mercoledì, Settembre 9, 2026

Vietnam, tra gli “spiriti” del Mekong e la modernità di Saigon e Ho Chi Minh City

di Letizia Gaeta

SAIGON (VIETNAM) – Saigon o Ho Chi Minh City? Beh, semplicemente entrambi. Due nomi, una città. Nel sud del Vietnam sorge infatti il cuore pulsante dell’economia vietnamita, un concentrato di incessante traffico, accecanti insegne luminose e odori persistenti. Qualcosa che non ti aspetti e che ti coglie impreparato.

Il Mekong (foto Letizia Gaeta)

Il rumore dei 10 milioni di motorini non ti abbandona mai e lo stesso fa l’aria afosa che si appiccica alla pelle per farti compagnia, come se le centinaia di persone che si avvicinano a ogni passo non bastassero a farti sentire meno solo.

Mi domando come sia possibile che una città tanto moderna sia riuscita a crescere vertiginosamente negli ultimi anni. Come abbia fatto a diventare finanziariamente tra le più potenti dopo secoli di dominio di altri popoli. Ma Xem, la nostra guida local, ha una risposta a tutto: “Noi vietnamiti siamo forti”. Lo guardo e penso che non posso far altro che dargli ragione, anche perché le rughe sul suo volto intrecciate a quel sorriso che mi lancia, mi conquistano.

Quello vietnamita è un popolo forte. Xem sicuramente lo è. Gli chiedo se abbia mai pensato di andare via dal suo Paese, di visitarne altri o, perché no?, di trasferirsi. Mi risponde con un filo di voce che vorrebbe farlo, che gli sarebbe piaciuto poter vivere un’esperienza al di fuori, ma che non guadagna abbastanza per poterselo permettere. La sua replica mi spiazza sia per il contenuto, sia per il modo: se non lui che ha studiato e che ha un lavoro fisso nel turismo, chi?

La stanchezza del lungo viaggio si fa sentire, mi faccio sopraffare dai pensieri senza accorgermi che la strada pedonale che stiamo percorrendo tanto pedonale non è. Solo il clacson di uno scooter mi desta dal torpore, faccio un passo indietro per la paura e subito scopro una delle regole fondamentali in Vietnam: mai camminare indietro, solo passi decisi, lenti e in avanti, lascia che gli slalom li facciano gli altri, preparati come sono alla goffaggine dei turisti.

Resto abbagliata dalla quantità di luci che sommerge la città, sembra quasi che la vita mondana la faccia da padrona grazie alla sua ordinata confusione. In mezzo alla quale scelgo di fermarmi. Sento di essere in una sorta di time-lapse… intorno a me auto, motorini, musica, balli e mangia fuoco. Al centro io che ammiro stupita l’armonia di questo incredibile caos.

Chiudo gli occhi un solo istante ed è già ora di andare a dormire, cercando di metabolizzare l’arrivo in un Paese che a primo impatto si mostra differente dalle mie credenze.

Il risveglio in hotel è corredato da un mix di emozioni che non riesco a descrivere, né a definire. Forse è troppo presto per capire, lo sanno tutti (più o meno) che l’essenza di un viaggio la comprendi solo al ritorno. Adesso, ancora più di altre volte, desidero solo vivere il momento e apprezzare l’enorme possibilità che mi sono data: mete come questa cambiano la prospettiva, questo è assolutamente innegabile.

Mentre Xem, sull’autobus diretto verso il Delta del Mekong, ci racconta la storia del Vietnam e della sua continua lotta alla conquista dell’indipendenza, il mio sguardo si perde, catturato dagli immensi campi coltivati a riso che mi circondano e che scompaiono alla vista dell’orizzonte.

“In Vietnam non possiamo fare molte cose, ma facciamo molte cose” – dopo aver ascoltato queste parole, torno a concentrarmi unicamente sulla nostra guida e sulla sua narrazione.

A quanto pare fino a 15 anni fa, tutti i turisti con la pelle bianca venivano scambiati per statunitensi. Per i vietnamiti non esistevano né italiani, né spagnoli, né francesi, solo gli americani, come sono abituati a chiamarli, e i loro soldi…

“Il mio rapporto con loro? Portano tanti soldi, quindi va bene” e mentre lo dice ride e sorride.

Spiega anche che riso e cocco sono importantissimi per l’economia del Paese e che solo nella zona del Delta del Mekong ne producono tonnellate: mangiano riso (o noodles di riso) a colazione, pranzo e cena; usano il cocco per la cucina e l’estetica, ma soprattutto come bevanda rinfrescante e rivitalizzante. Sapori autentici di chi tratta tutto con estrema accuratezza e una semplicità che sembra non appartenere più al nostro modo di vivere. Quella semplicità a cui fa bene ritornare, a cui dovremmo tutti aspirare e che qui è parte integrante di una cultura meno frenetica e più spirituale.

Unicorno, Fenice, Drago e Tartaruga sono le isole che costellano parte del Mekong, i loro spiriti guidano la quotidianità degli abitanti del fiume e simboleggiano l’intelligenza, l’eternità, la buona fortuna e la longevità, una tradizione di influenza cinese ma che in Vietnam sentono propria a tal punto da essere seguita da circa l’80% della popolazione locale.

Il mercato galleggiante del Delta del Mekong (foto Letizia Gaeta)

Tiro fuori il mio iPhone e inizio a filmare il mercato galleggiante, lo guardo attraverso uno schermo e mi spavento di ciò che sto facendo, i mercanti sulle barche mi sorridono e salutano mentre li riprendo, mi blocco. Quanta differenza c’è tra me, tra noi, e loro?

Ancora una volta Xem viene in mio soccorso: “Cerca di pensare allo yin e lo yang, c’è sempre bisogno di un equilibrio, il vostro modo di vivere così diverso dal nostro, si completa con il nostro. Va bene così”.

Non mi ha convinta totalmente ma non posso far altro che annuire, spegnere il telefono e gustare uno degli ananas più buoni che abbia mai mangiato, ammirando la dolcezza e la precisione con cui ci viene servito.

Resto in silenzio per gran parte del giro in barca, osservo, rifletto e piango. L’intensità degli odori del mercato, gli occhi spenti dei venditori e i sorrisi tristi dei bambini mi toccano nel profondo, così come la dignità che mostrano nello svolgere il loro lavoro. Mi accorgo, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, che per quanto gli occidentali credano di conoscere il “giusto modo” di vivere, non c’è niente di più emozionante di qualcuno che anche in condizioni di precarietà, ti guarda, sorride e dice: “Xin Chao”.

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