PRATO – Il dramma della crudeltà, dei sentimenti nascosti e rivelati, delle parole che mettono a nudo gli individui e squarciano il velo dell’ipocrisia e della menzogna nelle loro relazioni.
Al Teatro Metastasio di Prato va in scena “Creditori”, adattamento per la regia di Veronica Cruciani dall’originale scritto nel 1889 dal drammaturgo svedese August Strindberg, e considerato uno dei vertici del suo teatro assieme a “La signorina Julie” e “il padre”. Contemporaneo di Ibsen, assieme al quale condivide l’indagine attenta e cinica sulla società borghese del tempo, le sue tensioni e le sue profonde contraddizioni, con questo dramma Strindberg ci porta in un apparentemente tranquillo salotto borghese, in una rinomata località balneare, a pochi metri dalla spiaggia.

Quello che all’inizio può sembrare il classico “triangolo borghese” tra marito, moglie e il primo marito di lei assume fin dalle prime battute un significato diverso che va oltre l’aspetto puramente sociale e che cerca di indagare a livello psicologico la complessità delle relazioni che si intrecciano fra gli individui, in particolare i delicati equilibri all’interno del rapporto di coppia tra uomo e donna, tra chi appare più “forte” e chi più “debole”, tra chi appare capace di “manipolare” e chi invece vive in un consapevole stato di “sottomissione”.
Il dramma si articola in tre lunghe scene nelle quali i tre protagonisti non compaiono mai simultaneamente, ma si alternano in dialoghi successivi. La prima scena vede il colloquio tra Gustav, un medico che si scoprirà essere il primo marito della donna, e Adolf, artista ex pittore che adesso si è “convertito” alla scultura su consiglio dell’amico, attuale secondo marito di Tekla. Il discorso sulle condizioni di salute di Adolf, che secondo il medico appaiono sempre più serie e preoccupanti, manifestando i primi chiari segnali di epilessia, è il pretesto per scandagliare più a fondo lo stato d’animo dell’uomo, che, in una sorta di “anticipazione” di seduta psicanalitica di stampo freudiano, confessa a Gustav il suo crescente disagio nel rapporto sentimentale con la moglie, alla quale si sente inferiore e per la quale ha rinunciato alla sua arte. Gustav, che tiene nascosta la sua vera identità, instilla in Adolf la paura, sempre presente nell’uomo, di sentirsi sfruttato da una donna che non lo ama veramente e che anzi non rinuncerebbe a tradirlo con ragazzi più attraenti e più giovani.

Come un vaso di Pandora scoperchiato, questo terribile sospetto porta Adolf sull’orlo della pazzia, come è ben visibile nella seconda scena: la moglie Tekla tenta di calmarlo e rassicurarlo, ma il marito, alternando amore e odio, devozione e repulsione, inizia a essere tormentato da dubbi angosciosi sull’autenticità dei sentimenti e in particolare dai fantasmi del passato, nella consapevolezza, che poi diventerà certezza, della possibilità che la donna non abbia mai del tutto cancellato il suo amore verso l’ex marito.
Una parziale verità si svela nell’ultimo dialogo, che stavolta vede protagonisti Tekla e Gustav: l’uomo dichiara apertamente di sentirsi ancora innamorato e legato a quella donna che anni prima lo ha abbandonato, nonostante lui si sia prodigato durante il loro matrimonio per fornirle un’educazione, una posizione sociale, un’emancipazione, una libertà impensabile per altre coppie nella società borghese del tempo.
Nonostante tutto questo, l’ex marito la ama ancora e Tekla sembra ricambiare questo sentimento: ma l’apparente autenticità e sincerità dell’individuo, come ci vuol far intendere Strinberg, cade di fronte alla falsità, alla menzogna, all’interesse. Tutti e tre i protagonisti di questo “triangolo” sono allo stesso tempo colpevoli e vittime, tutti hanno un “credito” da riscuotere presso qualcun altro, ora per poter soddisfare il proprio orgoglio e amor proprio, ora per difendere il proprio onore e riguadagnare una posizione sociale.
Alla fine Tekla apre gli occhi sulla realtà e capisce che quella di Gustav è stata tutta una macchinazione, un astuto piano per mettere in crisi e distruggere il rapporto di coppia tra lei e Adolf attraverso una fitta rete di sospetti e menzogne per una questione di invidia e di rivalsa: la vendetta è compiuta, il credito è stato riscosso.
Ottima la prova attoriale dei tre interpreti in scena, Viola Graziosi, Rosario Lisma e Graziano Piazza, per un dramma incentrato quasi esclusivamente sulle parti dialogate, a fronte di una scenografia semplice ma dai richiami simbolici, e soprattutto musiche cupe ed evocative che riflettono le contraddizioni e i turbamenti psicologici dei personaggi.










