mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi. Stefano Liberti: l’impatto delle fabbriche di carne e il rapporto uomo-animale

di Ilaria Lumini

PISTOIA – Il 70% della carne consumata nel mondo è prodotta da allevamenti intensivi. Maiali, polli, stipati in piccoli recinti di ferro dentro a enormi capannoni. Un ciclo di vita di circa 9 mesi per primi e di 3 per i secondi.

Ad oggi, nel mondo in un anno la popolazione di animali negli allevamenti intensivi è di 70 miliardi. Animali adattati geneticamente a condizioni di limitazione. Un dato quattro volte superiore al 1960, anno in cui fece la comparsa negli Stati Uniti il primo allevamento intensivo di maiali. Le stime future parlano di 120 miliardi di animali nel 2050.

Se da un lato l’allevamento intensivo consente di produrre tanta carne in uno spazio ristretto facilitando l’accesso alle proteine animali a fasce crescenti della popolazione, dall’altro ha enormi costi ambientali, sociali e sanitari. Stefano Liberti, giornalista, regista e scrittore, durante l’incontro “Fabbriche di carne” ripercorre la loro storia analizzando l’impatto crescente che questo modello di produzione ha sulle campagne, sulle città e sul rapporto uomo-animale, divenuto a tutti gli effetti una macchina per produrre carne.

“Non si parla volentieri di animali, di allevamenti intensivi, delle condizioni in cui essi vivono la loro breve vita senza godere nemmeno un istante della luce del sole o dell’aria fresca – dice Liberti – Un po’ come “l’occhio non vede e il cuore non duole”. Ma è importante invece, oltre l’aspetto etico, capire l’impatto che questi hanno sul nostro pianeta e sulla nostra salute. Perchè ognuno di noi dovrebbe avere informazioni su quale allevamento produce quella carne”.

In USA, lo Stato secondo alla Cina per la presenza di allevamenti intensivi, si contano circa 60milioni di maiali negli allevamenti intensivi. In Cina se ne contano 700milioni di maiali stipati in veri e proprio palazzi usati al solo scopo di produrre carne. Quindi un maiale per ogni due abitanti (la popolazione cinese è di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone, il 20% di quella mondiale). In Italia, ad oggi, ci sono 9milioni di maiali e 500 milioni di polli segregati in capannoni nella pianura padana. Cifre enormi che comportano a loro volta una enorme quantità reflui zootecnici prodotti, ricchi di CO2.

Ma come fare a produrre enormi quantità di mangime, di soia e mais, per il nutrimento concentrato di questi animali?. Un terzo delle terre arabiche è utilizzato per la produzione di mangimi. Un aumento vertiginoso di deforestazione in Brasile, Argentina e Paraguay: dove prima c’erano alberi adesso ci sono chilometri e chilometri di campi (un’estensione circa la Francia) destinati solo alla produzione di mangimi per gli animali da allevamento intensivo.

Un impatto ambientale enomerme che si ripercuote sul nostro pianeta. “Silenziosamente la deforestazione della foresta Amazzonica per la produzione di mangimi sta avvenendo. La zona di produzione di soia è infatti proprio sotto la foresta Amazzonica: sono stati deforestati circa 220mila ettari di foreste” continua Liberti.

E il mangime qui prodotto viene caricato su camion che raggiungono navi che poi navigano gli oceani per raggiungere allevamenti intensivi di Cina, Usa, Europa e quindi anche l’Italia. Carne venduta poi nei supermercati a costo basso che però non integra il costo ambientale, sanitario, e sociale del pianeta.

“Sarebbe corretto – ironizza Liberti – aggiungere sulla scatola di carne l’etichetta: “Danneggia l’ambiente”, “Produce Co2”, “Causa antibiotico resistenza”. Ognuno di noi dovrebbe avere informazioni sull’allevamento che produce quella carne, oggi quando mangiamo una salsiccia non abbiamo gli strumenti per fare scelte consapevoli”.

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