di Caterina Benini
CASALGUIDI – “Morti sul lavoro: questione di leggi, di pene più severe, di controlli, precarietà, formazione?”, è il titolo dell’incontro organizzato venerdì 17 alle ore 21 dal Circolo Arci Milleluci a Casalguidi.

Erano presenti Emma Marrazzo la madre di Luana D’Orazio, la giovane di 22 anni morta a Montemurlo, Edoardo Baroncelli tecnico della sicurezza, Paolo Mattii responsabile lavoratori e sicurezza territoriale della Cgil Pistoia e Francesco Buccioni, rappresentante di Confindustria Toscana.
A fare gli onori di casa il presidente del circolo, Fabrizio Morelli che ha subito sposato l’idea proposta da Baroncelli e coinvolto il circolo, in particolare Leardo Corsini, per dare il via all’organizzazione dell’incontro.
“Realtà come quella delle Milleluci hanno bisogno di volontari e idee, altrimenti i territori si impoveriscono – ha detto Morelli -, a seguire ci saranno altri incontri su temi di attualità e di interesse collettivo”.
In sala molte persone catturate soprattutto dal racconto di Emma e della sua vicenda personale.
“Il compito della serata – ha specificato Baroncelli -, non è quello di trovare soluzioni ma di tenere alta l’attenzione sul tema, parlare e condividere perché si arrivi ad una rivoluzione culturale in merito a sicurezza e lavoro”.
I dati sugli infortuni e le morti sul lavoro sono allarmanti e non si registra una tendenza a diminuire. Dal 1993 la situazione è stabile nella drammaticità dei numeri, qualcosa deve essere rivisto a partire da leggi, controlli e formazione. In Italia gli infortuni sul lavoro sono circa 650 mila all’anno, 3 casi al giorno di lesioni e incidenti che hanno come conseguenza una prognosi di 3 giorni di riposo e cura. Una lieve inflessione si è registrata solo nel periodo del Covid. Si contano annualmente circa 60 mila patologie correlate al lavoro e/o al luogo di lavoro oltre i 1150 morti all’anno, circa 3 al giorno. Tutto ciò nonostante i corsi sulla sicurezza obbligatori e l’istituzione di figure professionali formate sul tema.
“Luana è morta il giorno del mio compleanno – ha raccontato la signora Marrazzo -, quando sono venuti i carabinieri stavo preparando il tiramisù. Sono una sopravvissuta, vado avanti per mio figlio disabile e per crescere il mio nipotino rimasto orfano. Mia figlia è stata coraggiosa, già in un precedente lavoro aveva denunciato irregolarità costringendo alla chiusura quel posto. Tutti sapevano delle manomissioni alla macchina. Mia figlia è morta perché il macchinario recuperasse otto minuti sulla tabella di marcia”.
Emma è una donna minuta, apparentemente fragile invece è una leonessa e con le sue parole ha catturato l’attenzione di tutti. È stata interrotta solo dagli applausi.
“Vado nelle scuole a parlare di Luana, prosegue nel suo racconto, perché i ragazzi che saranno i lavoratori di domani devono denunciare, pretendere sicurezza e tutti a qualsiasi età devono tornare a casa, mia figlia ha fatto quattro giri nella macchina prima che un collega la bloccasse, non può essere una fatalità”.
Emma ha raccolto firme, è in prima linea perché in Italia si faccia davvero qualcosa per cambiare le cose, ha portato il suo dolore ovunque perché si dia il via ad un cambio di passo e ad una cultura nuova del lavoro. I morti non sono numeri, sono persone, vite, famiglie. Tutti hanno sottolineato che questi fatti drammatici non possono finire con qualche servizio al tg e le parole di cordoglio dei politici di turno, bisogna fare qualcosa per cambiare le cose.
Mattii ha raccontato degli incontri con gli studenti a partire dal terzo anno di scuola superiore ed ha ribadito che la storia di Luana è quella che colpisce di più, sia per la giovane età, che perché geograficamente vicina alle nostre zone, i ragazzi rimangono sempre scossi da quello che le è accaduto.
“La maggior parte delle nostre aziende sono piccole e questo comporta sicuramente una criticità – ha affermato Mattii -, in aziende molto grandi c’è una struttura per la sicurezza più organizzata”.
Francesco Buccioni, tra i relatori dell’incontro, ha sottolineato che non serve darsi colpe ma è necessario investire sulla formazione.
“Perché lo faccio? Non certo per riavere mia figlia – ha detto Emma – ma perché non accada più quello che è successo a Luana”.
L’incontro molto partecipato si è concluso con la riflessione che formazione e addestramento sono le armi a disposizione per cambiare la cultura della sicurezza, Solo quando tutte le agenzie che si occupano di lavoro si impegneranno insieme, si potrà attivare la rivoluzione culturale evocata più volte durante la serata.







