mercoledì, Settembre 9, 2026

L’incolto come ripartenza e rigenerazione nel libro di Adriano Favole

di Susanna Daniele

PISTOIA – Sabato 12 ottobre nella libreria Lo Spazio Adriano Favole ha presentato il suo ultimo lavoro, “La vita selvatica. Storie di umani e non umani” (Laterza), evento creato nell’ambito delle tre giornate GEA (Green Economy and Agricolture) che si sono concluse oggi.

Favole è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Torino e Visiting Professor all’Università della Nuova Caledonia dove ha anche vissuto per lunghi periodi. A Pistoia è un volto noto in quanto consulente del festival di antropologia “Dialoghi sull’uomo” fin dalla prima edizione, nel 2012.

L’antropologo Adriano Favole (foto di Stefano Di Cecio)

Favole ha esordito con una citazione dalla biografia di San Francesco scritta da Tommaso da Celano, secondo cui “Tutto è in tutte le cose” per introdurre il concetto di “incolto” che nella nostra cultura ha l’accezione negativa mentre in altre culture rappresenta la forza rigeneratrice della natura.

Ha poi delineato la storia dell’agricoltura, che per la nostra civiltà costituisce un elemento fondativo in quanto ha significato stanzialità, nascita delle città e successivamente di sistemi di aggregazione umana.

“Oggi consideriamo l’agricoltura un atto prettamente umano mentre dipende anche da tanti esseri non umani”, afferma lo studioso. Tuttavia, anche oggi il concetto di incolto, la “selvatichezza” come elemento sacro riemerge nell’essere umano e si manifesta in riti propiziatori e nei vari riti del carnevale.

La contrapposizione netta fra ciò che è natura e ciò che è umano, tipica dell’Occidente, non è presente in altre culture. Favole racconta un episodio citato nel suo volume. “Un giorno James Clifford, uno dei più noti antropologi contemporanei, fu invitato dal suo amico Jean-Marie Tjibaou, un Kanak della Nuova Caledonia, a visitare la sua tribù natale. A un certo punto, dalla sommità della collina, Clifford vide alcune abitazioni in mezzo a una radura nella foresta. «Dov’è casa tua?», gli chiese. Tjibaou lo guardò, aprì il palmo della mano muovendolo a 360 gradi, invitandolo a osservare l’insieme del paesaggio e gli disse in francese: «È questa la casa!»”. ‘Casa’ era per l’abitante della Nuova Caledonia l’insieme delle relazioni fra umani e tutti gli altri esseri che vivevano su quella stessa terra. 

Anche l’idea di preservare certe zone naturali ha un’accezione diversa: i divieti nel nostro mondo sono imposti allo scopo di preservare l’esistente mentre nelle isole dell’arcipelago della Nuova Caledonia viene tutelata, oltre alle specie vegetali e animali, anche la socialità perché durante la festa annuale tutti i cibi frutto di caccia, pesca e raccolto nella zona “protetta” vengono condivisi fra tutti gli abitanti.

“Non sono società antropocentriche, non vogliono crescere e allargarsi a scapito di altre comunità ma vivere sul e del loro territorio”, precisa Favole.

L’incontro è terminato con l’esortazione a considerare da ora in avanti l’incolto come ripartenza, come spazio residuale dove possa manifestarsi la biodiversità.

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