mercoledì, Settembre 9, 2026

Dal Giappone a Pistoia: Toyo Mitsunobu e la missione navale nipponica in Italia

PISTOIA – La brillante carriera militare nella Marina giapponese, il trasferimento in Italia durante la seconda guerra mondiale, il soggiorno a Montecatini, la tragica morte sulla Montagna Pistoiese dopo uno scontro a fuoco con i partigiani.

È la storia, non molto nota, del capitano di vascello Toyo Mitsunobu, già ufficiale della Marina imperiale giapponese e in seguito inviato in Italia come responsabile della missione navale nipponica nel nostro Paese, in supporto alle forze dell’Asse durante le fasi cruciali del secondo conflitto mondiale: una vicenda biografica che tocca anche il nostro territorio, e che si intreccia con la storia della Resistenza nell’area pistoiese e con l’attività militare del battaglione partigiano di Manrico “Pippo” Ducceschi.

Toyo Mitsunobu

Ma chi era Toyo Mitsunobu e come arrivò a Pistoia? Nato nel 1897 nella prefettura di Okayama, non lontano da Hiroshima, dopo gli studi scolastici superò gli esami di ammissione all’Accademia navale e iniziò una brillante carriera militare, cominciando a prestare servizio presso alcune unità della Marina imperiale giapponese come il cacciatorpediniere “Mutsuki” e la portaerei “Hosho”. Nel corso degli anni collezionò numerose promozioni e passaggi di grado, ricoprendo le cariche di sottotenente, tenente di vascello e capitano di corvetta, e nel 1930 fu inviato in Francia, a Parigi, con la qualifica di ufficiale di collegamento.

Questa prima esperienza in Europa, della durata di due anni, consentì a Toyo di approfondire la conoscenza della cultura e soprattutto della politica europea, in una fase drammatica e cruciale segnata dal progressivo affermarsi dei regimi totalitari in buona parte del continente. Sono anni segnati da crescenti tensioni sul fronte internazionale, a cui le potenze cercano di porre un freno attraverso la diplomazia e iniziative come i trattati navali di Londra del 1930, in base ai quali i firmatari – Stati Uniti, Giappone, Francia, Italia e Regno Unito – si impegnavano a regolare la guerra sottomarina e a limitare la costruzione e l’uso di armamenti navali.

Al rientro in patria, Toyo fu assegnato all’incrociatore pesante “Nachi” in qualità di ufficiale di rotta e poi, vista la sua precedente esperienza europea, venne promosso al grado di capitano di fregata ed entrò al servizio dell’ammiraglio Osami Nagano, capo della delegazione nipponica alla terza conferenza navale internazionale svoltasi a Londra tra la fine del 1935 e i primi mesi del 1936. Fu Toyo a preparare buona parte della documentazione in preparazione alle trattative, che tuttavia si risolsero in un nulla di fatto e determinarono l’abbandono della conferenza da parte di Nagano e della delegazione nipponica, insoddisfatta dei risultati ottenuti.

Il cacciatorpediniere Mutsuki al quale Mitsunobu fu assegnato durante la sua carriera navale in Giappone

D’altro canto anche in Giappone il clima appare mutato, con l’affermazione di governi nazionalisti e autoritari e l’avvio di una politica aggressiva e imperialista che da un lato promuove l’avvicinamento strategico alla Germania nazista e all’Italia fascista, dall’altro si esprime attraverso un espansionismo militare che voleva rendere il Paese la più importante potenza asiatica, con la conquista e la sottomissione di tutto l’Estremo Oriente. Nell’estate del 1937, con il pretesto di voler rispondere a un “incidente” provocato dalle truppe cinesi, il governo nazionalista di Fumimaro Konoe decretò l’invasione della Cina dando avvio a una guerra sanguinosa e a un duro regime di occupazione che avrebbe provocato milioni di morti tra la popolazione civile. Anche Toyo partecipò alle operazioni militari nel mar Cinese Meridionale, creando un punto d’appoggio per la flotta giapponese a Taiwan e organizzando la copertura aeronavale per uno sbarco anfibio sul delta del Fiume Azzurro.

Ma nel destino di Mitsunobu c’era ancora l’Europa: nel luglio del 1940, promosso a capitano di vascello, ricevette dallo Stato Maggiore l’ordine di recarsi a Roma per guidare la missione navale nipponica in Italia, istituita allo scopo di condividere informazioni militari con un Paese alleato e coordinare le strategie e gli sforzi tecnici in ambito navale. Con la Francia già sconfitta e arresta, il Regno Unito sulla difensiva e gli Stati Uniti neutrali, dopo un anno di guerra le potenze dell’Asse stavano dilagando in Europa e due mesi dopo il trasferimento di Toyo a Roma presso l’ambasciata nipponica di viale Regina Margherita, a Berlino il Giappone, l’Italia e la Germania siglarono il patto tripartito (il famoso “Roberto”) a sancire una stretta alleanza politica e militare e a legare le sorti di un conflitto che sembrava vicino a una vittoriosa conclusione.

Anche Toyo, convinto sostenitore del patto tripartito, si impegnò a fondo per coordinare con i suoi omologhi italiani le attività e le missioni navali delle forze dell’Asse sul fronte della guerra marittima nel Mediterraneo, e supervisionò le commesse belliche affidate dal Giappone alle industrie navali italiane, ma dovette presto prendere atto di una certa impreparazione militare, di una strategia chiara e dell’oggettiva inferiorità tecnologica della flotta italiana rispetto a quella britannica. Il predominio marittimo inglese nel Mediterraneo, che le flotte dell’Asse riuscirono solo a scalfire, fu tra le principali ragioni che determinarono il fallimento dell’avanzata in Nordafrica a causa della continua interruzione dei rifornimenti.

