mercoledì, Settembre 9, 2026

Nonna Mai, la donna col cuore “cucito” sulle spiagge di Nah Trang

di Letizia Gaeta

NAH TRANG (VIETNAM) – Nonna Mai è un’anziana signora di 70 anni che ha trascorso più della metà dei suoi anni sulle spiagge di Nah Trang. Nel 1984 si è dovuta trasferire da Hanoi, nella speranza di poter trovare un po’ di fortuna sulla costa.

Nonna Mai

Ma nonostante lei continui a sorridere alla vita, quest’ultima con lei è stata tutto fuorché clemente.

La incontro durante un rarissimo momento di relax. Cammina verso di me a passo svelto sulla sabbia brillante e a grana grossa, tipica della zona. Porta con sé, appoggiata sulle spalle, una canna di bambù più lunga di lei, alla quale sono appese un barbecue portatile e abbastanza grezzo e una scatola di polistirolo refrigerata di cui ignoro il contenuto.

Guardandola negli occhi, mi accorgo che ha i segni della sofferenza sul suo volto, le rughe di chi ha dovuto affrontare innumerevoli sfide, incorniciate da un sorriso che per potenza e dolcezza è disarmante.

“Volete qualcosa?”, chiede con il suo inglese un po’ maccheronico ma comprensibile, perché l’accento vietnamita quando parlano in inglese, è assolutamente indecifrabile, altro che “devi solo farci un po’ l’orecchio”.

Sulla griglia cuociono due astici, l’unico problema è che alle due di notte nessuno di noi è affamato, ma tutti vorremmo una bevanda fresca per dissetarci, con la speranza che Mai possa sedersi con noi e raccontarci qualcosa sulla sua vita.

“Cocco fresco per tutti – propongo – Ma sì, ci sta”, rispondono gli altri. Anche perché ormai ne siamo tutti innamorati.

A quel punto Mai apre la sua scatola e tira fuori un paio di ciabatte con cui, dopo aver raccolto i soldi, si allontana. Restiamo attoniti senza capire cosa stia succedendo. Dopo alcuni minuti di attesa, torna da noi con ben sette cocchi, inizia a distribuirli e decide di sedersi con noi. Allarghiamo il cerchio e la accogliamo nel nostro gruppo. Osservo il suo sguardo al limite tra la felicità e un senso di diffidenza che non sembra appartenerle.

“Vivo su questa spiaggia da quarant’anni, mi sposto per chilometri e chilometri ogni giorno, ma qui posso conoscere persone nuove, parlare e vivere attraverso i loro racconti”.

Ogni sua parola mi sorprende per potenza ed energia, come quando improvvisamente, guardando a uno a uno ognuno di noi, ci consiglia di fare estrema attenzione ai nostri portafogli perché potrebbero portarceli via in un batter d’occhio. E nel farlo mima il gesto con le mani che fa scoppiare tutti in una risata spontanea. Sappiamo di dover stare attenti, ma il suo ammonirci come fosse nostra nonna mi riempie il cuore di speranza. Non importa quanta sofferenza una persona abbia dovuto sopportare, esistono sempre tempo e spazio per un atto di gentilezza.

Ci racconta di aver vissuto la guerra, prendendone parte nelle file dei Viet Com, le comunità di supporto ai Viet Cong che popolavano gran parte del Vietnam sia a nord che a sud; delle difficoltà a reperire cibo e della paura che era costretta a leggere negli occhi dei suoi fratelli minori.

“Il più piccolo dei miei fratelli, Phuc, aveva solo 7 anni quando gli americani iniziarono a bombardare Hanoi. Ricordo che urlava e piangeva spesso. Ma soprattutto ricordo le grida disperate di mia sorella Linh in una piovosa notte di dicembre del 1972. Era il 22 dicembre e quella data non la dimenticherò mai. Corsi fuori per vedere cosa fosse successo e in quel momento, per la prima volta dall’inizio della guerra, dovetti fare i conti con il dolore della perdita di una persona importante. Linh teneva tra le sue braccia il corpo insanguinato e senza vita di nostra madre”.

Mi accorgo che gli occhi di Mai sono gonfi di lacrime; si sforza di non piangere, anche se la disperazione accompagna il suo racconto, rigandole il volto. La morte di sua madre è la morte di una donna spezzata dalla banalità del male. Da una interminabile e insensata guerra in cui furono uccisi 4 milioni di civili.

L’operazione Linebacker II, soprannominata Christmas Bombings, durò dal 18 dicembre al 29 dicembre 1972 ed è considerata come il bombardamento più massiccio che le forze armate statunitensi abbiano condotto dalla seconda guerra mondiale.

“La guerra aveva già distrutto gran parte dei miei sogni – continua a raccontare – Quella notte però, cambiò totalmente la mia vita. Dovetti rinunciare alla possibilità di fare l’università, cominciai a lavorare per portare soldi a casa, cercando di aiutare dove potevo anche l’esercito popolare vietnamita”.

Seduta accanto a lei, chiudo gli occhi, la sabbia sotto di me torna a bruciare di rabbia mista a tristezza, il mio cuore si attorciglia pensando a chi la guerra la sta vivendo anche adesso, ogni giorno. Mai mi prende per mano, mi comprende e nella sua stretta percepisco il suo desiderio di continuare a vivere, a sorridere e ad amare.

“Al termine della guerra, nel 1975 – riprende Mai -, le difficoltà non terminarono, il Vietnam fu riunificato ma un velo di mistero su ciò che sarebbe stato macchiava il nostro futuro. Rimasi ad Hanoi per alcuni anni, facendo lavori di ogni tipo, ma la vita era sempre più difficile e la capitale era diventata invivibile per chi, come me, aveva sempre sognato la tranquillità. Presi le poche cose che avevo a disposizione e mi diressi a sud, direzione mare”.

Da quel momento vive su questa e su quella spiaggia, sorridendo a chi la incontra, raccontando la sua storia, gli orrori della guerra e le atrocità che fin da giovanissima ha dovuto affrontare.

Mi sento fortunata perché tra quelle persone che hanno avuto l’onore di ascoltarla ci sono anche io. La luna riflette la sua luce sull’acqua verdastra del mare quando mi alzo per salutarla. Mai nella sua eleganza si inchina per ringraziarci e noi, per sdebitarci, la stringiamo in un abbraccio che ci dice “tôi sẽ mang trong mình mãi mãi” (porterò sempre con me).

Ho sempre creduto che nell’essenza più profonda delle persone si trovi anche l’essenza più profonda dei viaggi e Mai ne è la conferma. Mai è la donna dal cuore cucito e ricucito che ha tratto energia per continuare a guardare con il sorriso alla vita. E allora Mai, buona vita. Che tu possa continuare a vivere nei tuoi racconti.

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