altro splendor giammai non vi riluce), Chiaro Davanzati (Io bene avviso vostra chiaritate / Che voi non siate femina incarcata / Ma penso che divina maestate / A somiglianza d’angelo formata), Guido Guinizelli (Passa per via sì adorna e sì gentile, / Che abbassa orgoglio a cui dona salute / E fal di nostra fè se non la crede) e Lapo Gianni che mira un’ “angela, che par dal ciel venuta”.

Guido Cavalcanti, per esempio, era un poeta “angelicato” quanto concreto. Nato poco dopo il 1250, ancora fanciullo fu dal padre fidanzato a Bice di Farinata degli Uberti che poi sposò e dalla quale ebbe Tancia e Andrea. Ma più o meno trentenne, si innamorò di Giovanna (Vanna) detta Primavera, quella che Dante rammenta nel sonetto “Guido vorrei che tu Lapo ed io”. Non passò molto tempo che, intrapreso un pellegrinaggio a Santiago di Compostella, si fermò a Nimes e, recatosi a Tolosa trovò altro amore in tale Mandella. Non contento, tornato in Itaia, visse un’ennesima stagione amorosa a Bologna con la bella Pinella: ennesima in quanto ebbe altri svariati amori. Quattro donne “certificate” più eccetera, totale tante. Innamorato sempre o volubile dongiovanni? Amante, amato o anteprima del gigolò?

Ed è singolare che non si sia mai cimentato prosa. In Guido solo poesie, peraltro difficili a metterle in ordine cronologico. Si può dire solo che aTolosa la Mandella non era l’unica: “Trovai – scrive in “Amori provenzali” – due foresette nove: / L’una cantava: e’ piove / Foco d’amore in nui”, quindi gli amori erano tre. Ma a chi si riferiva poetando “Avete in voi li fiori e la verdura”? E “Chi è questa che ven, ch’ogni uom la mira, / che fa tremar di claritate l’aere?”. Eppure, a dispetto di tanti successi, se ne perdeva taluna, piangeva, “disfatto nel core” e “l’anima distrutta”. Infine, disperando di tornare in Toscana, affida l’anima all’ “amistade” della ballatetta che la porti “a quella bella donna” per adorarla “sempre nel suo valore”.

L’incontro fra Dante e Beatrice

Da Cavalcanti a Dante il passo è breve; Anzi, Il nostro maggior poeta lo considerava il primo dei suoi amici e, come quello, seppe corteggiare gentili donne. Quanto al poetare, aveva imparato “per sé medesimo l’arte del dire parole per rima”. Il primo amore fu proprio Beatrice, ampiamente raccontata ed esaltata nella “VIta Nuova”, beatificata nel “Paradiso”. Ma morta Beatrice, si invaghi di un’altra “donna gentile”, rimasta ignota e, terza fiamma, fu preso d’amore per donna Pietra: forse un traviamento morale per il quale Beatrice lo rimprovera nella sua apparizione in Purgatorio.

Da parte sua, pure Cavalcanti lo rimbrotta: “Io vengo il giorno a te infinite volte / E trovoti pensar troppo vilmente”. Poi, nel 1295 prese in moglie Gemma di Manetto Donati. Non dovette amarla perdutamente, visto che non la rammenta mai; ciò nonostante gli dette tre figli: Pietro, Iacopo, Antonia e, forse, Beatrice.

Faremmo torto ai lettori insistendo sui versi “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta” o ricordando che “Vede perfettamenteogni salute / Chi la mia donna tre le donne vede”; tanto più torto parlando di Beatrice guida nel Paradiso. Dante l’ha sempre amata. Molto probabilmente, solo in senso angelicato, proprio perché troppo perfetta. Altro discorso per tutte le altre, per quanto belle e gentili possano essere state.

Era esplicito Chiaro Davanzati in pieno Duecento: “Bene avviso…Che voi non siate femina incarnata: / Ma penso che divina maestate / a somiglianza d’angelo formata”. Ma tutto il secolo XIII fu ripieno di sospiri, dolori e speranze d’amore. Perfino re Enzo, valoroso figlio di Federico II, tra battaglie e prigione a Bologna dove la sciò la vita nel 1272, espresse dolori amorosi “più ch’uomo innamorato”, mentre Guido dell Colonne si raccomanda: “Madonna, la vostra durezza / Convertasi in pietanza, e si raffrene”. Dal canto suo, Jacopo da Lentini guarda da innamorato la sua madonna in paradiso.