Nella sua lunga e dettagliata relazione da inviare a Tokyo, Mitsunobu annoterà che l’Italia aveva sbagliato strategia fin dal 1940 nella sua guerra marittima, rinunciando a occupare Malta per togliere ai britannici un punto d’appoggio fondamentale al centro del Mediterraneo. Rintraccerà le cause del crollo militare italiano del 1943 nella mancanza di una condotta navale più aggressiva, a suo avviso necessaria per riequilibrare le forze in campo, nelle strategie errate dei comandi militari, spesso dettate da influenze politiche di membri in vista del regime fascista, e nel “carattere nazionale” degli italiani, a suo giudizio incline al poco senso di responsabilità, al frequente “scaricare le colpe” su altri e a lasciare i problemi irrisolti. Lo “spirito combattivo” del popolo italiano, messo a dura prova dai rovesci militari subiti su praticamente tutti i fronti di guerra, doveva essere, secondo Mitsunobu, rinsaldato e rinnovato tramite l’alleanza con il Giappone imperiale e la Germania nazista, per rinvigorire un’Asse in declino, che a metà del 1943 stava già manifestando pericolosi segnali di cedimento.

L’armistizio di Cassibile e la resa dell’Italia confermarono presto queste previsioni, e dopo l’8 settembre Toyo lasciò Roma per trasferire il suo ufficio nei locali di Villa Burgund a Merano, luogo che la RSI mise a disposizione per i delegati della missione navale giapponese. Una “missione” ormai a forte rischio e “superata” dagli sviluppi bellici, ma non per questo portata avanti da Mitsunobu con minore impegno e fervore: preso atto della debolezza di quel che restava del regime mussoliniano in Italia e dell’acclarata subalternità della RSI nei confronti delle forze di occupazione tedesca, nel maggio del 1944 l’ufficiale nipponico scese in Toscana, a Montecatini Terme, per un incontro con i vertici della missione navale tedesca in Italia sui “nuovi armamenti” da impiegare nel conflitto.

Non sappiamo con esattezza quali accordi segreti vennero presi e quali strategie adottate nei giorni del soggiorno di Toyo in Valdinievole, o se questa conferenza si concluse con la presa d’atto di non poter più agire in maniera incisiva sul fronte del Mediterraneo, ormai nelle mani delle forze alleate dopo i ripetuti sbarchi a Salerno prima e Anzio poi. Di fatto di lì a pochi giorni la gigantesca operazione Overlord con lo sbarco in Normandia avrebbe aperto un fronte ben più vasto e pericoloso per l’Asse, e non stupisce che il 5 giugno, alla conclusione dei lavori, Mitsunobu ricevette dallo Stato Maggiore giapponese l’ordine di trasferirsi in Svizzera e prendere contatto con l’ambasciata nipponica di Berna. Un “ritiro strategico” in uno Stato neutrale in vista di futuri incarichi in Europa, in attesa dello sviluppo degli eventi? Oppure un viaggio preparatorio a un rientro in patria, stante ormai il tramonto del patto tripartito?

Un gruppo di partigiani della formazione XI Zona Patrioti al comando di Manrico “Pippo” Ducceschi

Quel che è certo è che la mattina dell’8 giugno Mitsunobu lascia Montecatini con la sua Fiat 1500 con targa diplomatica, percorrendo la strada statale 12 in direzione di Modena: con lui viaggiano il suo aiutante Dengo Yamanaka e l’autista, Amos De Marchi, cittadino di Merano che già più volte nei mesi passati aveva accompagnato l’ufficiale nelle sue missioni.

Mentre l’auto percorre la salita verso l’Abetone, in località Pianosinatico, dietro una curva appare un tratto di carreggiata disseminato di chiodi e De Marchi riesce a stento a frenare. Nei concitati attimi successivi i tre cadono vittime di un’imboscata tesa da un gruppo di partigiani dell’XI Zona Patrioti, al comando di Manrico Ducceschi, nome di battaglia “Pippo”, operanti nelle zone della Garfagnana, della Valdinievole e della Montagna Pistoiese.

Ne scaturisce un breve scontro a fuoco in cui l’autista, arresosi subito, viene fatto prigioniero dai partigiani (riuscirà in seguito a fuggire e a fare ritorno a casa in maniera rocambolesca), Yamanaka riesce a fuggire nonostante fosse stato colpito da due proiettili, mentre Mitsunobu, vero obiettivo dell’agguato, è freddato con un colpo di pistola mentre è ancora dentro l’abitacolo della vettura. Il capitano giapponese era in cima alla lista degli obiettivi da eliminare stilata dai comandi alleati e di cui i partigiani di “Pippo” erano in possesso; inoltre dall’auto vengono recuperati – e saranno poi consegnati agli Alleati – i verbali sulla “conferenza segreta” di Montecatini e gli appunti di Toyo sulle comuni strategie di Giappone e Germania, documenti che risulteranno assai utili per la conduzione dell’offensiva americana nel Pacifico.

Termina così in maniera tragica la breve esperienza “pistoiese” di Mitsunobu, il cui corpo venne poi recuperato dai tedeschi e portato a Merano, dove il 15 giugno vennero officiati i funerali. Promosso al grado di contrammiraglio con un’onorificenza postuma, mezzo secolo dopo la sua morte, nel 1994, la sua salma è stata riportata in Giappone, a Okayama, dove tutt’oggi riposa.

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