PRATO – Un re, una gallina dalle uova d’oro, una corte infida e falsa, una vicenda assurda e paradossale, una satira grottesca sull’ipocrisia e l’avidità.
La regista Emma Dante torna al Metastasio di Prato con “Re Chicchinella”, terzo “capitolo” della trilogia di spettacoli (insieme a “La Scortecata” e “Pupo di zucchero”) liberamente tratti da “Lo cunto de li cunti” del novellista napoletano Giambattista Basile. Pubblicata nel 1634, l’opera di Basile è una raccolta di fiabe della tradizione partenopea che nella struttura si ispira al celebre modello del “Decameron” di Boccaccio, presentando però, a differenza delle novelle medievali, toni spesso iperbolici e grotteschi, con una satira pungente contro i vizi umani.
“Re Chicchinella” non fa eccezione: è la storia di un sovrano – nello specifico Carlo III d’Angiò, re di Napoli dal 1382 al 1386 – nel cui stomaco, a seguito di un incidente tragicomico, si è insediata una gallina – una “chicchinella”, appunto – e pare proprio che sia impossibile far sloggiare il pennuto dalla sua nuova dimora. Tutti i tentativi di estrarre la gallina, portati avanti dai medici di corte, si sono rivelati infruttuosi: nè lassativi, nè farmaci vari, nè improbabili interventi chirurgici con tenaglie si sono dimostrati efficaci, anzi hanno acuito la sofferenza e l’angoscia del povero re, che da ormai due settimane è costretto a convivere con una gallina viva in corpo.

Un fatto portentoso e di per sè incredibile, reso ancora più straordinario da un secondo prodigio: tutte le volte che il sovrano tenta di nutrirsi, il cibo ingerito viene sottratto dalla gallina che poi depone un uovo d’oro, espulso dal suo ospite ogni qual volta deve espletare i suoi bisogni fisiologici.
Il sovrano è diventato egli stesso una gallina, un “re chicchinella”, come lamenta più volte: cosa contano ormai i titoli, le vesti regali e altri inutili orpelli del potere, se egli non è più libero di fare ciò che desidera, ma è costretto a muoversi e ad agire a comando della gallina? Meglio non toccare più cibo e lasciarsi morire, e far morire con sè anche l’odioso animale che ha preso possesso del suo corpo e sembra aver preso gusto a tormentarlo.
Nel suo dramma grottesco, il sovrano sperimenta anche il dolore della solitudine: egli infatti, pur essendo circondato da una folla di parenti e servitori, si rende adesso conto con estrema lucidità che la sua corte si sta rivelando per quello che realmente è, ovvero un mondo dominato dagli interessi, dall’ipocrisia, dall’avidità di potere e ricchezze. La figlia e la moglie lo invitano di continuo a cibarsi delle prelibatezze del regno, lo blandiscono con parole suadenti, lo adulano mostrando falsa premura e preoccupazione verso le sue condizioni di salute, mentre in realtà non attendono altro che raccogliere le uova d’oro che un lauto pasto del re potrebbe loro generosamente offrire.
“Re Chicchinella” non riconosce più la sua reggia, sembra muoversi a tentoni in un ambiente che non è più familiare, anzi diventa più freddo, ostile e anaffettivo ogni giorno che passa: la vita di corte prosegue il suo corso tra chiacchiere oziose e cerimonie del tè, mostrando tutta la sua indifferenza verso il dramma del sovrano, visto adesso come una “gallina dalle uova d’oro” da sfruttare finchè è possibile. Non c’è compassione verso il re ormai degradato, che pare scontare i suoi vizi di gioventù con una sorta di contrappasso dantesco: un umorismo grottesco e tragicomico sostiene l’intera vicenda, in cui le battute in dialetto napoletano fra il re e i suoi servitori conferiscono un realismo posto a contrasto con l’assurdità dell’intera storia.
Con questo nuovo spettacolo che chiude la “trilogia” dedicata all’opera di Basile, Emma Dante esplora i temi legati all’avidità e all’ipocrisia, attingendo a una ricca tradizione e mettendo in scena una serie di richiami che spaziano dalla vicenda mitica del re Mida alla favola della gallina dalle uova d’oro narrata da Esopo, fino alla polemica anticortigiana e alla denuncia dei “vizi” delle corti fatta propria da alcuni intellettuali dell’età umanistica e rinascimentale, primo fra tutti Ludovico Ariosto.
Sono suggestioni che si intrecciano in uno spettacolo forse meno “evocativo” rispetto ai due precedenti, ma capace di veicolare un forte messaggio e di far vivere al pubblico il duplice dramma, fisico e morale, del povero “re chicchinella”.
Un re che alla fine verrà “liberato” dalla presenza della gallina, ma con un esito altrettanto assurdo e inaspettato.