Guido Cavalcanti e Guido Guinizzelli

Mazzeo Ricco lo conoscono in pochi. Era messinese, ma “Se tutta Messina fosse mia – confessa vinto d’amore – Senza voi, donna – niente mi saria”; a loro volta, Rinaldo d’Aquino e tale Baldo, signore di Scarlino in Maremma, danno voce al dolore delle innamorate che vedono il proprio cavaliere partire per le Crociate; sulla stessa lunghezza d’onda Rustico di Filippo fa dire alla donna che “Condotta son per te presso al morire”.

Ed ecco uno di Prato, Giacomino Pugliese che rimprovera alla “morte villana” di aver portato la sua donna in paradiso. Ci sono poi Ciaccio dell’Anguillara, fiorentino che si inventa un duetto d’amore a lieto fine e Guittone d’Arezzo che scrive. “Gentil mia donna, l’onnipotente Dio mise in voi sì maravigliosamente compimento di tutto bene, che maggiormante sembrate angelica criatura che terrena”

Seguendo in cerca di innamoramenti angelici, alzi la mano chi conosce Andrea Montuccio. Lui paragonò la sua donna alla stella polare “La qual fa disparire altra luce / Chè là ove appar vostro angelico viso / altro splendor giammai non vi riluce”.

Tutti i libri di letteratura parlano di Selvaggia Vergiolesi perché tutti parlano di Cino da Pistoia, il poeta tardo stilnovista, amico intimo di Dante Alighieri. Selvaggia, come Beatrice, è la donna angelo che ispira al poeta i più bei versi d’amore puro trascendentale. E Cino Sinibuldi, si legge in storie e leggende,”si accese di così speciosa donzella, buona, pietosa, umile”, incomparabile mito piovuto dal cielo. Cotanto adorna di virtù e bellezza che qualche studioso ha messo in dubbio se sia esistita davvero. Ma nell’albero genealogico dei nobili Vergiolesi c’era pure una Selvaggia, figlia di Filippo, capo di parte bianca esiliato da Pistoia dal 1305 e rifugiatosi prima nel suo maniero di Piteccio e, successivamente, nel castello di Sambuca. Evidentemente, Selvaggia gli stava appresso. Ed a Sambuca capitò pure Cino. Il castello sambucano in alto, seppur diruto, ancora oggi stabilisce vi il confine tra Pistoia e Bologna la dotta dove Cino studiava legge fino alla laurea con splendido esame, nel 1314: nell’andare e venire tra le due città, vi trovava amicizia e rifugio.

Particolare della tomba di Cino da Pistoia nel Duomo cittadino

Ebbene, intendendo celebrare il supposto amore tra i due, ancora nel secondo Ottocento, quando il Romanticismo continuava a farsi bello di origini gotiche, si scrissero novelle e melodrammi di lui e lei infiammati da fuoco amoroso, dimenticando un paio di circostanze.

La prima è che Cino, già attorno al Trecento, aveva sposato Margherita degli Ughi a cui voleva bene visto che gli donò cinque figli; senza contare il gusto che egli ebbe nel corteggiare varie altre donzelle, sì da sentirsi dire da Dante “Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino”. Ma il gran poeta fiorentino lo perdonava ampiamente, con soperchia amicizia, designandolo “cantore dell’amore”, anche perché pure lui era similmente attratto dal fascino femminile. Tra parentesi, si ricorderà infatti che, oltre a Beatrice, il nostro maggior poeta esaltò come “donna gentile” anche tale donna Pietra, mentre Guido Cavalcanti lo ammoniva: “Trovoti pensar troppo vilmente”. E che sposò donna Gemma con la quale ebbe tre figli.

Ma, tornando a Cino, alla preziosa definizione dantesca, “cantore dell’amore” si deve aggiungere quella altrettanto pregevole di Francesco Petrarca, ancora più intima, “Il nostro amoroso messer Cino”, sì da concludere che lo stimatissimo poeta pistoiese aveva facile il canto, come natura crea, peraltro facilitato e quasi commisto alla eloquenza in cui era maestro in Italia: sublime poeta, affascinante avvocato. Le sue liriche (e dell’amico Dante) erano splendidi mazzi di fiori nelle liete e anche funebri occasioni.

La seconda circostanza era più pratica: Selvaggia era sposata. Il coniuge, Vanni de’ Cancellieri, detto Focaccia, non avrebbe ammesso tradimenti. Anzi, era fortemente violento, vendicativo, senza paura. Lo dimostrò con chiarezza quando uccise un suo stesso parente, Detti de’ Cancellieri, nel castello di Montemurlo, con Freduccio ed una certa quantità di fanti, per vendicare un altro suo congiunto, Bertino Vergiolesi. Focaccia come Caino: uccisore di parenti, meritevole della gelida Caina nell’inferno dantesco.

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